“Cosa farebbe l’Arconte?”

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Un’altra giornata di noia.
Feliks sbadigliò fino quasi a slogarsi la mandibola, mentre trasportava l’ennesimo carico di legna attraverso la foresta verso la casupola. Non c’erano molte strutture al di fuori delle mura delle città khartasiane, ma a lui era toccata la fortuna di dover stare in una di esse. Il giorno del suo quattordicesimo compleanno, poche lune addietro, la sua Nyest gli si parò innanzi e sentenziò: “Tu farai il guardiacaccia per l’Arconte Vassilj”. Ten tyłek, pensò Feliks quel giorno. Tutti nel suo vioska sapevano del capanno di caccia dell’Arconte Vassilj, che saltuariamente veniva da quelle parti a godersi una zona con prede interessanti, e sapevano altrettanto bene che i guardiacaccia che lo custodivano in sua assenza di solito avevano due destini: grandi onori e riconoscenze da parte dell’Arconte oppure morte terribile per mano di qualche brigante o di una bestia orribile qualsiasi. Feliks era consapevole che, dopo gli eventi dell’anno passato presso lo sverinet, l’Arconte Vassilj era impossibilitato a venire e aveva latitato dal suo capanno di caccia, ma questa non era una buona scusa per lasciarlo a sé stesso. Solo che l’assenza forzata dell’Arconte non imponeva ritmi serrati nella cura della piccola struttura, che alla fine era una sola stanza, e in più non succedeva niente di minimamente stimolante. Il ragazzo aveva pregato, pregato, perché qualcosa accadesse nelle ultime quattro lune. Un procione mannaro, un malvivente con una cappa fatta di scalpi, un branco di lupi cornuti, qualsiasi così che spezzasse la dannata routine. Niente. I giorni di Feliks si rincorrevano, uno uguale all’altro, senza che niente accadesse. Il giovane si arrivò a chiedere a cosa servivano le mura dei vioska se fuori tanto non succedeva niente.
Quando Feliks avrebbe raccontato la storia di quel giorno, avrebbe sempre iniziato dicendo: “Non chiedere ciò che non puoi gestire”.
Al suo ritorno una delle finestre del capanno era aperta. Da lontano vide le imposte sfondate e le assi dondolare mollemente appese a quel che rimaneva dei cardini. Il suo istinto si attivò subito, lasciò cadere la legna e si nascose tra la fitta vegetazione, con il cuore che batteva all’impazzata e il respiro spezzato.
“Deve essere un ladro. Un brigante. Un malfattore. Qualcuno che vuole rubare la roba dell’Arconte Vassilj” pensò frettolosamente il ragazzo. Una voce in testa gli urlava di girare i tacchi e andarsene. Erigas doveva essere incantevole di questa stagione. Una voce più ragionevole gli ricordava che era suo compito controllare la proprietà dell’Arconte, e che la cosa migliore da fare sarebbe stata appiccare il fuoco alla capanna e a chiunque ci fosse dentro. Era una scelta assennata e ogni possibile sviluppo gli sembrava appetibile. Solo una piccola protesta lontana, flebile, gli rimbalzava nel cervello con una domanda scomoda.
“Cosa farebbe l’Arconte Vassilj?”
Dannata protesta, aveva ragione. Non poteva dare fuoco al capanno perché apparteneva all’Arconte, e l’Arconte poteva centrare un falcone da cinquecento passi di distanza. Il falcone non inteso come animale, ma ovviamente come moneta. Feliks non poteva correre il rischio di scappare o di distruggere la proprietà del suo datore di lavoro, altrimenti una mattina si sarebbe svegliato con una cocca di freccia che gli spuntava dal petto. No: doveva agire come avrebbe agito l’Arconte.
Per prima cosa: conosci la tua preda. Feliks doveva sapere contro cosa stava combattendo e chi era l’intruso. Pensieroso si passò una mano sul mento, rimanendo subito deluso dal non avere una bella barba come quella dell’Arconte Vassilj. Quatto quatto scivolò tra i cespugli fino al limitare della radura che ospitava il capanno. Fortunatamente era rimasta una grossa chiazza di fango in cui l’intruso era passato e aveva lasciato le sue impronte. Orme di stivali, quindi probabilmente non era un animale. Si immaginò che l’Arconte provasse orgoglio per le proprie intuizioni di caccia, quindi annuì con sicurezza.
“Orme di stivali, quindi probabilmente non è un animale” sussurrò con tono intelligente.
Seconda cosa: approcciarsi alla preda senza essere percepiti. Questa era più complicata. L’intruso era entrato in casa e aveva il vantaggio di essere al sicuro, mentre Felix doveva trovare il modo di arrivare almeno alla porta senza farsi notare. Ci pensò su qualche istante. Non si sentiva particolarmente furtivo, né Volk’ar lo aveva benedetto con una corsa particolarmente veloce, ma qualcosa di buono ce l’aveva pure lui: una mira precisissima. L’Arconte in una situazione come questa avrebbe sicuramente cercato di creare un diversivo. Probabilmente avrebbe cercato di attirare l’attenzione dell’intruso verso il centro della capanna, lontano dall’unica finestra aperta, per poi sgattaiolare fino all’ingresso. Un ottimo, ottimo piano, si complimentò Feliks con il suo Arconte interiore. Raccolse un sasso da terra, lo soppesò per un istante e poi lo scagliò attraverso la finestra aperta. Dal rumore che Feliks udì dall’esterno, la pietra doveva aver colpito una mensola, poi i quattro vasi sopra di essa, poi il cranio di cervo che teneva sul ripiano e infine la collezione di animali di ceramica dell’Arconte. Doveva bastare, come diversivo. Feliks scattò fino alla porta.
Terza cosa: sorprendere la preda. Qui, la sicurezza di Feliks venne meno. L’Arconte Vassilj, in questo caso, avrebbe sfondato la porta con un calcio, l’arco già teso in mano, e avrebbe freddato qualsiasi cosa si fosse intrufolata lì dentro piazzandogli una freccia in fronte. Il problema di Feliks era che, per quanto poteva continuare a impegnarsi, non era l’Arconte. L’intruso era qualcuno capace di sfondare delle imposte di legno spesse due pollici come se fossero state fatte di cialda, quindi chissà cosa avrebbe potuto fare al suo collo. In più, Feliks al momento dietro aveva solo la sua accetta e il suo pugnale, ma niente arco. L’aveva lasciato proprio dietro la porta quando era andato a prendere la legna, convinto che non sarebbe servito.
“Ragiona, Feliks, ragiona… cosa farebbe l’Arconte?” si domandò tormentandosi un dito. Il gioco era finito e il problema principale era venuto allo scoperto: lui, l’Arconte Vassilj, non l’aveva mai incontrato. Poteva far finta di conoscerlo, visto che lavorava per lui, ma effettivamente non ci aveva mai scambiato nemmeno una parola. Aveva sentito le storie su di lui fino a conoscerle a memoria, si era fatto la sua immagine del miglior cacciatore di Khartas, ma la sua conoscenza finiva lì. Feliks aveva visto l’Arconte da lontano una volta sola nel suo vioska: lo sguardo penetrante, il sorriso distante, quella camminata leggermente curva di chi è più abituato a scansare i rami troppo bassi degli alberi che a stare tra le persone. L’aveva adorato, idolatrato, fatto suo, e per quanto il lavoro al capanno di caccia fosse tedioso almeno sapeva che stava lavorando per il suo Arconte.
Gli rimaneva solo una cosa da fare. Rendere orgoglioso il suo idolo.
Disserrò la serratura lentamente, facendo girare la chiave nella toppa con tutto il silenzio di cui era in grado. Era il momento di agire. Con una spallata spalancò la porta e con una capriola entrò all’interno. Vide una grossa figura coperta di stracci e pellicce rannicchiata sul letto dell’Arconte, il respiro pesante e rantolante simile a un ringhio, e mentre ancora piroettava lanciò il pugnale nella sua direzione per non permetterle di alzarsi troppo e reagire. Il colpo fece il suo effetto sibilando sopra la sagoma e infilzandosi nella parete lacerando la mappa della zona lì appesa; la figura stava ancora bassa, inchiodata nella sua posizione. Con un balzo felino il ragazzo si portò sul lato del letto, l’ascia brandita con entrambe le mani, e calò un fendente con tutta la forza che aveva in corpo.
La lama dell’accetta colpì la testiera del letto rimanendo lì incastrata. Feliks aveva fallito il colpo. L’intruso poteva reagire e lui sarebbe morto.
Solo che non successe niente.
Il respiro della creatura era regolare e profondo, cavernoso. Feliks vide un uomo vestito di cenci e pezzi di pelliccia, sporco in modo incredibile, con il volto, i denti e le mani incrostate di sangue. Il ragazzo rabbrividì: doveva essere uno dei fantomatici figli della bestia di cui aveva sentito parlare, ma non si erano mai spinti vicino al suo vioska. Fece un passo indietro, inizialmente spaventato, ma poi si accorse che la creatura stava russando a bocca aperta. Dormiva. Il figlio della bestia dormiva della grossa. Era entrato in casa e ora dormiva.
Feliks si mise le mani sui fianchi. Contemplò la mensola staccata dal muro, i vasi in pezzi, il cranio di cervo frantumato, i cocci degli animali di ceramica, la mappa tagliata e la testiera del letto con ancora l’ascia incastrata, poi il figlio della bestia inerme nel giaciglio.
“L’Arconte Vassilj sarà fiero di me”, sussurrò il ragazzo soddisfatto.

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