L’Occhio e il Drago – PROLOGO

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Da molti anni la luna non brillava così intensa nell’oscurità. Anche lì, nella regione sabbiosa del Deserto Grigio, dove il cielo era sempre sgombro dalle nubi e l’aria era chiara e fredda durante le gelide notti, quel nitore era qualcosa di raro, dovuto a chissà quale combinazione astrale e condizione atmosferica.
Altra circostanza quasi unica: non si vedeva nemmeno una stella. La luce degli astri era stata come risucchiata da quella lunare, che aveva assunto una connotazione argentea, quasi azzurrina.
Sì, decisamente era quella, la notte che ci voleva. L’ideale per un rito proibito.

Kaessandria era pienamente cosciente sia del fatto che era il momento giusto, sia del fatto che ciò che intendeva fare le era assolutamente vietato.
Quante volte l’aveva sentito ripetere dagli anziani? Sei giovane, devi ancora conoscere molte cose, non si deve, non si fa… Non che lei avesse mai insistito: era troppo intelligente per non comprendere che bisognava stornare i sospetti degli altri da sé, e far credere loro che era rispettosa della tradizione, ligia al proprio percorso di studio da Prima Veggente, dal quale non avrebbe mai dovuto discostarsi…
Ma Kaessandria Ashavari Tensh’Elijh non era tipo da attendere da altri la risposta alle sue domande. E una questione in particolare la tormentava da molto tempo.

Molte generazioni di Prime Veggenti si erano avvicendate da quando Ghada Farida, figlia di Jessenia e di uno sconosciuto, era venuta al mondo, benedetta dall’Occhio di Talib… Kaessandria era la dodicesima delle veggenti nate fra i Tensh’Elijh e conosceva perfettamente tutta la storia della sua famiglia: ognuna delle donne scelte dalla divinità come sacerdotessa prediletta era stata depositaria di un grande sapere, certo, ma anche di un grande mistero, sicuramente imputabile allo sconosciuto amato da Jessenia. A volte questo si era manifestato fisicamente: talvolta si trattava di tratti somatici inusuali solo per un luogo come il Deserto (come gli occhi e i capelli chiari di Gelareh Maisa, la grande veggente), altre volte in modo più bizzarro (unghie lunghissime e fragilissime, oppure eccessiva sensibilità alla luce, o labbra di una curiosa tinta violacea, o addirittura la pelle curiosamente rossa, come quella della madre di Kaessandria, Anuraga Eakshaa). Ma in alcuni casi c’era stato qualcosa di più profondo, più radicale.
In particolare, un episodio le era rimasto impresso e le dava da pensare.

Circa un paio di secoli prima, l’Occhio di Talib si era manifestato in una fanciulla della famiglia di nome Na’ilah Afsoon. Ma, una decina di anni dopo, nacque anche un’altra bambina, Gelareh Maisa, cugina di primo grado di Na’ilah, e i saggi scoprirono che il divino Talib aveva scelto anche lei.
Questo avvenimento era piuttosto raro, e gli anziani tennero nascosta la cosa per precauzione. Lì per lì pensarono che Na’ilah fosse destinata a breve vita, e che quindi la loro divinità avesse designato già fin da subito una degna erede, per non lasciare la tribù senza una guida.
Ma la fanciulla cresceva bella, sana e altera: era un’ottima divinatrice (benché la sua specialità fosse abbastanza inquietante, visto che era un aracnomante, e nella sua tenda teneva dei ragni velenosi vivi dentro una teca, trattandoli come animaletti da compagnia) e di carattere allegro.
Tuttavia, man mano che passava il tempo la gente notò che le altre ragazze della tribù si ammalavano un po’ troppo spesso di malattie degenerative della pelle che facevano sfiorire la loro bellezza, oppure le loro giornate erano funestate da piccoli incidenti mai letali, ma estremamente fastidiosi.
Le cronache riportavano che, giunta all’età di 30 anni, Na’ilah era stata uccisa da un’infezione sconosciuta che si era manifestata come una grossa macchia rossa sulla schiena. La novella Prima Veggente, Gelareh, per l’appunto, concluse che era stata l’influenza del morbo che affliggeva la cugina a scatenare l’epidemia fra le giovani della tribù e liquidò velocemente la questione. Troppo velocemente, secondo Kaessandria.

Tutte queste stranezze prese singolarmente non erano niente, ma considerate nel loro insieme davano molto da pensare. A lei, per lo meno: sua madre, Anuraga, era troppo concentrata sui suoi incredibili calcoli per ascoltare le perplessità di sua figlia. Era stata un’aritmomante di grande genio, ma da qualche anno era diventata una vera e propria eremita e nemmeno prendeva più parte alle riunioni del Consiglio. Passava giorni e giorni a riempire rotoli di pergamena, con gli occhi socchiusi, mormorando frasi sconnesse anche per le orecchie di un esperto divinatore. Era potentissima, nessuno lo metteva in forse, ma viveva sempre di più in un mondo tutto suo. Tutti lo avevano capito: di lì a poco, la giovane Kaessandria avrebbe dovuto prendere il suo posto di guida della comunità. Anuraga non si interessava più a nient’altro che non fosse il suo fitto dialogo con il divino Talib, tradotto in infinte espressioni numeriche che nessuno era in grado di interpretare.

Insomma Kaessandria era pronta, finalmente. Ancora non aveva nemmeno sedici anni, eppure le bastava accendere una candela davanti allo specchio per sviscerare a fondo la vita di uno qualsiasi dei membri della sua comunità, arrivando persino a scandagliare nel dettaglio i segreti più oscuri delle anime dei suoi consanguinei. Ma, cosa che nessuno sapeva, altrimenti sarebbe stata interperetata come un cattivo auspicio, soprattutto le bastava toccare un oggetto qualsiasi appartenuto a un defunto per riuscire a entrare in contatto con lui, anche a distanza di tanti secoli, per tentar di strappare alle pieghe del tempo i segreti dimenticati che il caro estinto aveva portato con sé. Certo, ci volevano tempo, concentrazione e una buona conoscenza delle congiunzioni astrali favorevoli, cose che alla fanciulla non mancavano di certo, ma Kaessandria sapeva come far fruttare l’attesa.

Ormai distante qualche centinaio di passi dall’accampamento, la fanciulla si inginocchiò sulla sabbia ancora calda. I lunghi capelli, lisci e biondissimi tanto da sembrar quasi cinerei, rilucevano alla luce lunare, mentre i suoi occhi di un azzurro gelido scintillavano per l’emozione: nient’altro del suo volto rivelava la trepidazione che le faceva battere forte il cuore. Accese un piccolo braciere di incenso davanti a sé e socchiuse gli occhi. Fra le dita stringeva un antico velo di colore verde acqua, tempestato di ricami e di piccole pietre preziose.
In un attimo la concentrazione salì al massimo: Kaessandria fece il vuoto nella sua mente e attorno a sé. Esistevano solo lei e quel velo che stringeva fra le mani.

– Mostrati a me, venerabile antenata, attraversa le pieghe del tempo e appaga con la tua saggezza la mia ansiosa richiesta… in nome del vincolo di sangue che ci lega, recami la conoscenza che cerco… Parlami, Gelareh Masia!

***

Quando Kaessandria si infilò di nascosto fra le coperte del suo giaciglio era quasi l’alba. Era distrutta per la fatica e sconvolta per ciò che aveva appreso. Era terribile. Nessuno di loro avrebbe potuto far nulla, se non si poneva rimedio alla maledizione. Nemmeno il divino Talib, che aveva protetto le sue sacerdotesse predilette fino a quel momento, avrebbe più potuto salvare la tribù e il resto dei popoli del Paradiso Infranto. Molte teste sarebbero cadute prima che qualcuno… no, non voleva pensarci.
Perché adesso che sapeva la verità, sapeva anche di poter offrire ai posteri un’unica, flebile possibilità di salvezza. Quindi non si poteva perdere d’animo, oh no. Non lei. No di certo.

Era così, dunque, che sarebbe cominciata. La lotta contro il tempo e contro il Destino iniziava allora, e lei, Kaessandria Ashavari Tensh’Elijh, avrebbe mosso le pedine finché l’ultima delle sue discendenti non avesse preso possesso della scacchiera e tentato di vincere definitivamente la partita.
Così era iniziato il gioco. E la veggente sapeva già quale sarebbe stata la sua prima mossa.

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Commenti

commenti

2 comments

  1. Buon segno. Significa che i gdr vanno alla grande.

    I nostri eroi si sono messi veramente in un brutto guaio. Non immagini quanto. Io sto procedendo a passettini nel raccontare la storia perché ci vuole tempo a ricordare e scrivere tutto… Oggi ho postato un pezzettino piuttosto inquietante

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