
Giorno decimo quarto, nona luna, anno ottavo del R.E.
“Ma quindi… siamo di nuovo nel sottobuio?!?”
Aveva subito pensato a lei, non appena processata l’informazione. E non perse un momento per andare a cercarla: a sera inoltrata la trovò, nel punto preciso dove le indicarono.
Era riversa al suolo, il volto semi affondato nel terreno: gli occhiali sudici ma intatti, le carni in avanzato stato di decomposizione. Rimase a fissarla per un tempo indefinito, accovacciata ad un palmo dal suo volto: nel peggiore dei suoi incubi l’aveva immaginata proprio così, indifesa e consumata, eppure nemmeno in quel momento riuscì ad avere pietà di lei. La pietà, semplicemente, non le si addiceva.
Vidar l’aiutò quando da ultimo si decise a spostarla: l’avvolse in un telo logoro e la caricò con delicatezza nel suo cavallo, pronte alla volta di Querciarossa.
“Ti porto a casa” le sussurrò vicino a dove pensava ci fosse un tempo il suo orecchio.
Giorno decimo quarto, nona luna, anno nono del R.E.
“Furia! Sono arrivati, corri!!”
Vidar urlava a pieni polmoni dalla vetta della collinetta sopra di lei: Ottavia si paralizzò quasi sentendo quelle parole e poi si voltò, titubante. Uno, due, tre, quattro, cinque… sei!
Sei figure corazzate si stagliavano all’orizzonte: le ci volle un po’ per metterle a fuoco ma, in cuor suo, già sapeva a chi andava incontro.
A grandi falcate raggiunse il gruppetto: dopo la lunga giornata di lavoro le gambe le bruciavano come tizzoni ardenti e le braccia erano macigni difficili da portare appresso ma con loro non avrebbe mai tradito quelle difficoltà.
Quando fu ad un paio di metri dal gruppetto, Vidar le si avvicinò per sostenerla in modo discreto: erano semplicemente perfetti, freschi come rose nonostante il lungo viaggio che li aveva condotti da lei. Fece un passo verso Vinicio, incerta, ma poi fu lui a rompere gli indugi, colmando la distanza che li separava e abbracciandola stretta: il resto della combriccola si chiuse a capannello attorno a loro.
Per un po’, non ci fu bisogno di altro.
Giorno decimo quarto, nona luna, anno decimo del R.E.
“E questa?!?! Cosa cazzo sarebbe questa roba?!?”
Ottavia non si rendeva conto di che ore fossero: nessuna luce filtrava dalla finestra, solo la candela che Vidar le puntava in faccia portava un po’ di visibilità nella loro camera da letto. Quanto a capire il problema era messa ancora peggio: le sventolava davanti un foglio ingiallito dal tempo, con tutto l’ardore che amava di lei.
“Strega, amore mio… ma di che cazzo parli?!? E’ notte fonda, domani… cioè in realtà oggi, arrivano gli altri: che diamine…”
“AH! Non provare a rabbonirmi sai, vecchia ingrata! Cos’è sta merda eh?!? Stai morendo? Hai visto Leone alle mie spalle, eh?!?”
Vidar si sbracciava seminuda vicino al letto, il ricordo della notte di passione ormai alle spalle: agitava una lettera minuta, una pagina appena, che Ottavia faceva fatica a riconoscere.
La Strega le lanciò alfine il foglio sul letto e cominciò a camminare, avanti e indietro nella stanza, in preda alla rabbia più cieca: solo allora Ottavia cominciò a capire.
“Non è come pensi…” provò ad abbozzare, peggiorando solo la situazione.
“NON E’ COME PENSI?!?! E come la devo pensare questa lettera d’addio, eh?!? Che ti sei presa la briga di scrivere quattro minchiate sdolcinate tanto per fare pratica, eh?!? Capra ignorante, bellezza si scrive con due z!”
“E’ colpa di Leone…” sempre peggio…
“Che cazzo c’entra Leone, eh?!? Allora è vero, uh? Vediamo Leone di nascosto adesso?!?” Vidar era livida in volto: si sentiva tradita dalle due persone delle quali più si fidava.
“Mi ha aiutato a scriverla il 12…”
“Cioè.. ieri!?”
“…di due anni fa.”
Solo a quel punto Vidar le concesse di spiegarsi meglio, lasciandosi scappare un sospiro di sollievo.
“Non avevo scritto solo il mio testamento: avevo scritto anche a te prima di scontrarci con l’Immacolato… con Cristilde… va beh, hai capito.”
“Quindi… non stai morendo?!”
“Non saprei… ti sei calmata?!?” prese il lenzuolo e ce l’avvolse, dolcemente “e copriti un po’ o ti prenderai un accidenti: non vorrai dare materiale su cui fantasticare a quei vecchi malati dei nostri compari, vero?!”
“No, già fanno abbastanza bene da soli…” le rispose, finalmente sorridendo. “Però niente più lettere, ok? Quel che sarà sarà, non voglio ricordare la grafia di Leone: voglio avere ben impressi i tuoi occhi, il tuo naso, la tua bocca…”
“Ecco, brava, così mi piaci: cioè in realtà mi piaci sempre ma quando sorridi così mi togli proprio il fiato…” Le prese il viso e la baciò dolcemente.
La fissò per qualche attimo, il volto ancora tra le sue mani: un bacio non era abbastanza.
“Sai una cosa, invece? Mi andrebbe proprio di creare materiale per sparlare di noi…”
Il sorriso di Vidar si fece malizioso e intrigante: annuì con la testa, sistemandosi il lenzuolo sulle spalle.
Ottavia infilò il camicione alla bene e meglio, prese la moglie per mano e si chiuse rapidamente casa dietro: imboccarono la via della foresta, illuminata dalla pallida luna estiva.
Giorno decimo quarto, nona luna, anno dodicesimo del R.E.
“DISCORSO! DISCORSO! DISCORSO!”
Urlavano a squarciagola come animali in calore, aspettando che Ottavia si alzasse in piedi: quando lo fece, finalmente, la folla si placò.
“Eccomi, eccomi, razza di zotici chiassosi! Dunque vediamo… da dove comincio?!? Maledetti, non sono mai stata brava coi discorsi…
Allora, facciamola breve: quattro anni orsono abbiamo liberato la Scacchiera dall’ultimo degli Immacolati. Quattro anni di fatiche, sudore, per un unico scopo: onorare la promessa che ci siamo fatti separandoci. Querciarossa non è più un villaggio fantasma, ma, anzi, con questo “Ostello per Orfani di Guerra” riacquista nuova vita: e non avrei potuto sperare in una compagnia migliore per la sua inaugurazione! Alla salute!”
“ALLA SALUTE!”, le risposero tutti in coro.
Vidar era riuscita a radunare quasi tutti i suoi Ragazzi: c’erano Gig e Xorba, accompagnati da quel tizio che non si capiva perché si facesse chiamare Biondo e biondo francamente non era…
C’erano quasi tutte le Fiere: mancavano giusto Istrice e Grizzly, divenuti ormai delegati di spicco della nobiltà dei Ducati. Scoccia…
C’erano ovviamente gli Smarriti: c’era anche quello strano tizio da cui aveva preso l’idea dell’orfanotrofio.
Nonostante gli anni trascorsi lontani, li trovò ancora pieni di vita e scanzonati: avevano bagagli straripanti di storie incredibili da posti remoti, cimeli esotici ricchi di fascino e mistero.
Erano l’unico mondo di cui Ottavia voleva sapere tutto.
Giorno decimo quarto, nona luna, anno quattordicesimo del R.E.
“Nessuno aveva certezza di ciò che sarebbe successo: eppure nessuno, tra quei saltimbanchi colorati, avrebbe arretrato di un passo” Ottavia sospirò, chiudendo il libro d’un colpo. “Questa parte è davvero eccessiva, anche per Ciri”.
“No, dai, ti pregooooooooo: solo un altro capitolo, uno solo! DAIIIIIII” Cris sapeva essere davvero fastidiosa quando ci si metteva.
“Devi dormire, è troppo tardi per una mezza sega della tua età”
“Mamma Vidar non vuole che mi parli così…”
“Me la vedo io con mamma Vidar, Rospa! E tu non fare la spia altrimenti…”
Non appena la bambina vide le dita della donna muoversi velocemente verso di lei, si ritrasse nel lettino, cominciando a urlare “NOOOOO, TI PREGO, IL SOLLETICO NOOOOOO!!”
“Beh dovevi pensarci prima, cara la mia Rospa saputella!” E mise in atto la sua punizione: Cris rideva di gusto, dimenandosi nel lettino come fosse posseduta.
“OTTAVIA!” Vidar si avvicinò di gran carriera alla piccola stanzetta, gli occhi al cielo e un’aria falsamente scocciata: la chiamava così solo quando aveva combinato qualche casino. “Possibile che ogni volta che l’addormenti tu va sempre a finire ad urla e strepiti?!?”.
“Non è colpa mia, Strega, faccio quest’effetto alle donne…” Ottavia le fece l’occhiolino e Vidar non poté che sorriderle, amabilmente. Il volto della sua Strega cominciava a riempirsi di piccole rughe, tra i capelli qualche riflesso argenteo spuntava nella sua famosa chioma corvina: era semplicemente la creatura più bella di tutto il Creato.
L’idillio, però, durò poco: “Molto divertente, Furia, adesso sono proprio curiosa di vedere quanto ci metterai a farla dormire: auguri!”
Ottavia si rimise a sedere accanto alla bambina, sbuffando, mentre Vidar riprendeva la via della cucina: Cris aveva gli occhi sgranati, carichi di aspettative.
“E va bene, una storia corta però, siamo intese?!? E che non parli di quel baciapile di Balthazhar che altrimenti mi cascano i cogl…”
“OTTAVIAAA!!”
Giorno decimo quarto, nona luna, anno sedicesimo del R.E.
“Buonasera, cercavo la signora Ottavia Bancalari, è lei?”
Ottavia aveva notato appena il ragazzo entrato, troppo intenta a lucidare il boccale che teneva tra le mani: a quelle parole però fece fatica a trattenere una risata.
“Signora no di certo… Ottavia, beh, dipende da chi vuole saperlo”.
Scrutò il ragazzo da capo a piedi: ben vestito, faccia pulita, capelli colore del fuoco. O un ciarlatano o un chierichetto, magari entrambi, pensò: un’aria, tuttavia, stranamente familiare.
“Lascia perdere, si, sono io Ottavia e non so come hai fatto a finire qui ma non voglio noie: Querciarossa è un villaggio tranquillo, questa è l’unica taverna nella quale t’imbatterai ma io sono la classica ostessa alla quale non vuoi far girare le palle. Non so se mi spiego”. Disse, appoggiando il boccale sul banco e facendo quanto più rumore possibile.
“La signo… volevo dire, Vidar, beh, aveva detto che avresti risposto più o meno così” il ragazzo sorrise imbarazzato e Ottavia non si preoccupò del fatto che avesse nominato sua moglie con tanta leggerezza: sapeva ancora il fatto suo e un bocconcino così poteva abbatterlo con una mano mentre con l’altra faceva le trecce a Cris.
“Come conosci Vidar?!?”
“L’ho conosciuta qualche giorno fa, è lei che mi ha detto che stasera ti avrei trovata di turno qui”.
“Beh, non sembri proprio il nostro tipo… ma sembri uno che non se ne andrà senza aver raccontato la sua storia: quindi siediti e vuota il sacco. Cosa ti preparo?”
Il giovane accettò di buon grado l’invito, sedendosi in un sgabello vicino al bancone: si guardò intorno, con aria curiosa, come se volesse carpire ogni dettaglio.
“Una birra, per favore. C’è stata una festa qui?”.
“E birra sia” Ottavia cominciò a spillare la bevanda, rispondendo riluttante all’avventore “Si, c’è stata una festa: vecchi amici, nuove famiglie, un fiume di ricordi e risate. Festeggiamo quasi tutti gli anni, in questa giornata precisa: una sorta di tradizione” gli porse la birra, guardandolo fisso negli occhi. Tutto le faceva pensare che fosse un ragazzo per bene, lo sentiva inspiegabilmente dentro, ma era ben nota la sua incapacità nell’inquadrare il prossimo.
“Mmm, capisco. Sembra una bellissima cosa…”
Qualcosa nel suo sguardo la metteva a disagio: occhi grandi e scuri come due pozze che la fissavano curiosi, familiari, dove poteva averlo già visto?!?
“Senti bello, io sono stanca e, davvero, non so cosa ti abbia portato qui nel cuore della notte ma francamente…”
“Sei tu che mi hai detto di venire a cercarti…”
Ottavia passò di là dal bancone per avvicinarglisi un poco: doveva sembrare alquanto spaesata perché il forestiero si mise subito a spiegare meglio.
“Si è presentata a casa mia una donna dall’aria esotica, non più di sei o sette anni fa: ha parlato coi miei genitori, ha detto che dovevano dirimere una certa questione ma con me non hanno condiviso altro. Dopo quella sera non l’ho più vista.”
Il ragazzo tirò fuori dalla tasca un foglio stropicciato: Ottavia lo riconobbe senza sforzo, tanto aveva impiegato a scrivere quelle parole.
“Quest’anno ho ricevuto dai miei questa missiva” cercò la riga giusta col dito “hai scritto “cercami, ragazzo”. Eccomi qui”. Sorrise, come se fosse stata la scelta più naturale del mondo.
Ottavia ci mise un po’ a sbattere di nuovo le palpebre, ancora di più a respirare: quando si riprese fu come se il macigno che le pesava sul cuore fosse alla fine caduto nel placido stagno della sua anima, inghiottito e cancellato per sempre. Senza darlo a vedere, si aggrappò con forza al bancone: si sentiva troppo leggera, aveva paura di volare via.
Vidar li osservava dalla finestra: intorno a quel ragazzo fortunato riusciva a vedere tutte e tre le sue madri finalmente insieme. Quell’immagine, che forse solo lei poteva contemplare, le rimase impressa fino al giorno della sua morte.
Giorno decimo quarto, nona luna, anno diciannovesimo del R.E.
“Sinceramente, grandissimo bastardo, pensavo schiattassi prima…” risero tutti, amaramente, soprattutto quelli della vecchia guardia, i Ragazzi Originali, come amavano farsi chiamare per darsi un tono.
“No, davvero Aldo, non avrei scommesso un soldo bucato che saresti campato tanto, riuscendo perfino a metter su famiglia: pensavo che tua madre, pace all’anima sua, fosse l’unica donna che potesse starti accanto senza compenso…” altre risate, altri lunghi sospiri.
“Pensavo” disse Ottavia improvvisamente seria “che saresti stato tu a seppellirmi e che sarebbe toccato a te l’ingrato compito di onorare il mio ricordo e, al contempo, tenere alto il morale”. Vidar le strinse la mano, con discrezione, e sentì nuovo coraggio scaldarle il petto.
“Mio caro amico, fratello… abbiamo vissuto momenti incredibili, avventure alle quali nemmeno il bardo più dotato di questo mondo potrebbe rendere giustizia: ci siamo sbronzati fino all’indecenza, abbiamo litigato furiosamente, per ogni sorta di minchiata, abbiamo combattuto fianco a fianco battaglie sulla carta impossibili, talvolta, forse, solo immaginarie. Una sera, tu sia maledetto, mi hai fatto esplodere un ordigno a un metro dall’orecchio: per tre giorni e tre notti un fischio sordo mi ha bucato il cervello. Mi dicesti “tranquilla, poi passa”: anni dopo ho scoperto di aver perso parte dell’udito per quello scherzetto…” Solo in pochi risero, solo in pochi potevano rammentare quell’evento.
“La sto tirando per le lunghe e tu non ami questo genere di piagnistei: e quindi addio, vecchio mio. Ti accolga questo panorama senza eguali, in questa stessa collina dove ormai quasi vent’anni fa mi hai salvato da me stessa: riposa in pace fratello mio, adesso non devi più guardarmi le spalle”.
Giorno decimo quarto, nona luna, anno ventesimo del R.E.
“Hey Ragazzacci! Che cazzo ci fate lassù immobili?!? Forza scendete, razza di babbei! E’ già la nona luna?!? Cazzo come passa il tempo!” Ottavia urlava dal fondo della collinetta come una vecchia sorda: non ci vedeva nemmeno più gran che bene ma quei bastardi li avrebbe riconosciuti anche a miglia di distanza.
I due, da par loro, le fecero un cenno di saluto ma tentennarono un attimo: Gas scalciava con veemenza, forse aveva pestato una merda, pensò. Ottavia da basso non riusciva a vedere con chiarezza.
“Arriviamo!” Urlò Etzi al suo fianco.
Ottavia s’incamminò verso l’ostello, urlando a gran voce verso il casale pieno di vita “Bambini! Correte! Sono arrivati lo zio Gas e lo zio Etzi! Vidar, amore mio, aiutami a mettere sul fuoco qualcosa di buono: quei due bastardi mangiano sempre come se fossero digiuni dalla fondazione del Regno Eterno!”
“Maledetto cazzone! Per poco non ti vedeva!” Disse Gas non appena Ottavia entrò nel casolare, afferrando per il bavero uno dei quattro balordi distesi a terra e mugolanti.
“Possibile che ancora non l’abbiate capito?!” Etzi puliva con attenzione la sua lama, lo sguardo fisso sugli imperiali a terra “Se quell’idiota del vostro capo, come si chiama?!? Ah si, il Nuovo Immacolato, che razza di coglione, mancare così di fantasia è un insulto anche per una nullità come lui… ebbene se quel coglione organizza un manipolo per provare a fare la festa ad Ottavia, noi lo veniamo a sapere. Se viaggiate camuffati per le Piane per provare a fare la festa ad Ottavia, noi lo veniamo a sapere. Se vi attardate a bere in qualche locanda sperduta, se vi rifocillare per poi venire qui e provare a fare la festa ad Ottavia, noi lo veniamo a sapere. In tutta onestà, anche se le scoreggiate a un miglio di distanza noi lo veniamo a sapere: e per voi non va mai a finire bene…” Inclinò la testa, un ghigno folle gli si dipinse in volto: uno dei quattro cominciò a farsela sotto.
“Aspettate!” implorò da terra uno di quelli messi meno peggio “C’è una taglia su quella vecchia, e anche molto generosa: aiutateci, faremo a metà!”.
Gas si finse interessato, gli si avvicinò ad un palmo dal naso, snudando solo alla fine il piccolo coltello: la lama scomparve come un fulmine nel collo dell’imperiale. “Interessante…” Disse l’uomo mentre l’altro soffocava nel suo stesso sangue “Abbiamo trovato nuovi fondi per l’orfanotrofio! Avanti, muoviamoci Etzi, ho una fame che non ci vedo, torniamo dopo a sistemare ogni cosa”.
Giorno decimo quarto, nona luna, anno ventesimo settimo del R.E.
Non era il solito raduno: l’aria che si respirava era pesante, tra gli adulti in molti facevano fatica a sembrare genuinamente felici di trovarsi lì. Perfino il cielo di fine estate sembrava rispecchiare la malinconia generale che si respirava tra i presenti: nonostante ciò, dopo molti anni e a dispetto dei numerosi impegni, buona parte di coloro che erano sopravvissuti alla liberazione della Scacchiera avevano trovato il modo di trovarsi lì.
Alcuni erano giunti per la prima volta all’orfanotrofio, altri erano stati lì ogni anno, quel giorno, senza perdersi nemmeno un brindisi.
Prima di dare inizio alle libagioni, la donna si alzò in piedi a fatica, per il tradizionale discorso d’inizio festeggiamenti: sembrava molto stanca, invecchiata, come se quell’ultimo anno trascorso le avesse strappato via ogni stilla di spensieratezza.
Si prese del tempo prima di parlare, soppesando con attenzione le parole da pronunciare: Cristilde le prese la mano per farle forza e la madre provò a scrollarsi via il peso che sentiva sul cuore.
Stava per parlare quando Iena si alzò in piedi di colpo: anche lui era ben lontano dai fasti di un tempo. Aveva preso qualche chilo e i capelli, ormai completamente bianchi, erano raccolti come solo gli anziani usavano portare.
Senza ulteriori indugi prese parola e la padrona di casa, sollevata dall’impiccio, si accomodò accanto alla figlia.
“Mia signora, perdona questo vecchio maleducato che ti interrompe nell’esercizio del sacro dovere dell’ospitalità: ho pensato che dovremmo rispettare le tradizioni e lasciare che sia la nostra Ottavia ad inaugurare le danze.”
I presenti sgranarono tutti gli occhi all’indirizzo del vecchio cerusico: Ottavia era spirata ormai da diverse lune, seppellita accanto alle donne della sua vita che l’avevano preceduta.
Ma quello che sembrava uno scherzo di pessimo gusto, e che da Iena molti si sarebbero perfino aspettati, prese invece una piega inattesa: l’uomo tirò fuori un pacco di missive da uno scrigno vetusto e, schiaritosi la gola, prese a leggere quella che si trovava più in alto.
“Mia amata Vidar, Cristilde, figlia mia, che strano rivolgermi a voi tramite missiva! Ma il tempo corre e io non riesco più a stare al passo: sono consapevole che forse in buona parte è colpa mia ma al momento non ritengo utile piangere sulla capra versata.”
Gli occhi della Strega s’illuminarono di colpo: inspirò profondamente per cercare di contenere l’emozione ma il suo viso tradiva una gioia impossibile da trattenere.
Dal più sacro anfratto della sua mente, sentì riemergere il vivido ricordo di un’indimenticabile notte estiva: risate, promesse, calore.
“Ebbene, lasciate che vi spieghi meglio: in questo momento mi trovo da Leone, in quella che vi ho fatto credere essere una rimpatriata tra Alfieri. Preferirei non dilungarmi su quello che ho trovato venendo qui, ne tantomeno parlarvi del maledetto Balthazar: i pelati, invecchiando, sono sempre un po’ più avvantaggiati. O forse è la fede, non saprei: non non ho dimestichezza con nessuna delle due cose.”
Il vecchio Spiantato si lasciò andare ad un tiepido sorriso: divenuto ormai cieco, come l’amato nume sua guida, era circondato dai più fedeli della storica elite che componeva la sua Masnada ai tempi della caduta dell’Immacolato. Provati dai lunghi anni trascorsi, alcuni erano quasi irriconoscibili: solo Cyra aveva ancora dipinta in volto la spensieratezza della gioventù.
“Dicevamo, Leone: mi sta sottoponendo a dei salassi per lavare il mio sangue, o almeno così me l’ha spiegata in poche parole. Iena sembra approvare questo trattamento e anche Greg, pace all’anima sua, una volta mi consigliò di ricorrervi: secondo lui era come cercare di benedire un oceano con un bicchiere di acqua santa ma le possibilità scarseggiano e farei di tutto pur di passare anche solo mezza giornata in più con voi.
Per questo dovrò tornare qui ogni due-tre lune e, durante i viaggi, ho cominciato a pensare cosa lasciarvi: l’idea di abbandonarvi mi distrugge e allora ho pensato di accompagnarvi quanto più possibile, nell’unico modo che mi è venuto in mente. So che siete due donne forti e non ne avrete bisogno, so che avevamo detto niente più lettere: ma le ho scritte io e lo faccio per me, per zittire quella vocina che mi tormenta, che mi rinfaccia tutti gli anni passati a cercare la serenità nei fondi dei barili”.
Mancavano le persone che più di tutti l’avevano portata vicina alla sobrietà: Vinicio e Greg erano morti qualche anno prima, a poche lune di distanza l’uno dall’altro. Avevano lasciato una voragine negli Smarriti ma Ciri, Gas ed Etzi, seduti accanto a Vidar, li avrebbero resi orgogliosi per molti anni ancora a venire. Vicino a loro Alexa, inseparabile dalla moglie, e due vecchi membri dello Spiantato, evidentemente non paghi della spirale di violenza e sangue che il loro vecchio Alfiere aveva deciso di accantonare, sciogliendo la Masnada e ritirandosi nei Ducati. Quel matto di Rambaldo, invece, un giorno sparì senza dare spiegazioni: partorirono le possibilità più bizzarre ma nessuno ebbe mai modo di acclarare la verità.
“Considerando che sarà Leone ad aiutarmi a scrivere queste missive, e che lui sostiene di poter assolvere a tale compito solo spogliandosi completamente, capirete come mi sia praticamente impossibile ogni slancio sentimentale: ha detto di aver bisogno di mettere la sua anima completamente a nudo per potermi aiutare, o una cazzata così. In ogni caso mi viene il vomito ogni volta che cominciamo.”
Risero tutti, qualcuno fino alle lacrime: Iena sapeva interpretare bene quelle parole, lette e rilette con ossessione per paura di non render loro giustizia. Volpe era al suo fianco: seppur completamente canuta, conservava quell’aria fiera e caparbia nonostante fosse ancora più minuta rispetto agli anni di maggior splendore. Innanzi a lei la piccola Riccio che piccola ormai non era più da qualche anno: era divenuta il Cadetto che tutti, Ottavia in primis, guardavano con ammirazione.
Accanto a lei, da un lato, Anastasia e Katrina, l’una seria ed algida, l’altra bonaria e solare: erano sempre state agli antipodi, eppure tra loro non si era mai posto nemmeno un miglio di distanza. Erano invecchiate insieme, in simbiosi, come le gemelle che ormai erano diventate per tutti. Dall’altro, Cervo chiudeva la fila delle Fiere: teneva per mano la sua adorata Riccio, sfoggiando gli anelli degli altri suoi compagni defunti, Grizzly ed Istrice. Era stato loro vicino fino all’ultimo loro respiro: aveva imparato tutto da loro, compreso l’intramontabile “scoccia…”.
Gig e Xorba chiudevano invece il cerchio del vecchio Crepuscolo: pilastri invisibili, compagni silenziosi, il vero punto fermo che teneva unita ogni fazione all’interno della Masnada.
Leone e buona parte dei membri del Sussurro erano invece emigrati al Sud, per stare vicino alla “giovane” Novella Signora del posto: il vecchio Alfiere declinò l’invito a quel raduno, adducendo i numerosi impegni a scusante. Lui stesso, in verità, nonostante l’aspetto ancora incredibilmente giovanile, si sentiva in procinto di abbandonare le lande dei vivi e non voleva farlo lontano dalla sorella: senza contare che il ricordo dell’ultimo incontro con Ottavia ancora gli procurava un groppo alla gola…
“Beh, allora alla prossima, Leone: finalmente riprendiamo a viaggiare con la bella stagione, odio quando mi si ghiacciano le chiappe a cavallo…” Ciri rabbrividiva al pensiero di quelle cavalcate nel pieno dell’inverno e cercò nella moglie un po’ di conforto ma Alexa abbassò leggermente lo sguardo, perplessa.
“Non sono sicura che ci sarà una prossima volta, vero vecchio mio?!?” Ottavia guardò Leone dal basso della strana sedia con le ruote sulla quale ormai passava buona parte delle sue giornate: questi, da par suo, preferì distogliere lo sguardo, fingendo di prendere qualcosa dalla scarsella ma a nessuna delle tre sfuggì l’occhio lucido che provò a nascondere abbassando la testa.
“La solita rompicazzo, tieni prendi questi per il viaggio” le allungò un po’ di boccette, stringendole fugacemente la mano prima di fare qualche passo indietro “E fate poco casino per strada: vedete che questa non le regge le solite zozzate di voi acconciapassere…”
“Fai schifo…” “Cazzo ma invecchiando sei diventato anche più pervertito?!?” Ciri ed Alexa pensavano di essere abituate ad ogni genere di schifezza potesse uscire dalla bocca di quel vecchio deviato ma ogni volta rimanevano orrendamente stupite. Mentre a fatica saliva sul carro, aiutata dalle vecchie amiche, Ottavia invece si limitò a ridacchiare sotto i baffi: le sessioni private con Leone non potevano essere battute da nessun tipo di sconcezza.
“Si si, brava, ridi ridi, vecchia ciabatta rugosa, te una cosa mi devi dire: com’è che non siamo mai riusciti a fare una cosa a tre io e te? Eh?” il velo di tristezza era sparito, lasciando spazio al suo più celebre ghigno spavaldo: il solito Leone.
Ottavia si sporse dal carro, reggendosi a fatica per farsi vedere meglio “Perché non me lo hai mai chiesto!”, gli urlò, facendogli occhiolino e mandandogli un bacio con la mano.
Si sorrisero a vicenda, fin quando il carro non imboccò una stretta curva: non si sarebbero più visti.
Iena riprese a leggere dopo le risate generali: si sentiva nell’aria aleggiare un solenne addio eppure la malinconia aveva lasciato il posto alla serenità, al dolce ricordo di tutto ciò che avevano condiviso, ad una memorabile mattina di fine estate, quando un fiume di lacrime leggere aveva seppellito anni di sofferenze.
“Se tanto mi da tanto, non sarete sole quando leggerete questa lettera e mi vorrete scusare se ne approfitto per salutare anche i miei vecchi compagni: il resto delle missive però, sappiatelo, è solo per voi.
Dunque, amici miei, che dire? Come salutarvi in modo degno? Cosa riportare alla mente delle innumerevoli avventure vissute insieme? I momenti epici, quando siamo riusciti ad avere la meglio su nemici all’apparenza insuperabili? O quelli più intimi, scanzonati o grevi, che hanno reso autentici e saldi i nostri legami?
Non saprei scegliere, non voglio scegliere: quando sarà il momento cercherò di richiamare alla mente il mio tutto, tutti ma proprio tutti voi.
Quelli che ci sono stati per poco, quelli che sono finiti con me per caso e non mi hanno più abbandonata: quelli che, andandosene, mi hanno costretta a riflettere, quelli che mi hanno scelta senza indugio, dall’inizio, e non mi hanno mai voltato le spalle.
Quale che sia stato il tortuoso percorso che ci ha portato a condividere questo cammino valeva la pena di essere vissuto, tutto, fino in fondo: solo ora me ne rendo veramente conto.
Con affetto, dedizione e gratitudine,
Ottavia”
