L’Occhio e il Drago – CAPITOLO III

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Quante lune erano ormai passate da quando si era specchiato per la prima volta negli occhi di Naima?
Non ricordava di essersi mai posto questa domanda.
E non capiva come mai gli era venuto in mente di chiederselo proprio in quel momento, mentre la stringeva dolcemente fra le braccia, come ogni notte da almeno… già, da quanto tempo?

Era vero ciò che gli avevano detto: il Deserto Grigio aveva un suo lento e inesorabile incedere attraverso i secoli, e chi non vi era nato presto perdeva nozione sia del tempo che dello spazio. Per questo era così pericoloso addentrarvisi. Soprattutto nella zona delle sabbie, dove si era sperso lui, mesi prima. Nulla di ciò che gli era stato insegnato gli avrebbe mai permesso di orientarsi e scampare alla morte per sete e per disidratazione.

Ma la sua ora, evidentemente, non era ancora giunta: il Destino non solo gli aveva inviato un angelo dal cielo, ma gli aveva anche concesso di rimanere al fianco di quella creatura meravigliosa e di trovare un luogo di pace e quiete, insperabile per uno come lui.
Ancora quasi non poteva crederci: in cuor suo, non avrebbe mai sognato di poter trovare mai tanta pace e tanto amore, e nemmeno credeva potesse esistere un angolo di mondo così simile, dopotutto, agli sperduti villaggi dei Colli di Giada.
Attorno a lui, la gente era riservata, serena e devota a uno degli dei venerati anche dai suoi antenati (Sirio, che i figli del Deserto chiamavano Talib, “colui che cerca”). Riuscivano a cesellare il metallo con una raffinatezza ignota anche ai grandi maestri che, secoli prima, avevano forgiato le nove katane sacre ai Dragoni di Giada… tuttavia, visto che quasi nessuno di loro praticava l’arte del combattimento, nemmeno Saeed ibn Khalid (il padre di Naima, un silenzioso maestro cesellatore) aveva alcuna esperienza dell’arte di forgiare una lama. Eppure, quell’uomo così taciturno aveva ben volentieri rivelato qualcuno dei suoi segreti al samurai, che in cambio gli aveva fornito informazioni per le quali qualsiasi armaiolo di Whanel avrebbe venduto sua madre. Nonostante la diffidenza che ogni samurai aveva imparato a coltivare per coloro che non appartenevano alle comunità dei Colli di Giada, qui Kasumoto si sentiva a casa sua, fra persone che gli ricordavano tanto la sua gente (fra le altre cose, avevano un loro, personalissimo codice d’onore – e questo non poteva non essere ben accetto agli occhi di un seguace del Bushido…) e che sembravano conoscer bene la storia dei Dragoni di Giada, chissà per quale arcano motivo.
Ma il momento che gli era rimasto più impresso in tutti quei giorni (o settimane?) era stato quando aveva conosciuto lei.

Aveva incontrato la Prima Veggente Kaessandria Ashavari Tensh’Elijh qualche tempo dopo il suo arrivo nell’oasi. Quel primo contatto ancora gli rimbombava nella memoria, confondendolo.
L’Occhio dei Laes n’Dahlar aveva atteso che il samurai fosse di nuovo in forze e capace di reggersi sulle sue gambe per invitarlo ad andare a parlare con lei (una grande prova di tatto da parte della Venerabile: per un samurai era altamente sconveniente e imbarazzante onorare un’autorità senza nemmeno potersi debitamente inchinare per render omaggio, e questo Kaessandria sembrava saperlo bene).
Così, Kasumoto si era presentato di mattina presto nella tenda della massima autorità della tribù con l’intenzione di renderle ogni onore secondo le tradizioni della sua gente.
Si aspettava di trovare una donna piuttosto in là con l’età, con gli stessi capelli neri e la pelle piuttosto scura della figlia, tarchiata e ben pasciuta come le altre donne mature della tribù che aveva incontrato o intravisto.
Si sbagliava completamente.

Se non avesse saputo per certo di trovarsi nel Deserto Grigio, avrebbe giurato di trovarsi davanti una vera e propria figlia dei Ducati: alta, longilinea, spigolosa e biondissima, la veggente lo fissava con sottili occhi di un azzurro glaciale e, al contempo, di una severità che avrebbe potuto intimidire anche il guerriero più audace.
Anche adesso non riusciva a spiegarsi come mai aveva sentito una violenta scarica di adrenalina percorrergli la schiena come un brivido freddo, come se si fosse trovato davanti al nemico più formidabile che potesse immaginare. Eppure la veggente lo aveva fissato senza ostilità, anzi, lo aveva accolto con estrema benevolenza. Evidentemente, era rimasto stordito dal carisma eccezionale che quella donna sprigionava.
Dopo i ringraziamenti di rito, lei gli aveva chiesto di accomodarsi e gli aveva addirittura servito un tè nero forte, molto speziato, aromatizzato con foglie fresche di menta. Il samurai comprese poi che quello era il trattamento che si riservava a un ospite di riguardo, e ne fu imbarazzato e lusingato al contempo.
Kaessandria gli aveva parlato con affabilità e gentilezza, informandosi circa le sue condizioni e chiarendo fin dall’inizio della conversazione che la sua presenza presso i Laes ‘n Dahlar era un evento gradito: il samurai non avrebbe dovuto in alcun modo considerarsi un peso o un estraneo e, se il suo orgoglio gli impediva di starsene con le mani in mano, allora era libero di rendersi utile come preferiva all’interno dell’accampamento.

A pensarci bene, Kasumoto non si spiegava nemmeno come fosse stato possibile che, dopo una piacevole conversazione su argomenti leggeri, lui si fosse ritrovato a parlare di sé a quella donna che era – dopotutto – una perfetta sconosciuta.
Senza sapere come, si era trovato a rispondere alle sue domande, discrete ma precise, a proposito della sua vita, di ciò che gli era accaduto, della recente onta che era caduta sulla stirpe dei samurai… a proposito di quest’ultima questione, soprattutto, era sempre stato fermamente convinto che non ne avrebbe mai fatto parola con nessuno al di fuori dei membri della sua stirpe, e invece si era ritrovato non solo a parlarne con la Venerabile, ma anche a discuterne, a farsi consigliare… a sfogarsi.
Sì, era così.. Aveva riversato all’esterno tutte quelle che erano state le sue preoccupazioni e paure. E, doveva ammetterlo, dopo aver reso Kaessandria partecipe di tutte quelle confidenze, si sentiva inspiegabilmente meglio. Più lucido. Più sereno. Più distaccato.
Eppure non era stato ipnotizzato. Era sicuro di questo, poiché la sua mente era ferrea dinanzi a qualsiasi influsso mentale altrui. Aveva parlato e basta. E gli sembrava anche di aver fatto la cosa giusta.

Dopo la quinta tazza di tè lei l’aveva congedato con estrema gentilezza, invitandolo a tornare a farle visita ogni qualvolta ne avesse sentito la necessità, o anche solo quando avesse desiderato gustare nuovamente una buona tazza di tè in sua compagnia (cosa che il samurai non aveva mai mancato di fare, puntualmente, ogni tre giorni).
Kasumoto aveva ringraziato la Venerabile per la sua liberalità facendo sfoggio di tutte le sue buone maniere e poi era uscito dalla tenda… e lì aveva trovato Naima, che lo aveva preso sottobraccio e lo aveva portato a fare un giro del villaggio, e lo aveva presentato alla sua gente… anche se in verità tutti sembravano già conoscere il samurai, e lo salutavano senza slanci ma con evidente rispetto e cordialità (e quanto, quanto quei saluti gli avevano ricordato la sua gente…), informandosi circa le sue condizioni di salute.
E in quello stesso giorno gli era stato detto che di lì a cinque notti sarebbe stata organizzata una grande festa in suo onore… e durante la festa, attorno al fuoco, Naima aveva danzato insieme alle sue compagne, e lui aveva avuto occhi solo per lei, e lei ne aveva avuti solo per lui… ed era stata una notte così lunga, e così dolce era stato assaggiare il sapore delle labbra della donna che aveva scoperto di amare…

Da quella volta in poi, ogni notte era stata loro. Ogni respiro, ogni gesto, ogni parola dell’uno era appartenuta all’altra e viceversa.
Ma la cosa che davvero il samurai continuava a trovare strana era che nessuno si era mostrato sorpreso, e neppure infastidito, del fatto che l’unica figlia della Prima Veggente avesse scelto un perfetto estraneo come compagno.
Eppure la tribù dei Laes n’ Dahlar era un gruppo così chiuso, così refrattario a mescolarsi anche solo con gli altri membri della stirpe dei Metha-Ar (dalla quale si erano distaccati circa 4000 anni prima per vivere in pace nella loro filosofia di divinatori), figuriamoci con degli stranieri. La Venerabile stessa sembrava aver benedetto e facilitato la loro storia d’amore… e lui, che proveniva da un sistema sociale chiuso almeno quanto il loro, non riusciva proprio a spiegarsi come ciò potesse essere possibile.

– Naima… amore mio, sei sveglia?
– Mmmmmhhhh… ora sì, mio grande… cos’è, non riesci a dormire? Qualcosa ti turba?
– È solo che…. vorrei chiederti… come mai nessuno ha nulla da ridire sul fatto che…
– …che ci amiamo?
– Sì…
– Te l’ho spiegato… visto che Talib non mi ha concesso l’Occhio, io non sono destinata a diventare Prima Veggente… di fatto posso scegliere il compagno che voglio… e ho scelto te, mio splendido…

La ragazza si voltò verso di lui, abbracciandolo e baciandolo con tenerezza. Kasumoto non poteva staccarle gli occhi di dosso: dei, quanto era bella.
– Ma io sono uno straniero… lo sai… non appartengo alla vostra tribù… mi sembra strano che tutti mi abbiano accettato così, senza farmi tante domande, fin da subito… non credevo voi foste così aperti ad allargare la vostra comunità a persone che non solo sono al di fuori di essa, ma non sono nemmeno figli del Deserto…
– Mmmmhh… questo è vero… è strano… ma vedi… – Naima arrossì leggermente, sorridendo un po’ confusa. – È che credo… ma per il momento non è proprio certissimo… insomma, è un’impressione… però abbastanza confermata, direi… e poi, un po’ veggente lo sono anche io, per me stessa… tuttavia comunque non sono ancora sicurissima…
Kasumoto sembrava confuso. Pendeva letteralmente dalle labbra della sua amata e per un attimo gli sembrò di brancolare in una sorta di sogno.
– È che io credo di aspettare un bambino…
Il samurai spalancò gli occhi e sentì rizzarsi ogni singolo pelo del suo corpo.
– …anzi, per essere precisi… una bambina…
Una bambina.
– …la futura Prima Veggente dei Laes ‘n Dahlar…
Una figlia.
– …probabilmente era già scritto…
Un’erede.
 -….e qualcuno magari lo sapeva già, che cosa sarebbe successo se a me e a te fosse stata data l’opportunità di conoscerci e amarci…
Una figlia, una figlia, una figlia.
– ….così ci ha facilitato le cose…
Mia figlia.”
– …e ha lasciato che il Destino, e non le tradizioni, rendesse possibile il nostro amore…
Avrebbe avuto una figlia.
– …di’ qualcosa, Kasumoto…
Si riscosse. – È… è…
– …sembri sconvolto…
– …io… io…
– …forse tu non…
– …oh, no, no… no, cos’hai capito, io…

I baci che si riversarono insaziabili sul volto di Naima fino al mattino erano davvero quelli di un uomo sconvolto.
Totalmente sconvolto, infatti, si sentiva l’irreprensibile e pacato Kasumoto Sushimada in quel momento.
Sconvolto dalla gioia più intensa e inarrestabile che avesse mai provato in vita sua.

*            *            *


Già da qualche giro di clessidra qualcuno, non visto, osservava le ombre che trasparivano al fievole chiarore proveniente dalla tenda dove Naima aveva preso alloggio insieme al suo compagno.
Qualcuno che non aveva avuto bisogno di un orecchio particolarmente fino per comprendere cosa succedeva a poca distanza dai suoi occhi chiari, al di là di una spessa cortina di canapa.

– Molto bene. Molto, molto bene.
Un sorriso sottile e amaro solcava il volto della donna, parzialmente avvolto in un lungo velo di seta verde e oro.
– Tutto come previsto. Come sempre. Al millesimo.

Silenziosa come era arrivata, la figura se ne tornò da dove era venuta.

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Commenti

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7 comments

  1. un po’ inquietante Kaessendria, calcolatrice anche riguardo al destino di sua figlia… non credo mi piacerebbe incontrare qualcuno come lei…

    animaeali

  2. La cosa che forse non ti ho detto è che alcuni di questi personaggi vengono giocati dal vivo, e non solo da tavolo o nelle nostre menti bacate…
    Immaginati come deve essere…

  3. Sì! Praticamente, Whanel è un mondo a sé stante, un multiverso chiuso partorito dalla mente del già citato Bota (che è attualmente un neo-ingegnere matto come un cavallo e presidente della nostra associazione di gioco di ruolo)… Whanel è nata come ambientazione per D&D quando eravamo in 5a liceo: abbiamo cominciato a giocarci su con la versione da tavolo, e poi è stata usata anche per ambientarci le sessioni di gioco di ruolo dal vivo… solo che da cosa nasce cosa, e i personaggi che abbiamo creato ci hanno coinvolto così tanto che, almeno nel mio caso,hanno dato vita a background dettagliatissimi e a storie collaterali alle sessioni, quindi tutto nell’immaginazione e non nel gioco effettivo…

    Per esempio, Melisenda è un mio personaggio attuale che porto avanti da tre anni nel gioco di ruolo dal vivo (così come Alheandro è il personaggio di Frank), mentre Kaessandria, Naima, Jessenia sono tutte persone inventate di sana pianta per dar vita al background della suddetta Melisenda, che si ritrova ad agire e pensare in un determinato modo proprio perché alle spalle presuppone tutte le storie che sto raccontando via via su questo blog… solo per fare un esempio, eh! poi le storie si intrecciano a più livelli… vecchi pg incontrano nuovi pg in regioni diverse… e così le storie si complicano…

    Più chiaro? 😛

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