Faro

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Port Anchor, vista di nuovo dopo decenni in occasione del funerale della povera Nina sotto la neve, era adesso tinta con i tipici colori della Stagione di Caliban. Un tappeto di foglie multicolore li aveva accolti e quasi scortati fino alla civiltà. L’odore di umida natura selvaggia degradava man mano che si avvicinavano alle porte cittadine scontrandosi e mischiandosi con l’acre fumo d’ugol fuoriuscente dai comignoli.
Era la stagione che preferiva.
Se non fosse stato gravato dall’impegno di accompagnare il nipote e attenderlo per ripartire di lì a pochissimi giorni, sarebbe rimasto molto volentieri per un po’.
Il giorno del loro arrivo salutò il giovane Hari, dandosi appuntamento di lì a un paio di giorni, e trascorse il resto della giornata in riva al mare.
Ripensò agli ultimi anni, alle ultime lune e si accorse di quanto aveva ignorato il suo fratellastro Ivan, o Curtois. Non si era interessato alle pochissime proprietà di famiglia rimaste, non aveva più scritto, non si era più recato a casa. Forse quella casa non l’aveva mai sentita totalmente sua.
Forse non era quello adatto per seguire le orme della sua matrigna adottiva.
Voleva prendere carta e calamaio, ma sul molo non sarebbe stato agevole scrivere qualcosa di minimamente leggibile e poi, comunque, sarebbe presto partito per Erigas. Non era sensato mandare una missiva dall’altra parte del mondo quando si stava per recarsi proprio lì. L’avrebbe spedita dalla prima casa di cambio sulla Red che avrebbero trovato.
Si sarebbe scusato con il suo caro congiunto, gli avrebbe detto qualcosa, ma non tutto, dato che non si poteva certo scrivere di ciò che poteva costare il rogo, e gli avrebbe dato appuntamento a prima possibile. Come nella precedente lettera. E tutte quelle che aveva bruciato nel camino di Fantasmagoria per quasi una luna.
In effetti non era il tipo da missiva.
Ivan gli aveva chiesto un anno prima perché faceva quel che faceva. Iker aveva risposto perché sentiva che era giusto farlo. Ivan non concordava, ma era un ragazzo sveglio e brillante. Aveva dato una mano come poteva e poi era tornato alla vita ben più tranquilla di un nobile di campagna senza troppe pretese. Era giusto così. Aveva sofferto tanto, troppo. Forse era il caso di lasciarlo stare finché non fosse stato lui stesso a cercarlo.
Una volta abbandonata l’idea di scrivere a casa, iniziò a ragionare, per la prima volta a mente fredda, su quanto occorso all’ultima Ventura. Sul Pelagra riunito alle sue parti mancanti, desideroso di crear prole; su Xoac chiuso in una pergamena che avrebbe potuto non essere il semidio buontempone e burlone, liberatore di popoli, ma un tiranno della peggior specie; sul Vagabondo, uno dei Grandi, con cui aveva parlato e a cui aveva comunicato la scelta dell’acqua fresca al posto del Ron.
Poi la sua mente spaziò oltre confine.
L’uovo del Furente a cui aveva contribuito a sparare in modo mistico, descrivendo la traiettoria da far compiere al proiettile attraverso due realtà distinte e pure sovrapposte, Volk’ar che, a quanto aveva capito lui, aveva fondato Khartas grazie al suo retaggio di Nosferatu con cui aveva fronteggiato con successo Zver’…
In questo turbine di informazioni le ore passarono, la gente attorno a lui continuava la vita di ogni giorno, come nulla fosse successo, come se nulla potesse cambiare, anche se tutto era cambiato.
Lui e i suoi compagni avevano avuto a che fare con una quantità di divinità assurdamente pazzesca in così pochi giorni, che sarebbe stato giusto e doveroso che venissero rinchiusi in un sanatorio per malati di mente e che la chiave fosse gettata dalla più alta scogliera della Baia dei Vor.
Il tempo rallentò e parve ad Iker che il Pueblo si stesse muovendo sempre più lentamente. Infine si vide quasi da fuori, da sopra se stesso: un uomo di mezza età, seduto sul molo a scrutar l’immenso.
Quando si riebbe, il buio e basta lo circondava, assieme agli schiamazzi di una vicina osteria.
“Beh, un altro motivo per entrare in un sanatorio…” si disse, mentre si alzava e si dirigeva verso la sua cena in locanda, incredulo di esser stato ore ed ore immobile senza averne quasi il ricordo.
Mentre consumava un piatto a base di pesce in umido e pane di segale, iniziò a stendere il piano della giornata successiva, per evitare di rimanere tutto il giorno seduto a terra sul molo a pensare a cose troppo grandi.
Magari al mattino sarebbe andato in giro per il mercato a ipotizzare l’identità di qualche faccia conosciuta, qualche vecchio compagno di giochi, magari consumando un pasto frugale in piedi, un po’ di nasello e patate, poi avrebbe seguito un riposo di un paio di ore, giusto perché era in quella che poteva quasi definirsi una vacanza e poi, poco prima del tramonto, verso il vecchio faro.
Presto arrivò la sera e si diresse verso il vecchio molo uno. Il faro ancora si stagliava sull’orizzonte, ma era spento. In lontananza, sul molo nove, quello nuovo splendeva nella notte.
Ma il suo obiettivo era il vecchio карандаш.

Da bambino avrebbe voluto salirci per osservare l’orizzonte, forse richiamato dalle sue origini marine.
Da giovane tante volte ne era stato scacciato assieme a suo fratello e ai loro compari di marachelle.
Da adolescente in fuga avrebbe voluto vederlo radere al suolo assieme a metà di quel posto che odiava di rimando.
Adesso, incanutito e con le membra stanche, ripensava al giovane se stesso e provava un misto di pena e tenerezza per il destino che gli era occorso.
“Povero Aleksandr, ci credo che non hai nemmeno voluto mantenere il tuo nome. Quanto dolore. Quanta amarezza.” Sussurrò mentre scavalcava la recinzione di protezione con scritto “PERICOLANTE. RIMANERE A DISTANZA”.
“Affrontando esseri soprannaturali e parlando al cospetti degli Dei stessi, morissi per colpa di una tegola in caduta libera o un muro crollatomi addosso, me lo meriterei…” Pensò quasi ridendo. Erano diversi giorni che non sorrideva. Probabilmente l’aria di “casa” se poteva chiamarla così, gli aveva giovato.
Mentre saliva a tastoni e a memoria i cinquantaquattro scalini (in gioventù aveva il vizio di contare praticamente tutto, dalle scale ai bocconi fino alle finestre delle case o i cavalli assicurati agli anelli posti su alcuni edifici della città, per poi ricordarsi questi inutili dati per lungo tempo…) iniziò a sentire un rumore sommesso. Come una tosse che tentava di essere soffocata.
Abituato nelle ultime lune ad aspettarsi sempre il peggio da ogni situazione, mise subito istericamente mano al pomo e snudò la sua arma. Maledisse di aver lasciato il braccio d’arme in camera, ma non ne avrebbe tratto giovamento il riposino pomeridiano altrimenti.
Piano arrivò allo scalino numero cinquantadue, tentando di non fare alcun rumore, certo che il suono rimbombante, e sempre più forte man mano che saliva, lo avrebbe aiutato.
Il rumore che tanto lo aveva spaventato era quello di un pover’uomo che stava piangendo.
Certo, non rinfoderò la spada, ma si tranquillizzò un minimo. Finché non chiese:
“Scusate? Ehi… EHI!  Tutto Bene? Non credo che dovreste stare qui. È pericoloso…”
L’uomo sollevò la testa dalle mani, si placò in qualche modo e rispose quasi scocciato, tentando di tenere a bada i singhiozzi e pulendosi il naso con un fazzoletto:
“Vengo quassù da una vita… non sarà un cartello scritto da un ragazzo del porto o…“ tentò di guardar bene il suo interlocutore, ma intuì solo la foggia delle vesti estranee al buio “… uno straniero a farmi scendere! Nemmeno voi dovreste strare qui! Allora? Che ci fate? E perché avete l’arma in pugno? Non ho un solo Falcone con me e le due idre con cui sono uscito adesso ingrassano l’oste. ”
Quella voce era familiare.
“Dmitrij…. Sei tu?”
“Come conosci il mio nome, straniero? Chi cazzo sei?”
“Io sono il Primero Heraldo Hidalgo Iker Jorge de SavaS. Ma tu… mi conosci come… Aleksandr…”
Inconsciamente strinse ancor più forte la spada. Come se temesse di dover mettere fuori combattimento il suo fratellastro ubriaco, furente con chi reputava colpevole di avergli portato via tutto.
“… Aleksandr? Aspetta, fammi accendere la lampada…” L’uomo armeggiò incerto e tremante con acciarino e pietra focaia, finché non riuscì a rischiarare il buio.
“Sei… proprio tu…” ricominciò a piangere.
Iker non si aspettava questa scena al loro incontro. Se l’era vista in testa centinaia di volte. Spesso come uno scontro all’arma bianca. Altre volte come una fuga dell’uno o dell’altro. Ultimamente si era immaginato  accompagnato dalla Zarina, che lo portava a conoscere un esponente della Famiglia di cui era Arconte che poi, a sorpresa, si rivelava essere Dmitrij.
Ma mai, tra tutte quelle volte, se l’era immaginato piangente e ubriaco.
Tirò su col naso come fanno i bambini in lacrime sgridati dai genitori. “Pensavo non ti avrei mai più rivisto… sniff… i ragazzi… Mi avevano detto che ti avevano trovato a Ultramar o come cazzo si chiama… Che più volte li hai aiutati e hai cercato di esser loro vicino…. I ragazzi…”
L’uomo ammutolì di colpo. Probabilmente il motivo per cui era lì in cima al faro era proprio quello. I ragazzi.
La loro partenza per la Ventura lo aveva scosso. I vari racconti, impaurito. La scomparsa della figlia, la sola che per tanti anni di vita era riuscita a dargli un motivo per sorridere e andare avanti ogni giorno, anche guardando l’altro figlio recluso a letto, anche mentre bruciava sua moglie qualche luna addietro, lo aveva probabilmente ucciso.
“Sai Aleksandr…” si soffiò il naso “credo che nel momento in cui qualcuno mi avvisasse del mio imminente dovere di accendere il fuoco funerario sotto i resti di uno dei miei figli, ecco, quel momento sarebbe il mio ultimo istante di vita. Poi sarei praticamente un guscio. Al pari di mia moglie prima che i suoi resti mi venissero resi.”
L’uomo distolse lo sguardo da Iker e si rimise a guardare il mare.
“…Credessi al Fato, alla Sorte, alle Dicerie, alle Superstizioni, potrei quasi esser sicuro che tutto ciò che è accaduto di brutto in vita mia sia dovuto a te. Arrivi bambino e dopo poco la mia famiglia è devastata. Sparisci per anni e tutto pare trovare un equilibrio. Rispunti fuori dal nulla, anche se con un altro nome e un’altra vita, e dopo poco mi consegnano quel che resta di mia moglie. Nel giro di poche lune, mia figlia viene portata via da uno dei Quattro Signori di questo Mondo… Cosa dovrei pensare?”
Dopo alcuni istanti di silenzio, il più giovane dei due prese la parola “Hai fatto un buon lavoro di padre con i tuoi figli. Sono due cari ragazzi. Devi esserne fiero.” Tentò di farlo pensare ad altro, ma il discorso ricadeva sempre lì.
“Sarei fiero se lavorassero duramente al porto e tornassero tutte le sere con le ossa rotte e la schiena a pezzi. Così sono solo un povero vecchio impaurito.
Quando li guardo partire, ogni volta credo che la colazione consumata assieme a loro possa essere l’ultima.
Ogni volta che tornano, ringrazio Shiva che ancora non li ha invitati al suo desco.
Adesso aspetto che qualcuno, chiunque, mi dica se sto per diventare un guscio o no.
NESSUNO MI DICE NIENTE DI DOVE SIA MIA FIGLIA!!!” si voltò di scatto e da seduto a terra quasi ruzzolò, per finirne ai piedi Iker.
Svelto infoderò l’arma e lo aiutò a sollevarsi, in quello che era quasi un abbraccio. “Tua figlia ha preso la decisione più stupida, azzardata e onorevole che poteva, in quel frangente. Tua figlia non ha avuto timore innanzi ad un DIO. Tutte le autorità presenti si sono espresse in suo suffragio e tutti gli uomini e le donne di Capo Nord hanno fatto lo stesso.
Vedrai che…”
“…Che ci sarà un altro falò nel giardino di casa prima che finisca l’anno. E non sarà il tuo, come tante volte mi sono augurato… Io… Si può essere così sciocchi da voler la morte di chi è stato tuo fratello e amico per tanti anni? Io l’ho voluta. Tanto. Ho immaginato i modi in cui mozzavo il tuo ultimo fiato di vita. A mani nude mentre i tuoi occhi si iniettavano di sangue, da lontano con l’arco e una freccia avvelenata con il più lento e doloroso dei veleni, legandoti mani e piedi ad un macigno e gettandoti da un carro dentro al mare, con ascia e pugnale… come combatteva nostro padre…”
“Nostro padre ha avuto una vita piena… Io… Sono stato uno scherzo del Fato… Un peccato di mezz’età… Non avrei dovuto nemmeno sopravvivere… Sai… Tante volte sarei voluto tornare. Anche io ho immaginato molte volte come sarebbe andata… Ricordi il gioco che facevamo da bambini? Il gioco del Se io…?”
“Si Aleksandr… Ricordo quando bastavamo noi due, un giorno da buttare e quel gioco… Quante ore, giorni, lune… Quando era troppo freddo per uscire di casa, quando era troppo caldo, troppo tardi, troppo presto…”
Si sistemò bene a sedere sul cinquantaquattresimo scalino, imitato subito dall’altro che lo aiutò.

“… Se io tornassi a trovarti, Dmitrij, come reagiresti…?” una lacrima rigò lo zigomo e la barba bianca.
“… Io… Aleksandr… Credo proprio che…”

“EHI!!! CHI VA LÀ!!! CHI C’È LASSÙ?!?”
Un urlo lontano, dalla banchina, li scosse. Li svegliò da questo momento al di fuori della realtà che si era creato.
“Dmitrij credo che abbiano visto la tua luce da lontano. È il caso di andare… Ce la fai?” disse Iker asciugandosi le guance bagnate.
“… Beh… Sono sempre stato il più veloce, dei due…” Disse alzandosi e prendendo a scendere le scale.
“Sì” Rispose Iker da dietro “Ma anche il più vecchio… Cerca di non farti venire un infarto su queste scale. Non sarebbe di gran conforto.”
In un attimo, tornarono indietro di quasi quarant’anni.
Scesero le scale velocemente e intravidero una luce da fuori che si avvicinava.
Scavalcarono la recinzione aiutandosi l’un l’altro e infine si ricomposero mentre un giovane soldato gli veniva incontro.
“Perdonate, avete visto dei ragazzi uscire dal faro?”
“Sì, erano… due…”
“Uno alto e bello, l’altro più basso e veramente brutto… sono andati….”
“Di là… Quello più basso però sembrava il capo. Non sono molto lontani.”
“Grazie signori. Buona serata.” Disse il giovane milite, che riprese la corsa.
Appena si allontanò, i due iniziarono a poter manifestare tutto il fiatone che avevano ottenuto con la corsa giù per il faro.
“Se stamani qualcuno mi avesse detto che la mia serata sarebbe finita così, gli avrei dato del pazzo…” Disse Dmitrij quasi sorridendo.
Anche Iker sorrideva . Poi si fece serio.
“Domani ripartite. Me lo ha detto mio figlio. Cercate notizie della mia звезда e fatemele avere. Ti prego Aleksandr.”
“Se ci sarà qualcosa che potrò mai fare per riavere mia nipote e riaccompagnarla nella tua casa, lo farò Dmitrij.”
“Credo sia l’ora che tu vada a riposare. Domani partite presto. ‘Notte Aleksandr.”
“….’Notte Dmitrij… A presto…”

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