Le ombre lunghe del tramonto che avevano accompagnato l’ultimo tratto di strada battuta, allo scoperto, sul crinale, finalmente avevano ceduto il passo alla penombra del bosco.
Ghianda aveva sempre preferito il riparo delle fronde. Alla fine, a che serve vedere in anticipo il tuo nemico in una pianura brulla. Non ti puoi nascondere. Non ti puoi mettere in salvo su un albero. E un arco non serve a molto in combattimento ravvicinato.
Ora almeno poteva acuire i sensi, non più distratti dal monotono e incessante suono del vento battente della prateria, e capire il mondo che la circondava aiutata dal quieto stormire delle foglie. Camminava leggera, cercando di fare meno rumore possibile.
Finché si fossero uditi i richiami dei volatili, verosimilmente era al sicuro dalla presenza di grossi pericoli.
Seguiva, con gli occhi resi acuti dalla lunga esperienza nei boschi, dei sentieri già battuti dagli animali, che avrebbero reso difficile ricostruire il suo cammino ad un eventuale inseguitore.
La sua mente sapeva che la cosa era improbabile, ma da quando era passata dal Subisso, aveva sempre la sensazione di avere qualcuno alle spalle ad osservarla. E non in maniera benevola.
La luce del sole al tramonto infuocava le cime degli alberi sopra la sua testa, mentre i suoi passi si addentravano sempre più nell’ombra.
Iniziò a guardarsi intorno per trovare un albero adatto a passare la notte.
Il sole sembrava indugiare sulle cime degli alberi. Forse, se avesse continuato la marcia forzata, sarebbe riuscita a raggiungere l’accampamento dello Spiantato.
Forse.
Si era stupita dell’accoglienza avuta da Simeon. Il suo crollo emotivo era stato visto non come un difetto, ma come una via di redenzione. Anche Antares l’avvelelenatrice, inizialmente sospettosa, dopo aver sondato il terreno, l’aveva accolta. Non che le sue arti potessero essere definitive in questo modo senza morte. Ma sicuramente non sarebbe stato piacevole averla come avversaria.
Per un periodo era stata stranamente indifferente, cosa che non era sfuggita a Simeon, che l’aveva “invitata” a meditare sulla sua situazione in un tempio dedicato a Sant’Elleron. L’esilio aveva avuto due funzioni: allontanarla dall’ira di Livia, e farle mettere in prospettiva gli eventi e le sue intenzioni.
Il suo proposito iniziale, trovare l’assassino di Cristilde e fargli andare a controllare il clima negli inferi, era ben poco praticabile in assenza della morte.
Anche se ora ce ne erano due, nemmeno una funzionava. La mia solita fortuna.
Certo, la vecchia Signora faceva paura, ma almeno era imparziale. La Novella, senza dubbio guidata dallo spirito più malvagio che vi fosse, che ti ricattava con la promessa di uccisione dei tuoi cari, aveva comunque scarsa presa. I miei cari erano già stati tutti presi. Ingorda.
La compagnia di Vinicio, per quanto assurda la situazione potesse essere, le mancava. Cristilde alla fine si era riunita ai suoi cari. Forse era giusto così. I miei cari, li vedevo ancora al tramonto, quando l’orribile realtà del giorno sfuma nei terrori della notte.
Alla fine anche una agonia senza fine, o doversi sempre rialzare dopo essere stati macellati, non era una prospettiva piacevole.
Gli alberi stavano cedendo il posto a cespugli di erica, suggerendo la presenza di una radura più avanti.
Rallentò il passo, per capire se vi fosse pericolo. Amici o nemici.
Odore di fumo. Zaffate di alcol. Voci alterate, e improvvisamente un rumore come di una esplosione. Ghianda sospirò. Anche se era da poco che era entrata nello Spiantato, era evidente che uno dei rituali serotini dell’accampamento, ovvero il tentativo (in genere infruttuoso) di tenere Jon lontano da alcol e polvere da sparo, era andato in scena.
Con il primo sorriso dopo tanto tempo, uscì dal riparo degli alberi. Camminava leggera allo scoperto, per la prima volta senza pensare a niente. Alla Morte che stava sfuggendo, alla Novella Morte che li inseguiva, agli amici persi, agli amici trovati.
Forse tutto questo aveva senso così.
Forse.
Ma forse.
Ma sì.
