V – Mordian, mese della Luce del Nord. Primo pomeriggio.

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Prima parte

Syddin aveva l’udito fino. Si trovava in sala mensa, eppure riuscì a intuire benissimo cosa stava succedendo a qualche spesso muro in pietra di distanza.
Il portone aveva cigolato, le scale avevano scricchiolato più volte, il suono dei passi si era fatto sordo e ovattato: non c’erano dubbi che Joyd, un altro apprendista, che si occupava dell’accoglienza e dell’archivio, avesse fatto entrare due persone, probabilmente non abituate al silenzio e alla tranquillità di una biblioteca, che avevano chiesto di dama Melisenda, la quale si trovava da molte ore immersa nello studio sul soppalco di legno della sala grande. Ebbe la conferma un istante dopo aver formulato questi pensieri. Sentì dapprima la voce calma e dolce di Joyd che introduceva i due visitatori, poi bruscamente interrotta da uno scroscio di fonemi pronunciati nell’inconfondibile, gioioso (quanto tremendo) accento alemarita. Il quale si arrestò immediatamente non appena si fu levata una terza voce che conosceva più che bene, come al solito gelida e furiosa allo stesso tempo.

– Dama Melisenda, scusate, ci sono qui due signori che…
– NOOOOO, NOI NON È SIGNORI QUALUNQUE!!!! NOI È GRANDISSIMI, INCREDIBILI, SUBLIMI, MAGNIFICI…
– Joyd, liberati immediatamente di questo deficiente.

Syddin decise che non se la voleva perdere.

***

Quando, pochi attimi dopo, ebbe salito le scalette di legno che portavano al soppalco con la solita nonchalance di quello è capitato lì per caso, Syddin si ritrovò davanti esattamente la stessa scena che aveva immaginato.
Dama Melisenda era seduta a un grande tavolo di pino rosso, la testa intabarrata nel velo e gli occhiali scuri calcati sul volto, con davanti una vera e propria distesa di pergamene, grimori, boccette di inchiostro e bizzarri oggetti che Syddin non aveva mai capito a cosa potessero servire. Non era certamente uno spettacolo allegro, ma di sicuro era più gradevole lei di quel suo fratello samurai e della sua compagna devota al semidio della Morte… Comunque, la donna non aveva nemmeno alzato la testa dal foglio dove stava prendendo appunti.
Davanti a lei stavano due giovani: uno (presumibilmente quello che era stato appena spedito a far del bene da qualche altra parte) era alto, biondo e dal fascino esotico, con un’espressione involontaria di perenne malizia dipinta sul volto truccato di nero e rosso. I suoi occhi azzurri dovevano aver conquistato il cuore di molte fanciulle e fatto sospirare anche le anziane carampane che riparavano le reti dei mariti pescatori lungo il molo. Era sicuramente consapevole della propria avvenenza, ma indubbiamente apparteneva a quella categoria di persone chiassose e esuberanti che dama Melisenda detestava cordialmente. E non doveva esser la prima volta che quella donna gli dava una sonora ripassata. Al momento, il giovane indignato stava cercando di uggiolare qualcosa per protestare con quella padrona di casa così poco cordiale.

L’altro ragazzo invece era fatto decisamente di tutta un’altra pasta. Capelli neri e ricci tenuti fermi da un lungo berretto di lana, silenzioso e discreto, se ne era rimasto leggermente in disparte, come se il compagno avesse voluto proteggerlo con la sua aura di brillante oratore e gli avesse voluto evitare il dispiacere di dover aprir bocca per presentarsi. Sembrava visibilmente preoccupato, anzi, sconvolto. Syddin immaginò che fosse lui, e non il biondo, ad aver realmente bisogno di qualcosa. 

In tutto questo, Joyd rimaneva lì in mezzo visibilmente imbarazzato, spostando lo sguardo tra i presenti con aria smarrita, e fu sollevato di vedere il suo collega pronto a dargli man forte.
“Joyd è un bravo ragazzo” pensò Syddin, “ma decisamente non sa stare al mondo.” Così si fece avanti nel momento stesso in cui le rimostranze del giovane dagli occhi azzurri venivano troncate dalle parole taglienti della sua interlocutrice, che ancora non aveva nemmeno alzato la testa dal foglio.

– Sei sordo, Merluzio?
– MA IO MI CHIAMO MERC…
– Lo so benissimo come ti chiami. – Melisenda alzò finalmente la testa e lo fissò attraverso le lenti scure, senza alzare la voce. – Se vuoi saperlo, so anche perché siete qui… e questo significa che so che tu in questa storia c’entri come un becchino a una festa di matrimonio, quindi ora Syddin ti prenderà e ti porterà a fare un giro delle migliori locande del porto di Mordian, a spese TUE ovviamente, finché io e Dahal non avremo finito la nostra chiacchierata… sono stata abbastanza chiara? O vuoi offrire da bere anche a tutti i novizi del tempio di Sirio?

Il giovane rimase interdetto per qualche attimo, restando dinanzi alla donna con il dito alzato indeciso sul da farsi. Syddin lo prese sottobraccio, come rispondendo a un muto richiamo, e il giovane si convinse.

– Sta bene, sì, io va con lui… ma… tratta bene mio fratellino o io…
– Vai a bere prima che cambi idea.
– …io va a bere.
Con gesto immediato, strinse il braccio di Syddin, annuendo vigorosamente, e poi rimase qualche attimo a osservare dubbioso il suo compagno, il quale gli rispose con un cenno della testa ricciuta. Sembravano entrambi più rilassati.

Syddin lo tirò delicatamente, convinto che dama Melisenda glielo avesse appioppato per fare pratica: dopotutto, imparare ad aver a che fare con i grandi fattucchieri alemariti era un’idea molto intelligente e, anche se il tipo sembrava più uno sprovveduto cantastorie, immaginava che facendolo bere avrebbe scoperto tante cose utili su come funzionavano le cose nelle loro terre.
Ringraziò ancora una volta la buona stella che gli aveva fatto trovare quel lavoro e si preparò ad ascoltare il fiume di parole di cui lo stava già investendo Merluzio, o meglio (come scoprì poco dopo) il “grande” Mercuzio.

Fece in tempo solo a distinguere queste parole, prima che Joyd, con uno sguardo di assoluta riconoscenza dipinto sul volto, chiudesse dietro di loro il pesante portone:

– Di’ un po’, Dahal, ma quell’idiota è davvero tuo fratello?

***
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