Ritorno dalla Naciente

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Era ormai passata una luna e continuava a pensare a quei tre giorni che gli avevano fatto rivalutare la sua intera esistenza.
Mentre si dirigeva verso Port Anchor ad accompagnare il suo unico nipote tornato fortuitamente sano e salvo dalla Ventura, vagava con la mente durante le notti trascorse nel viaggio di ritorno. Era l’inizio, nemmeno fosse uno scherzo del Fato stesso, della Stagione di Caliban…

Inutile dire che se l’arrivo era stato arrembante e ricco di eccitazione a causa di ciò che stava per compiersi, le operazioni di preparazione alla partenza furono penose. Le Autorità si mostrarono solo all’ultimo istante utile per essere imbarcate e subito si schermarono nelle loro cabine isolate dal resto delle corti.
Nessuna di loro  aveva voglia di parlare, entrare in discorsi troppo grandi, in teorie contorte prive di fondamento. Nessuno intendeva pronunziare parole che avrebbero potuto costar la sparizione per essere giudicati in separata sede.
Se il completarsi del Primo Figlio li aveva fatti sentire come della pedine in balia degli eventi in un gioco più grande di loro, l’arrivo del Sire Caliban li aveva fatti sentire come granuli di polvere o briciole di pane raffermo sotto una scacchiera alla quale veniva giocato un gioco del quale non erano neppur degni di essere spettatori.
Una sensazione mai provata fino ad allora.
“Troppo lontani, troppo distanti, troppo impegnati a far quadrare le faccende di un Impero, finchè siamo in pari con i tributi, non possono voler nulla da noi.”
Questo pensava il Pueblo. Questo pensavano le Autorità.
Jagosh e Lucien parlavano animatamente dando le spalle al gruppo, mirando l’orizzonte buio uno e consumando quantità enormi di erba pipa l’altro. Sembrava un botta e risposta molto articolato ma non se ne intuiva il contenuto. Stranamente, quello più concitato dei due pareva essere l’uomo più maturo, che avrebbe dovuto esser guida e institore del giovane che, invece, pareva rincuorarlo e tentare di calmarlo, mostrando anche da lontano una calma e un raziocinio invidiabili.
Il Freddo era poggiato al cassero, esausto dopo i giorni precedenti e parlottava con la sua amata, non molto animatamente ma non era una notizia strabiliante. Non quanto quella che Homme Thibaud fosse sveglio e vigile nonostante fosse tarda notte, parlottante con il suo fido compagno Homme Andrée e con Homme Navarre.
Iker e Jean Claude, che parevano parlarsi a gesti e sospiri, probabilmente appena il desco era stato approntato si erano gettati sulle bevande più che sui cibi, quasi a tentare di anestetizzarsi. Quasi a voler trovare il sistema di rendere le loro sensazioni vacue, intorpidirsi fino al ritorno al mondo reale. Perché quello da cui tornavano era un angolo di nulla ritagliato in mezzo al niente più assoluto, contornato di storie orribili, incubi viventi e divinità scese tra i mortali.
Il Signorino era di umore tetro e non si sarebbe mischiato alla popolazione variegata sul ponte. Sarebbe rimasto sottocoperta fino all’arrivo in porto. Almeno questo diceva Jean Claude.
Scarlet sulla coffa, separata dagli altri sembrava intenta a tentare di battere Lucien che dabbasso le contendeva il primato di fumo convulso. La vedetta aveva provato a farle capire che quello sarebbe dovuto essere il suo posto, ma la donna aveva indicato le sue lame e aveva chiesto PER FAVORE qualche giro di clessidra. Era lassù in cima da tre ore. Forse intendeva la clessidra grande…
Isabeu e Valérie con la schiena al castello, sedute a terra in modo disdicevole, confabulavano animatamente. Ogni tanto faceva capolino qualche sproloquio . Fortunatamente zio Marcelle era partito la mattina presto con un’altra imbarcazione. Avrebbe avuto da ridire e probabilmente, l’amica pistolera della nipote gli avrebbe risposto per le rime.
La Ciurma smaniava di arrivare alla svelta in porto per poi ripartire con la nave del Capitano il più lontano possibile. Ancora non sapendo diretti dove, ma sicuramente non volevano rimanere su quell’imbarcazione sconosciuta più del tempo strettamente necessario.
Stragov e Julian che costituivano la totalità della Setta dei Culti Apocrifi (o ex-setta, per meglio dire)che non si era fatta avanti innanzi all’Insonne, ammettendo le proprie colpe o addossandosene altrui, avevano fatto capannello a prua della nave, sopra il castello, e pure loro si ponevano domande prive di risposta con una torva tristezza dipinta in volto.
Raul era intento a coordinarsi con l’ondeggiare del mare, anche se abbastanza calmo, al fine di aggeggi are qualcosa che, a detta sua, avrebbe fatto “dormire anche un valdemarita innanzi ad una palese violazione dell’etichetta”.  Quando Diego gli fece notare che non immaginava sapesse produrre tale intruglio, Raul rispose indicando una piccola fiaschetta di Polvo Nigra MP (Mezcla Portentosa). Non intendeva “un sonno da cui ci si risveglia”.
Fu l’unica nota ilare del viaggio di ritorno, in parte spezzò la tensione, in parte quando terminò l’ondata breve di buonumore, acuì ancor più lo stato di desolazione all’interno di quella nave.
Infine si aprì con un colpo secco il boccaporto che portava alla cabine della Bassa Corte.
Ne uscì Hari. Il volto scuro come le vesti indossate e il passo, se possibile, ancor più incerto rispetto a quello dello zio brillo, che subito gli corse innanzi.
“Hari, dove cazzo eri finito?”
“Zio, in effetti capisco …voi erigasiani… Quando inizi a non sentire più nemmeno le orecchie dall’alcol che hai bevuto, anche del resto della tua vita, ci capisci molto di meno. In casi come questo è un vantaggio…”
“Falla finita! Non sei ubriaco. Ti esprimi troppo bene.”
“Hai ragione zio. Ho preso in mano una fiasca di… Ron? Ma voglio essere lucido. L’ho rimessa subito a posto. Mi sto chiedendo da quando siamo partiti, perché non ero presente. Perché non c’ero quando le persone a me più care si stavano lanciando nel vuoto.
Perché zio? Perché Aleksandr?”
All’udir di quelle parole, l’effetto sedante dell’etanolo iniziò a scemare e l’uomo ingrigito dal tempo, si riebbe lentamente. Dopo una breve pausa, rispose al giovane.
“Cosa avresti fatto se fossi stato presente, fammi capire? Ti saresti messo nel mezzo anche tu, sicuramente, per non lasciare le tue compagne sole. Risolvendo cosa?
Esisteva una via d’uscita. Semplice, veloce e vigliacca.
Di chi è la colpa?
Della Zarina. Abbiamo eseguito i suoi ordini e anche innanzi a nostre rimostranze e dubbi, ha insistito.
Vi avrebbe soddisfatto? Appiopparle la colpa, tanto ora non avrebbe avuto modo di difendersi.
Sareste stati contenti?
Non lo avreste fatto.
Cosa rimaneva? Consegnarti a tua volta? Avrebbe giovato a qualcuno?
Credo che l’unico sollievo delle donne a cui tieni tanto, sia stato il fatto che tu non ci fossi.”
“MA ADESSO COSA FACCIO?!?”
Quella domanda gridata, strappata dalla sua gola attraverso i denti stretti a tagliola, squarciava il silenzio ovattato e artificioso di quel viaggio interminabile.
Tutti si zittirono. Portando qualche istante di rispettoso silenzio. Poi, parimenti come forma di rispetto, si voltarono e lasciarono il loro compagno di Ventura a sfogarsi da solo con il suo parente, che cercava con la calma di portarlo alla ragione. Ma una ragione che nemmeno lui aveva.
“Pensi che ognuno dei presenti non sia smarrito dopo quanto occorso? Nessuno ha perso una sorella, ma tutti hanno perso amiche care oggi. Magari che considerano pure alla stregua di sorelle. O anche di più.
Cos’hai dentro? Frustrazione? Rabbia? Tristezza?
Ce le abbiamo tutti dentro. Non hai che da chiedere. Ne abbiamo quante ne vuoi.”
“Voi tutti non potete capire… io….”
Iker vibrò un manrovescio. Forte, deciso, rapido. Vibrato a tal modo e da un uomo della sua stazza, fece barcollare in maniera evidente il giovane.
“Mettiti queste parole bene in testa.
Tu
Non
Sei
Nessuno.
Nessuno qui a bordo di questo guscio di noce di merda è nessuno. Non lo è Don Esteban, Non lo è il Gran Master Nestor, Non ho è l’Arconte Yad-Stolock.
Nessuno di noi è altro che un chicco di riso sotto la scacchiera del fato. A cui non ci è permesso muovere un solo pezzo.”
“Quindi, è questa la nostra vita? Il motivo che ci ha portato su questo mondo è essere niente più che una mera presenza microscopica? Questo noi siamo?”
“Hari, sei nato vicino al mare e dovresti saperlo quanto possa essere fastidioso un granello di sabbia nello stivale.
E siamo una moltitudine di granelli.”
“…Zio…”
“Vieni a bere un po’ di Ron. Non potremo fare nulla da sbronzi, ma non possiamo fare nulla nemmeno da sobri. Almeno il viaggio passerà più velocemente, in compenso.”

Di quel Ron ne era rimasto giusto un goccio a testa mentre, quasi all’imbrunire, erano giunti in vista di Port Anchor.
Forse Hari, dovendosi trovare al cospetto del padre, quasi non avrebbe voluto tornare a casa. Ma sarebbe stato un problema breve. Era già stata convocata una nuova adunata dei membri della Ventura MMXCLXV presso Erigas e sarebbe ripartito dopo un paio di giorni di riposo. Gli avrebbe comunicato la notizia, avrebbe assistito alla sua sfuriata, porta sbattuta e non lo avrebbe visto fino alla partenza, quando voltandosi prima di varcare il cancello, ne avrebbe visto la sagoma al piano superiore, affacciato alla finestra, di la da tende che ne oscuravano i lineamenti, ma non certo la figura riconoscibilissima.
Oppure no?
Magari sapendo della scomparsa della figlia minore, avrebbe avuto un malore e si sarebbe accasciato a terra esanime.
Oppure sarebbe rimasto calmo in apparenza per poi togliersi la vita nelle sue stanza, appendendosi all’architrave con una robusta corda o tagliandosi le vene nella vasca da bagno.
Oppure…
Oppure conveniva inventare una balla, Vivi era andata con i Grandi Randelli nella Red per essere più vicina alla prossima adunata.
Aveva pochi istanti per pensarci e Iker si fermò a circa duecento passi dalla proprietà di famiglia.
“Da ora sei da solo. Le tue elucubrazioni sono tutte valide. Tutte ragionate e tutte soppesate.
Ricorda che la menzogna ha causato tanti problemi alla tua… nostra famiglia… Ma nessuno oserà biasimarti se vorrai aspettare il giudizio definitivo prima di comunicare alcunché a tuo padre.
Io ti aspetto qui per ripartire tra due giorni. Se vuoi, tre, ma poi dovremo andare di passo svelto o arriviamo in ritardo alla chiamata.”
“A tra due giorni.” Disse serio mentre, già dando le spalle allo zio, si incamminava verso il cancello di casa.

 

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