Vivere come si vuole

(Scritto a quattro mani con il Fraaaank <3)

– Zio! – Il giovane varcò la soglia della tenda a braccia aperte e sfoggiando un sorriso smagliante.

– Ti aspettavo… Bentornato Piccolo! – Ranjan si alzò con una certa difficoltà dal suo scranno mastodontico zeppo di cuscini e il giovanotto gli si gettò fra le braccia come se fosse stato ancora un lattante, benché ormai in altezza lo superasse di una spanna piena. Nonostante ciò, il ragazzo sembrava sparire nell’abbraccio del vecchio, ormai largo come un armadio a due ante.

Ranjan lo fece accomodare in un sedile poco meno sontuoso del suo, indicando le libagioni posate elegantemente sul basso tavolino ai loro piedi.

– Potevo venirti incontro ad Athar come le altre volte, sai – proseguì Ranjan versando del profumato tè alla menta in due minuscoli bicchieri di porcellana. 

– Stavolta ci tenevo a tornare qui, zio. Per la mamma, sai.

Un’ombra malinconica velò il sorriso allegro di Ranjan. Il Piccolo si rigirò il bicchierino fra le mani, bevve un sorso generoso di tè e iniziò a raccontare. Sembrava che stesse scegliendo accuratamente le parole da usare. 

– Ormai è passato più di un anno dall’ultima volta che siamo venuti a trovarti insieme… era già malata, ma non lo aveva detto nemmeno a me. 

– Non sono stupito – dichiarò Ranjan sollevando una foglia di menta dalla sua tazza e appoggiandola sul piattino.  – Mi ricordo che prima di venire qui eravate passati da Alemar… non l’ha detto nemmeno a tua zia?

–  Figurati, non l’avrebbe mai fatto… La zia Katrinalea ha già abbastanza grattacapi per conto suo, con quel marito che si ritrova! Prima quella storia del cuore, ora quel cialtrone pare sparito in un’isola misteriosa… Non capisco proprio come sia finita una donna in gamba come lei con un idiota del genere!

– Hai ereditato la mancanza di rispetto per gli alti papaveri di tua madre in tutte le sue sfumature, eh?

– Sarà per tutto il sangue nobile che circola nella famiglia…

Ranjan ridacchiò e addentò una tartina, invitando l’ospite a fare altrettanto. – Dai racconta, non ti interrompo più.

Dopo aver gustato lentamente un crostino di pane di segale impreziosito da una misteriosa salsa speziata, il Piccolo bevve un sorso di tè, appoggiò la tazza sul piattino e si chinò in avanti intrecciando le dita.

– In breve, la mamma mi aveva chiesto di fare un lungo viaggio insieme. Come sai, era ormai da qualche tempo che mi ero organizzato per conto mio e lei per conto suo: mi ero un po’ insospettito, ma pensavo semplicemente che stesse cominciando a sentire la mia mancanza… la mamma è sempre stata così affettuosa…

– Era affettuosa solo con te – puntualizzò Ranjan alzando il dito.

– Beh, all’apparenza… – Il Piccolo si grattò la testa – Ma secondo me a modo suo era affettuosa con tutti… persino con te, zio!

– Mhhh, tu dici? Non credo di poter contare le volte che per guarirmi in battaglia mi ha fatto più lividi di quelli inflitti dei nostri avversari… – rimuginó l’uomo passandosi una mano sul collo, come percependo il ricordo di un vecchio brivido.

– Oh beh… diceva che aveva imparato così… in ogni caso, solo dopo ho scoperto che la mamma aveva mandato missive a destra e a manca per sapere dove si trovassero i vostri vecchi compagni e aveva voluto compiere quel viaggio per salutare tutti quelli che poteva, senza dire a nessuno che sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti.

‘Appropriato per Lana’, mugugnó Ranjan con un mezzo sorrisetto. Se c’era qualcosa che Lana avrebbe odiato erano le smancerie pietose e i saluti melensi. Dura come il fil di ferro, fino in fondo.

– Ci siamo fermati a Ramana, a Magnirocca, a vedere se gli opifici andavano ancora a gonfie vele… siamo passati da Velathri a mangiare pasticcini… siamo stati a Nebin a raccogliere il luppolo con gli zombi… abbiamo fatto visita a Crepuscolo e Spiantato, fermandoci a bisbocciare senza badare a spese… ci siamo fermati in ogni singola taverna consacrata alla Croce del Sud nella Scacchiera perché la mamma voleva assicurarsi che non stessero battendo la fiacca…

– E come è andata?

– Ha avuto da ridire su tutto, ovviamente – Il Piccolo sorrise e Ranjan scoppiò in una risata. – Però alla fine ha abbracciato tutti e ha brindato alla salute di Estrella, Rosina e a tutti i fedeli del miglior astro del firmamento… Ha pure pregato la Signora delle Vie in un tempio di Aldebaran: diceva che le ricordava i bei tempi trascorsi a molestare Sigrun. 

– Bei tempi… – Ranjan guardò in alto divertito, come compiacendosi dei ricordi. – Ho un monile con gli occhi di Hor-Yama che starebbe bene sulla mensola di Sigrun insieme alla coppa intarsiata di gigli e cazzi che le regalò tua madre…  – Riabbassando lo sguardo, l’uomo notò sul petto del ragazzo una medaglietta in metallo con sopra l’incisione abbozzata di un non meglio specificato quadrupede, decorata con un lembo di stoffa scura quadrettata. – E invece le Fiere? È riuscita a ricontattarle, vedo…

– Ha rintracciato pure loro, sí… ed è andata a salutarle indossando un kilt, Ellesham sola sa dove l’abbia pescato, ricordando quel giorno glorioso in cui era stata un tasso del miele brandendo il Braver del Re Eterno per… ehm… “aprire il culo a quella stronza di merda”! Penso sia stata una delle poche volte in cui l’ho vista bere così tanto… A fine serata sembra che pure io sia diventato una fiera onoraria!

– Per curiosità… qual è il tuo nome da fiera?

Il Piccolo esitò. – Ehm… credo di essere Vombato… Padre Lince ti ringrazia per quel libro sugli animali che gli hai procurato, fra nuove acquisizioni e Fiere onorarie stava finendo i nomi delle bestie…

Ranjan rise malinconicamente e chiuse gli occhi, rievocando sotto le palpebre le immagini di quel giorno così lontano in cui lui, Lana, le Fiere e tutte le Masnade erano insieme. Sembrava così assurdo che, dopo tutto questo tempo, davanti a lui ci fosse proprio quel bambino con gli occhi scuri e profondi che aveva protetto durante tutti i mesi bui in cui sua madre e la gran parte dei suoi compagni erano scomparsi e sulla Scacchiera si era abbattuto il finimondo. Adesso il Piccolo era un giovanotto in gamba, alto quanto lui ma decisamente più snello, mentre lui era ormai un vecchio tricheco sformato, con la schiena storta come una firma in corsivo e le ginocchia che erano ormai un bel ricordo. Se avesse dovuto imbracciare lo scudo che quel giorno fatidico lo protesse dagli assalti dei Fatali, oggi gli avrebbe coperto a malapena un braccio. 

– Comunque – proseguì il Piccolo – dopo aver passato qualche mese nella Scacchiera siamo ritornati a Scentiar e… beh, lì la mamma mi ha detto delle sue condizioni. Pare, ma non li ho mai incrociati, che i suoi vecchi amici del Sussurro passassero a trovarla spesso, soprattutto il Biondo, che penso andasse da lei con l’unico intento di farsi maltrattare, ma c’è voluto poco perché la sua salute peggiorasse definitivamente. Sono rimasta con lei fino all’ultimo. 

Ranjan rimase in silenzio. Negli occhi dell’uomo il Piccolo vide una lacrima tremula, che non riuscì a racchiudere in un’unica sensazione. 

– Però sai zio… anche se non c’era più nulla da fare… la mamma era proprio felice.

Il Piccolo sedeva in silenzio accanto al grande letto in cui riposava sua madre: era evidente che ormai non le rimaneva che un filo di fiato e anche tenere gli occhi aperti era uno sforzo non da poco. 

All’improvviso la vide guardare verso la finestra, verso il mare… o forse stava guardando qualcos’altro? 

Piccolo mio, aiutami ad arrivare alla poltrona… e portami quel cestino che sta sotto il tavolo, per favore.

La sua voce non era più un rantolo adesso. Sembrava che il suo corpo avesse trovato un sacchetto di vigore nascosto da qualche parte e ne stesse approfittando avidamente. Il Piccolo la aiutò a sistemarsi eretta e le sistemò la treccia, che non aveva fatto in tempo a ricrescere così lunga come era stata un tempo. Era dall’inizio del loro viaggio che aveva deciso di farsi allungare nuovamente i capelli.

Tira fuori tutto, adesso facciamo merenda. 

Nel cestino troneggiavano cioccolata di ogni qualità e bottigliette di liquori colorati: il Piccolo supponeva che provenissero da tutta Whanel e che in qualche modo c’entrassero con tutti i viaggi che avevano compiuto insieme. Qualcuno aveva un’etichetta decisamente sbiadita.

Il Piccolo apparecchiò tutto sul tavolino davanti alla poltrona e iniziò a banchettare con sua madre, allegra e pimpante come non era più da troppe lune.

Tesoro mio, il mio viaggio sta decisamente per finire, sai? – dichiarò allegra assaporando un pezzo di cioccolato nero con minuscoli granelli di sale che rilucevano alla luce del pomeriggio. 

Mamma non dire così… guarda come stai bene ora…

Ah, figurati! Il merito è tutto della Signora di queste terre… mi sta facendo un ultimo favore, e gliene sono davvero grata, perché era il più bel regalo che mi potesse fare. D’altronde, rimango pur sempre la marmaglina più fidata del Sussurro, la parente alla lontana a cui raccontano un sacco di cose di cui non vorrebbe sapere niente…

Il Piccolo guardò sua madre in silenzio mentre lei rideva, stringendogli forte le mani.

Ma io ho già avuto il mio regalo più grande sai? L’ho avuto tanti, tanti anni fa, quando ho messo piede per la prima volta nella Scacchiera e mi sono divertita con un tizio sconosciuto a una festa nel campo del Sussurro… e sei arrivato tu.

Che dici mamma… – il Piccolo abbassò lo sguardo – ti sarò stato di peso, no? Non eri andata lì per essere libera…?

Che figlio scemo che sei! – rise lei accarezzandogli le guance. – Non lo sai ancora? Guarda che se non fosse stato per te, io non avrei mai capito che non tutti i legami sono ostacoli, noie, pericoli da evitare ad ogni costo… Non avrei mai capito che la gabbia dorata da cui ero fuggita me la portavo ancora addosso… Non avrei mai capito che sì, d’accordo, troppe relazioni e troppe famiglie sono tossiche e non portano niente di buono, ma non sono mica tutte così. Che noia sarebbe stata la mia vita senza le lunghe chiacchierate con Antares e Iena, le litigate con Istrice, le canzoni di Cyra, le stupidaggini di Hetzi… E io non capisco bene che roba sia l’amore romantico, come quello che lega Ciri e Alexa, ma mi guardo bene dal mancare di rispetto a chi lo prova… non sarà troppo diverso da quello che sento io per te, no? E quando Cecily mi ha detto addio non ho pianto, ma ho comunque provato tanta tristezza: quattro anni prima non me ne sarebbe fregato proprio un cazzo!

Si appoggiò allo schienale della poltrona, accarezzando la testa ricciuta del Piccolo. – Prima gli altri erano solo sagome di passaggio nella mia esistenza: se non fosse stato per te, sarei ancora sola e penserei ancora che va bene così… Non avrei mai capito niente e non mi sarei mai riappropriata della mia vita, perché essere professionali va bene, ma solo quando stai lavorando! 

Si mise a ridere di gusto, rievocando conversazioni che evidentemente il Piccolo non aveva mai ascoltato. Poi lo abbracciò stretto, attirandolo a sé come fosse stato ancora un bimbo piccino.

Sei l’astro più splendente, Piccolo mio, il centro del mio mondo… che esiste solo perché la tua presenza mi ha permesso di capire che dovevo smettere di rintanarmi e alzare il culo! E ti sarò sempre grata per questo, per sempre. 

Rimasero in silenzio per qualche istante, entrambi con gli occhi lustri, poi lei lo scostò leggermente da sé.

Forse non sono stata una gran madre per te, soprattutto quando eri molto piccolo e mi toccava correre qua e là per la Scacchiera a evitare che il mondo esplodesse… Ma ho sempre cercato di fare del mio meglio e di fidarmi delle persone giuste…

Ma che dici mamma, – la rimproverò il Piccolo con la voce gonfia di pianto –  sei stata davvero brava…

Brava non lo so, ma sicuramente meglio di quella stronza infame di Katarina! 

Il Piccolo non poté fare a meno di scoppiare a ridere. Il groppo che aveva in gola si sciolse un pochino. Sua madre era fatta così. 

Ti do due consigli, anzi tre. Il primo, è quello che mi scrisse tua nonna Fenella Luskan prima di morire: vivi come cazzo ti pare. 

‘Eh sì, la mamma è sempre la mamma’, pensò il Piccolo. 

Il secondo: scegli bene i tuoi amici, perché sarà l’unica fortuna di cui avrai mai bisogno.

E su questo tu te la sei cavata proprio bene, commentò il Piccolo dentro di sé.

Il terzo: se puoi vieni a morire a Scentiar, la Signora del posto è proprio una gran bella ragazza!

Al Piccolo sembrò di sentire una risatina provenire da un punto indistinto alla sua sinistra, ma non vide nessuno. Non poté approfondire la questione perché sua madre lo strinse nuovamente a sé, lo baciò con dolcezza sulla fronte e si accomodò sulla poltrona, mandando giù l’ultimo sorso di un liquore profumato contenuto nella boccetta più vecchia di tutte. Riuscì solo a distinguere uno sbiadito “lathr” sull’etichetta, ma le lacrime stavano prendendo il sopravvento fra le sue ciglia. Sua madre gli stava dicendo addio.

Adesso prenditi cura di te e non preoccuparti più per me, Piccolo… dove sto andando mi aspetta una gran festa… pensa, è venuto a prendermi anche un vecchio amico con un gran gusto nel vestire… 

Chiuse gli occhi, la schiena dritta sullo schienale della poltrona di vimini, fiera e sicura di sé come la signora che era sempre stata.

Non sei cambiato di una virgola, Confettino…

Sorrise, e non si mosse più.

Da fuori si sentiva solo il vento del deserto intonare un canto armonioso, mentre nella tenda un silenzio carico di ricordi riempiva l’aria. Il Piccolo si era accoccolato tra i cuscini colorati come in un morbido abbraccio, le ginocchia strette al petto, mentre Ranjan cercava qualcosa da dire sul fondo della sua tazza di tè.

– Appropriato – riuscí solo a commentare con voce rotta, cercando di mascherarla senza successo né convinzione.

Il Piccolo annuì con un sorriso tenue, senza aggiungere niente. Ranjan passó una manica del caffetano sugli occhi, poi con finta allegria provó a riprendere il discorso.

– Almeno tua madre ha organizzato il viaggio da sola… Sono un po’ stanco di amici che mi contattano per organizzare il loro ultimo viaggio al Sud! Cosa sono diventato, il carovaniere dei moribondi? Ora farò scrivere sul fianco dei cammelli ‘Vedi Scentiar e poi muori’!

Il giovane uomo ridacchiò tirando su col naso. 

– Direi che in onore di tua madre stasera ti farò bere come una spugna – continuó l’uomo. – Dai, vatti a mettere comodo che intanto do istruzioni per la cena!

Il Piccolo scosse la testa.

– Non abbiamo mica finito, zio… Se fosse stato solo per raccontarti della mamma ci saremmo potuti trovare altrove, come dicevi prima, ma c’è dell’altro.

Ranjan tacque. La gola gli si era seccata completamente e poté solo guardare interrogativo il Piccolo.

– La mamma ha tenuto fede al suo proposito: “Io non gli darò un nome, se lo sceglierà da solo quando sarà il momento!”, ha sempre detto. Beh, quel momento è giunto… Sarà stato il retaggio alemarita ma mi ha fatto fare per il mio nome lo stesso che i giovani di Alemar fanno per il loro primo carro: se lo devono guadagnare.

L’uomo pensó che il ragazzo avesse preso dalla madre il gusto per torturare le persone. Il Piccolo non si negava pause drammatiche per sottolineare il discorso.

– Insomma, sono venuto qui per portarti il primo documento commerciale firmato con il nuovo nome completo che mi sono scelto.

Così dicendo estrasse una pergamena dalla scarsella e la porse allo zio, che la srotolò con la foga di un assetato nel deserto innanzi a una giara d’acqua. L’uomo lesse, trasecoló e si buttó seduto con gli occhi sbarrati.

La firma recitava ‘Ranjan Luskan Goska Della Via’.

– Perché? – riuscí solo a balbettare l’uomo, le lacrime che gli solcavano il viso rugoso e il labbro inferiore che vibrava violentemente e incontrollabilmente.

– Perché ci sei sempre stato, zio… Per me, per la mamma… Quando lei non tollerava nessuno vicino, tu avevi già deciso che saresti stato suo habibi… Quando io crescevo senza un padre, tu eri lí come balia, come custode, come amico… Credo che fosse la scelta più naturale del mondo.

Ridotto a una maschera ridicola di lacrime e muco, Ranjan abbassò nuovamente lo sguardo sul documento per gustare appieno quel momento; solo in quel momento notò una cosa.

– Questo documento è di cinque anni fa…

– Ehm, sí, zio… – tentennò il non-piú-Piccolo, trattenendo un ghigno.

– Cioè, sono cinque anni che pure tu ti chiami Ranjan? Porti il mio stesso nome e non mi hai detto niente per tutto questo tempo??

– Era la volontà della mamma! – il ragazzo allargò le braccia come a discolparsi, non trattenendo più le risate. – Quando glielo proposi mi rispose: “Fai come ti pare, ma avrai la mia benedizione solo se non glielo dirai finché campo!”

Ranjan udí distintamente nelle orecchie l’ultima frase proprio dalla voce di Lana. Scosse il capo, scoppiando a ridere pure lui.

– Tipico – si limitò a commentare.