Sogni di una notte di mezz’estate

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Quando una secchiata di acqua gelida la investì in pieno petto, Eliot spalancò gli occhi, peggiorando ulteriormente la situazione poiché l’acqua era dannatamente salata. Dolorante, annaspò cercando qualcosa a cui aggrapparsi e sbatté violentemente contro una parete morbida e prorompente.
– Eliot! Che il Pelagra te porti, levate immantinente dal mio balcone!
Quando finalmente riuscì ad aprire gli occhi, Eliot si rese conto di trovarsi su di una maestosa nave nuova di zecca, più precisamente su un ponte tirato a lucido, in particolare fra le braccia del capitano Lorelai.
– Acc… mi dispiace Capitano! – si scusò confusamente – Non mi aspettavo di trovarmi qui sulla… ehm… su questa stupenda nave…
– Magnifica, vero? – Lorelai piazzò le mani sui fianchi, orgogliosa. – Non so ancora se chiamarla L’Indomabile Strega Salmastra, o L’Unicornessa Fremente, o la Maldida Cagna do Mar, o…
– Capitanoooooo… – Léon sfrecciò oltre le due donne come un bufalo infoiato, brandendo una lancia lunga almeno tre volte la sua statura.
– Il calamaro giganteeeeeee… – ululò Ivan dalla coffa, scagliando frecce grosse quanto travi portanti verso la prua della nave.
– Arrivaaaaaa… – confermò Miko, pattinando con grazia su e giù per le vele.
– Credo che sia il momento dell’attacco finale – constatò Alma scostando elegantemente gli spruzzi d’acqua con un ventaglio grosso quanto una coda di pavone.
– Eh, un attimo, arrivo, ARRIVO! – stronfiò Lorelai, sistemandosi il tricorno sui capelli perfetti. Davanti alla nave troneggiava un gigantesco calamaro con millemila tentacoli, agonizzante e in netto svantaggio rispetto al gagliardo equipaggio che, grazie allo sprezzo del pericolo e all’irriducibile abnegazione nei confronti del suo Capitano, aveva perfettamente il controllo del campo di battaglia.
– Allora – commentò Lorelai – ti piace il mio sogno?
Ahhh, ora si spiega tutto, pensò Eliot. E certo, che altro poteva essere?
– Puoi restare, se vuoi! – e così dicendo dette una sonora pacca sulle spalle di Eliot, che sputò un gotto d’acqua a sei passi di distanza – Qua è tutto grandioso, leggendario, epico all’ennesima potenza!
– Lo vedo! È davvero un gran bel sogn-OMMISERIALADRA…
– MA CHE MIERDA È QUELL’ABOMINIO?
Sia Eliot che la Ciurma rivolsero uno sguardo orripilato al calamaro gigante, che aveva subito un’agghiacciante mutazione: in fondo a ognuno dei tentacoli era spuntata la faccia stravolta del giovane Jagosh, in pieno delirio ormonale, che fischiava come un rondone invocando (in ordine sparso) Malenki, il Temno, Vivi, il coitus interruptus, l’allegra compagine di Villegnac e le mutande di Lucien. Una scena talmente terrificante che Miko scivolò dalle sartie finendo a faccia in giù sul ponte, Ivan venne denudato da una folata di vento e si nascose piangendo dietro il parapetto della coffa, Léon si aggrovigliò con la lancia a una cima e finì schiacciato da un cannone in retromarcia, mentre Alma si immerse nella composizione di una tristissima “Ode del marinaio spiaggiato male” e sembrava produrre solo amari singhiozzi.
– NOOOOOOO, IL MIO SOGNOOOOOO!!! – Lorelai era fuori di sé dalla disperazione, ma soprattutto dal disgusto.
Improvvisamente, Eliot ebbe un’intuizione. – Capitano, forse sono io che interferisco! Meglio che me ne vada dal tuo sogno…
– Dici che potrebbe… – Lorelai fece per togliersi il tricorno, ma al suo posto trovò un colbacco di pelo arancione. – VAI, VAI SUBITO! ADELANTEEEE!
Eliot non se lo fece ripetere due volte e si precipitò oltre una bella porta intarsiata miracolosamente apparsa sul ponte proprio davanti ai suoi occhi.

***

Aggraziati cicisbei e vezzose fanciulle valdemarite danzavano leggiadri in uno dei saloni più sfarzosi che Eliot avesse mai visto, mentre stormi di valletti e cameriere in crinoline servivano preziosi liquori e prelibate leccornie su vassoi tempestati di gemme variopinte. In fondo alla gigantesca stanza da ballo troneggiava un buffet pantagruelico che nessuno sembrava prendere in considerazione… tranne due figure, una agghindata con trine e merletti apparentemente raffazzonati a caso e l’altra avviluppata in una marsina finemente ricamata di buone intenzioni e pessimo gusto.
– Ehi Eliot! – la chiamò Valérie agitando un fazzolettino di seta dorata.
– Vieni qua con noi che c’è un sacco di roba da mangiare! – la invitò Diego brandendo una coscia di pavoncella.
– Oh, ciao ragazzi! Siete gentili, ma forse sarebbe il caso che me ne andassi…
– Ma che dici! Sei appena arrivata! – Valérie le mise fra le mani quello che sembrava un delizioso uovo-gelato con scaglie di cioccolato alla violetta.
– Sappiate che amo questo sogno e vorrei davvero fermarmi, ma è meglio se… – Eliot tentò di restituirle l’uovo, ma questo iniziò a dischiudersi. – Accidenti, troppo tardi…
– Ah, esto se pasa spesso, non preoccuparte… – minimizzò Diego – Nell’ultimo è uscito un drago di bistecca al sangue, muy bueno!
– Ma io temo che…
– Tranquilla, tranquilla – la rassicurò Valérie, orgogliosa – Diego ha detto che è tutto pagato! Nei miei sogni paga sempre!
– Però prima è successo che…
– Stai serena! Di che ti preoccupi? – la voce di Raul la colse da dietro le spalle, ma Eliot non era preparata a vederlo in livrea e guantini bianchi, con un vassoio di polpette in equilibrio sul palmo di una mano.
– Questo dettaglio non raccontarlo in giro, mi raccomando… – le sussurrò Valérie in un orecchio.
– Ragazzi, davvero, grazie dell’invito ma dovrei… PORC MACOSADIAMINESEI? – L’uovo aveva finito di schiudersi e dal suo interno era uscita la testa dell’arconte Vassilij con otto minuscole manine atrofizzate attaccate al collo che piangeva come un neonato bisognoso di un cambio di pannolino. Diego cacciò un urlo virile, Valérie sfoderò da sotto la gonna un’ascia a due mani in puro merletto, Raul estrasse un archibugio da un guanto e sparò all’abominevole oggetto, che per tutta risposta iniziò a ululare come un lupo stretto all’uscio.
Di colpo, tutti i presenti, nobili e servitori, si voltarono verso il buffet: inguainati nei loro abiti da gran gala, fossero bustini di pizzo, frac ricamati o uniformi impeccabili, centinaia di arconti Vassilij li osservavano lacrimosi e famelici, mormorando litanie inintelligibili.
– Èproprioarrivatal’oradisalutarcibelsognoValérieciaoooo… – Con quattro salti, Eliot scomparve oltre una porta dai vividi colori comparsa provvidenzialmente oltre i vassoi di bignolini alle mille e una cremina.

***

Decisamente quel sogno aveva troppi colori. Eliot non ne aveva mai visti così tanti tutti insieme, né tinte così eccessive. In effetti non vedeva un granché, poiché una densa nebbia fluorescente si estendeva su tutto l’ambiente circostante. Mentre cercava di orientarsi, sbatté una sonora ginocchiata contro lo spigolo di qualcosa che rovinò a terra in un tripudio di vetri rotti e minuscoli fuochi d’artificio.
– Oh, fai attenzione! È roba che macchia! – la voce di Artemisia era soave ed estatica e la raggiunse da un punto indistinto alla sua destra. – Che bello, Eliot! Quando sei entrata?
– Nel tuo sogno, intendi?
– No no, dico proprio a casa mia! Che hai assaggiato? I sali di litio purpureo, l’oppio indaco, il bombaliberatutti… – La nebbia si diradò quel che bastava a permettere una visibilità accettabile e Eliot riconobbe il boudoir-laboratorio dell’amica alchimista, di cui aveva usufruito anche lei un milione di secoli prima (come passava il tempo!). Artemisia si destreggiava fra ampolle e bollitori danzando come un’ondina e canticchiando una canzoncina del buonumore, mentre su un letto a cinque piazze si rotolavano sereni Jean Claude e Scarlet, in una scena idilliaca che aveva del familiare.
– Vuoi dire che questo sogno è…
– …indotto da sostanze alchemiche, sì! È divertente, vedi?
– Cioè, mi vuoi dire che tu continui a sperimentare roba su te stessa e sugli altri anche mentre dormi?
– È esatto! Vedi, lo sapevo che un po’ di alchimia ti era entrata in testa… mi rendi fiera! Vieni, assaggia un po’ di polvere di ragnostrello! – Artemisia veleggiò verso un minuscolo calderone che espelleva ondate di vapori fosforescenti, ma Eliot si spostò a sedere sul lettone.
– Scusami amica, credimi ma è meglio se ci salutiamo qui… – Con la coda dell’occhio aveva notato che Jean Claude si stava gonfiando come una zampogna e riempiendo di peli superflui, mentre Scarlet aveva assunto una colorazione bluastra e una conformazione zannuta.
– Oh… te ne vai di già? – uggiolò Artemisia, delusa, mentre un distillatore scintillante esplodeva alle sue spalle.
– Sniffate l’impossibile anche per me – furono le ultime parole di Eliot prima di sprofondare nella porta apparsa misteriosamente sul materasso sotto di lei.

***

Eliot perse rapidamente il conto dei sogni che aveva attraversato, cercando di darsi alla fuga sempre più velocemente per evitare che la sua presenza potesse portare altri devastanti elementi di disturbo negli scenari ideali e bucolici partoriti dalle menti dei suoi compagni d’avventura. Rimase quindi abbastanza sorpresa quando giunse su una scogliera squassata da vento e tempesta, letteralmente inondata di cadaveri. Al centro, una figura piegata dal dolore e dal pianto, con le mani artigliate intrise di sangue.
Così è questo l’incubo di Vivi…
A quel punto c’erano due possibilità: o Eliot cercava con tutte le sue forze di svegliarsi, irrompere nella stanza dell’amica e tirarla fuori da quell’inferno scuotendola dal sonno, oppure…
– Vivi, vieni con me.
– Eliot… non puoi essere viva… io ti ho uccisa… guarda… – gorgogliò Vivi fra i singhiozzi. In effetti, ai suoi piedi c’era pure una Eliot con la gola squarciata e schizzi di sangue che si espandevano sulle vesti candide.
– No, vedi? Sono qui, – ribatté – seguimi, forza!
Eliot trascinò una riluttante Vivi oltre una porta piuttosto piccola e, una volta varcata la soglia, le due donne vennero investite da un oceano di luce calda e avvolgente. Davanti a loro si schiudeva una spiaggia immersa in un radioso meriggio estivo, circondata dalla natura più lussureggiante che si potesse immaginare, aperta su un mare cristallino in cui nuotavano pesci variopinti e dominata da un cielo limpido solcato da uccelli benedetti da ugole perfette.
– Ma cosa… – Gli abiti di Vivi erano tornati puliti e gli artigli erano scomparsi: non c’era più nessuna traccia della tragedia che si era consumata pochi istanti prima. – Ma che posto è questo?
– È il mio sogno speciale – spiegò Eliot con dolcezza. – Te lo presto per questa notte, tanto sono mesi che non lo uso… Qui i cattivi pensieri non possono arrivare, si disintegrano se solo provi a evocarli.
– Come è possibile… – Vivi era incredula, ma il suo volto si era già fatto più disteso.
– Che ti importa di come è possibile? – Eliot la spinse verso il mare, ridendo – Adesso vai e popolalo come ti pare!
Dopo pochi istanti, la spiaggia si era riempita di persone e di grida gioiose: tutti coloro che erano morti nello scenario precedente adesso non solo erano vivi, vegeti e pieni di allegria, ma sembravano anche più belli. Eliot osservò con tenerezza un’altra se stessa correre leggera nell’acqua bassa con le mani colme di stelle marine e conchiglie: era un po’ più magra, un po’ più alta, un po’ più giovane e decisamente più avvenente di come si vedeva allo specchio. Dunque era così che Vivi percepiva i suoi amici?
Continuò a osservare la scena come da dietro una finestra, lieta di aver garantito almeno una notte di serenità alla sua amica… poiché non dubitava nemmeno per un istante di aver davvero attraversato i sogni degli altri. Non era forse la notte di mezz’estate? E non accadevano forse le cose più bizzarre durante quella magica notte?

– Molto bene, saggia decisione e nobile gesto… ma non credi che sia arrivato il momento di tornare al tuo sogno?

Il respiro le si gelò in gola. Lentamente si voltò e incontrò lo sguardo severo della Zarina. Non aveva un’espressione spietata, anzi: sembrava quasi dispiaciuta per averla dovuta richiamare all’ordine.
Eliot abbassò lo sguardo, mordendosi le labbra.
– Devo, non è vero?
Zoya le appoggiò una mano sulla spalla con inaspettata delicatezza. – Credimi, mi dispiace.
Eliot le credeva. Sfiorò appena la manica della Zarina e si voltò tremando verso l’ennesima porta, l’ultima che avrebbe varcato per quella notte.
Nel momento in cui le dita di Eliot strinsero la maniglia, un grido di dolore furibondo lacerò l’aria e un rivolo di sangue iniziò a scorrere da sotto la porta, inzuppandole i piedi nudi.

Un brivido rovente le percorse la schiena.
Chiuse gli occhi trattenendo le lacrime.
Girò la maniglia e entrò.

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