L’Occhio e il Drago – CAPITOLO VIII

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– Mi lasci di nuovo, Kasumoto?
– Devo farlo, Naima.
– In realtà tu non devi. Tu vuoi andare via.

Arrivati a questo punto della conversazione, il samurai non sapeva mai che cosa dire.
Per la sesta volta in quattro anni aveva dovuto stringere le mani della donna che amava per dirle che i suoi impegni lo richiamavano altrove, fuori dal Deserto, lontano da lei. Per la sesta volta in quattro anni aveva dovuto affrontare lo sguardo di Naima, la rabbia e la frustrazione che fremevano fra le sue dita, e che così a fatica venivano represse per amor suo, che in questi momenti si sentiva indegno anche solo di calpestare la terra dove lei camminava…
Eppure i suoi sentimenti non contavano, e non dovevano contare dinanzi agli ordini della sua potente Signora. E questa era stata la sua volontà: periodicamente, Kasumoto doveva ritornare al suo mondo, stare lontano dalla sua famiglia e proseguire il suo viaggio, le sue ricerche, il suo destino di samurai ramingo.
In ogni caso, lui stesso si era reso conto in più occasioni che la vita di ventura e di erranza costituiva un richiamo ineludibile, e nemmeno il pensiero della sua adorata Naima riusciva a trattenerlo a lungo. Solo quando doveva salutarla il suo cuore si lacerava, e si diceva che era un folle, che mai e poi mai avrebbe dovuto partire e lasciarla sola, che nulla al mondo poteva giustificare un tale, insensato distacco… eppure, era questo il suo dovere di samurai. Era questo, e nient’altro.
E poi, aveva iniziato a diventare ansioso. Aveva compreso che la vita nel Deserto Grigio non gli bastava, e mai gli sarebbe bastata, finché non avesse avuto un allievo, un degno erede che potesse portare nuova, giovane forza alla sua stirpe, che diventasse depositario di millenni di tradizione che nemmeno i Quattro erano riusciti a sradicare del tutto dalle tormentate terre di Whanel… un desiderio talmente forte da offuscare tutto il resto. In certi momenti quasi si dimenticava di avere già una figlia, una deliziosa creaturina minuta e dai profondi occhi scuri che lo adorava forse molto di più di quanto Naima l’avesse mai amato.
Già, la sua bambina… perché la sua Signora non voleva che si avvicinasse al Bushido? Perché non poteva essere lei, la sua erede? Che cosa c’era nel suo futuro, da renderlo inconciliabile con le tradizioni dell’Est? Cosa ne sarebbe stato, di lei?
Il cuore di Kasumoto  era dilaniato, letteralmente, fra ciò che gli imponeva il suo onore e quello che l’amore lo portava a desiderare. Non era un buon padre, dopotutto, doveva ammetterlo. E non era nemmeno un buon compagno. Poteva dunque sperare di essere un buon samurai? Poteva rinunciare alla famiglia con il cuore leggero, quando la sua Signora gli comandava di farlo? Sarebbe mai riuscito a cancellare ogni rimorso, ogni rimpianto, ogni incertezza?

– Non è così semplice, mia splendida… il vento sta cambiando… devo assicurarmi che spiri nella direzione giusta…
– Lo ripeti ormai da anni, Kasumoto…
– Sta cambiando davvero, Naima… c’è un uomo…
– Sì, lo so, me lo hai detto… un uomo dalla forza straordinaria, circondato da irriducibili compagni, che ha fatto della guerra contro i Quattro la sua unica ragione di vita… ma tu non sei mai andato a dargli man forte…
– Io appoggio la sua causa in altri modi, mia amata…

…a pensarci bene, cos’è che faceva, lui? Cercava… cercava qualcosa di sfuggente e incomprensibile per la sua Signora, prima di tutto… ma sopra ogni altra cosa tentava di riportare l’equilibrio ovunque andasse, perché la gente non perdesse mai la speranza… ad Athar, Erigas, Valdemar, e anche fuori dai Ducati, ogni tanto si sentiva parlare di esecuzioni silenziose quanto misteriose di signorotti e aguzzini che spesso e volentieri si erano macchiati delle peggiori nefandezze ai danni della povera gente. Nessuno sapeva chi ci fosse dietro, tanto che spesso si pensava a regolamenti di conti fra feccia della stessa specie, e nessuna rappresaglia veniva messa in atto nei pressi dei villaggi ove avvenivano tali inspiegabili incidenti.
Nessuno aveva mai collegato la sua discreta persona a tali omicidi, che apparivano insolitamente portati a termine senza brutalità, ma con estrema precisione e, si poteva dire, anche una certa raffinatezza. Nessuno aveva mai visto la splendida katana che Kasumoto cingeva al fianco, a parte chi aveva trovato la morte attraverso di essa. E, anche in quel caso, le vittime avevano colto poco più di uno scintillio azzurrino, non riuscendo a spiegarsi cosa stesse accadendo loro, e morivano senza quasi nemmeno accorgersi che la vita stava fuggendo via dalle loro membra.

– … inoltre, lui combatte troppo lontano da qui… se lo raggiungessi, non potrei far ritorno qui in poche lune…
A questo punto della conversazione, Naima scuoteva sempre la testa. Anche questa volta, non fece eccezione. – E va bene, amore mio… so che per te è importante… ti seguirei anche in capo al mondo, ma non posso lasciare da sola nostra figlia… torna presto, ti prego…
Kasumoto annuì, stringendola fra le braccia. Ecco, era questo il momento. Adesso doveva riuscire a resistere alla tentazione terribile che lo assaliva. Resterei con te, mia amata, darei ogni singolo respiro che mi rimane per poterlo fare… preferirei morire qui, adesso fra le tue braccia al vivere solo un secondo senza vederti…
Era il secondo mese dell’anno 2998 dell’Epoca dei Quattro, e sapeva di dover star via quasi dodici lune, questa volta. Ma non se la sentiva di dirglielo. Un anno intero senza vederla, mentre le stagioni si avvicendavano e gli ricordavano continuamente la bellezza e la caducità della sua vita… cosa alla quale nel Deserto, immerso nel suo abbraccio immutabile, non pensava mai. La morte lo accompagnava come un’ombra ovunque andasse… ma nemmeno questo si sentiva di dirle.
Invece, la baciò a lungo. Le labbra di Naima sapevano di fiori di gelsomino e cannella, ma fremevano leggermente. Troppo orgogliosa per piangere… quanto sei meravigliosa, mia amata…
Eppure stava partendo. Ancora una volta. E partiva con una strana sensazione in fondo all’anima.

***

Naima stava dormendo profondamente quando Kasumoto uscì dalla tenda, pronto per mettersi in viaggio. L’aveva accarezzata a lungo, imprimendosi bene nella memoria i momenti appena trascorsi insieme, per poterli portare con sé ovunque sarebbe andato. Aveva deciso di non svegliarla.
Si diresse con passo lento verso il centro della piccola oasi: lì, l’acqua affiorava limpida e fresca fra gli arbusti e, all’ombra di alcune basse palme, vide la minuta figura che stava cercando. Sentiva che l’avrebbe trovata in quel luogo silenzioso.
E infatti lei se ne stava lì, con le ginocchia strette al petto, intabarrata in una lunga tunica olivastra dai ricami dorati, e i lunghi capelli neri un po’ arruffati coprivano i lineamenti del viso.
Kasumoto si avvicinò a quella minuscola figura e si chinò, con dolcezza.
– Che cosa fai qui tutta sola? – le chiese.
– La nonna mi ha detto che te ne vai di nuovo, abu… – rispose lei senza alzare il viso dall’incavo delle ginocchia. Il samurai le accarezzò la fronte, abbozzando un sorriso.
– Tornerò presto, Mitzuko…
Non è vero. – La bambina alzò la testa e piantò gli occhi neri, gonfi di lacrime, in quelli sottili del padre. Per un attimo, lo sguardo della piccola diventò serio e profondo come quello della sua Signora. Anche le parole avevano risuonato in modo diverso. Ma era stata la sensazione di un momento, e poi era svanita.
– Non dire così, mia gioia… vieni.- La sollevò senza fatica, e lei tentò in tutti i modi di smettere di piangere, ma non rispose all’abbraccio. – Ma guarda che signorina orgogliosa… una signorina che mi mancherà tanto, mentre sono via… sia lei che la sua mamma mi mancheranno tanto…
– E allora perché vai via? – La bambina si asciugò gli occhi con le maniche, sostenendo sempre lo sguardo del padre, che strinse le labbra. Kasumoto si rese conto una volta di più che il mestiere di padre poteva essere più pericoloso di quello di samurai. Cosa poteva risponderle? Niente. Niente che potesse avere un senso per una bimba di cinque anni.
– Quando sarai più grande capirai, piccola mia.
Pessima mossa. Se ne rese conto subito. Ma non sapeva davvero cosa dirle. In qualche modo, si sentiva come se lei potesse leggere dentro di lui. Non voleva mentirle. Non poteva.
La bambina tirò su col naso, abbassando gli occhi.
– Vorrei essere già grande, abu. – sussurrò.
Kasumoto la strinse a sé, come poche ore prima aveva fatto con sua madre. Stavolta, sentì il calore delle piccole braccia di sua figlia attorno al collo, e qualcosa di umido e morbido contro la sua guancia ruvida.

“Molti anni dopo avrebbe ripensato a quell’addio. Se allora avesse saputo che sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe visto la sua bambina, l’avrebbe tenuta fra le sue braccia a lungo, molto più a lungo. Forse l’avrebbe portata via con sé, e al diavolo tutto il resto. Al diavolo anche la sua Signora.
Ma così tutto sarebbe stato vano. Ogni cosa sarebbe stata vana. E io avrei sacrificato le persone a me più care per niente.
Non ho rimpianti, in questo senso.
Ma oggi che sto per varcare la soglia di questo mondo per iniziare il mio lungo viaggio nel Deserto Celeste, non posso fare a meno di pensare che forse, e dico forse, sarebbe stato meglio per tutti se le nostre vite fossero state destinate ad essere molto più brevi, certo, ma infinitamente più felici."

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8 commenti

  1. Mammina….Kaessandria è veramente una gran Bas….emh, Donna! una gran donna!

    Come è dura la via del bushido….

    la piccola Mela che fa capire al padre di che pasta è fatta, che carinaaaaa!!!!
    🙂

  2. Kaessandria bisognava ammazzarla da piccina, altroché! 🙂
    E questa è l’unica brevissima scena fra la piccola Mela e il suo babbo che mai verrà scritta… però credo che non manchi nulla per capire che genere di rapporto avessero i due…

  3. Ma allora è stata tenera e cucciolosa anche Mela prima di crescere!
    Anche se da questo racconto già si percepisce in lei un futuro inquitante… Kasumoto avrebbe dovuto pensarci… “minchia c’ha lo sguardo come quello di sua nonna! forse è meglio se la porto via di qui.. che ne so, ad Alemar x esempio.. le farebbe bene un’atmosfera + gioiosa… magari la porto a vedere il circo!”

    = P

  4. Ehehe, purtroppo Kasumoto era uno di quelli seri come un cu£o già all’epoca… figuriamoci… e poi, come tutti gli uomini (samurai, per di più!) è noto che non possa capire le donne, figuriamoci quelle in miniatura… 😀

  5. Iena è a dir poco riduttivo… Ah, quanto mi manca la Mela svampita e smemorata! Ma mi va bene anche questa cosina dolce e tenerotta! (guanciotte guanciotte)

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