L’Occhio e il Drago – CAPITOLO XI

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– Non alzarti, per favore… vado io…
– NO! Vengo… vengo con te.
– Ma ancora non stai bene, tesoro… le guardie potrebbero arrivare in qualsiasi momento… non puoi…
– Ho detto che vengo! Ce la faccio!

L’uomo non osò insistere oltre. Sua moglie, una donnina minuta e dai lunghi capelli rossi e scarmigliati, che per lunghi anni l’aveva accompagnato lungo le vie di ventura, diventando infine sua compagna inseparabile, a malapena si reggeva in piedi, ma emanava un’aura di forza d’animo irresistibile.
Il parto l’aveva sfiancata quasi totalmente nel fisico, ma non ne voleva sapere di crollare fra le lenzuola sudate e insanguinate come qualsiasi altra donna avrebbe fatto. Era forte, lei. Era forte oltre ogni immaginazione.
Non poté dunque far altro che offrirsi come appoggio, ma lei rifiutò anche questo. Stringeva fra le braccia il neonato, il suo terzo figlio, che la levatrice aveva avvolto in un fagotto caldo e ben isolato dal gelo che filtrava dagli infissi rovinati dalla povertà e dalle intemperie. Un bambino e una bambina dai grandi occhi castani si litigavano un’ampia cesta da cui sbucavano panni candidi e fasce pulite, contendendosi il diritto di consegnarla al padre, che li osservava con aria grave.

– Date qua, ragazzi. Chiudete bene la porta. Se vi chiedono dove siamo, sapete cosa dire…
I bambini annuirono. – Che sei andato a scavare una buca. Che la mamma sta troppo male e è svenuta e la levatrice la sta curando e non vuol che nessuno entri. Che quando torni racconti tutto tu.
– Molto bene. Bravi i miei pulcini.
La bimba tirò la veste della madre, succhiandosi l’indice della manina minuscola.
– Mamma… posso vedere il fratellino?
– No, tesoro… no. Meglio di no.
– Perché no?
– Perché poi sentiresti la sua mancanza, e soffriresti molto di più.

La donna si portò una mano al cuore, stringendo a sé il prezioso fagotto.
– E adesso andiamo… sì, andiamo.

*    *    *

La pioggia cadeva incessante, ostinata, senza accennare a diminuire la sua intensità. Durava così ormai da quattro giorni.
Kasumoto aveva atteso paziente per circa due settimane, al riparo in una grande grotta poco distante da Telemar. L’ingresso della spelonca era occultato da un fitto canneto nei pressi di una piccola zona acquitrinosa in cui non c’era nulla di interessante a parte qualche anatra e qualche pianta officinale. Nessuno l’aveva disturbato né gli aveva fatto visita. Aveva provveduto a se stesso da solo. Sapeva che il bimbo sarebbe nato in quei giorni, e tutto ciò che doveva fare era attendere. I suoi antichi compagni di ventura lo avrebbero trovato lì ad aspettare. Il giorno in cui il piccino sarà venuto al mondo, aveva giurato loro, quel giorno mi troverete lì. Non venite a cercarmi prima di quel momento.
Ma qualcosa gli diceva che il tempo era ormai giunto. Qualcosa, una voce remota dentro di lui, gli ripeteva che quella notte ogni cosa si sarebbe compiuta.
E infatti, non trasalì quando sentì un rumore nel canneto, un fruscio di passi, di due distinti modi di muoversi: in breve il fruscio mutò in crepitio sommesso. Il tappeto di foglie marcescenti accolse le calzature fradice dei due visitatori, stretti l’uno all’altra come se avessero a disposizione un unico corpo.

– Kasumoto…
– Lyana, Jorge… onorevoli amici…

Il samurai si alzò in piedi e si avvicinò alla coppia, salutandola con un lungo inchino.
– Non c’è più tempo. Devi andartene subito. – La voce di Lyana era gonfia di lacrime, ma decisa.
Kasumoto si accorse di star cercando involontariamente di evitare di guardarla direttamente negli occhi, ma lei teneva fisso il suo sguardo su di lui.
– Sì, vecchio mio, – proseguì Jorge – non hai molto tempo. Porta in salvo nostro figlio.
Kasumoto si era preparato a quel momento da lunghi mesi, ormai, eppure solo in quell’istante, osservando l’espressione dei due coniugi, comprese cosa stava accadendo.
Stavano abbandonando volontariamente il frutto del loro amore. Per il suo bene. Perché sopravvivesse. Perché potesse avere una speranza di vita.
Non sapevano che ne sarebbe stato di lui. Rinunciavano a lui perché lo amavano. Amavano già quel bambino, anche se era venuto al mondo non più di un’ora prima. Non gli avevano nemmeno dato un nome, non l’avrebbero mai visto gattonare per casa, attaccarsi alle tuniche dei fratelli per cercare di muovere i primi passi, non l’avrebbero mai visto né ridere né sentito piangere. Non avrebbero mai saputo chi sarebbe diventato.
Eppure nel profondo dei loro occhi c’era tutto lo strazio per quel distacco, tutta la sofferenza per quella violenta separazione, e il desiderio prepotente di fermare il tempo, di ritardare il più possibile il momento in cui il fagotto che Lyana stringeva sarebbe passato fra le braccia del samurai che lo stava attendendo.
Conosceva quella sensazione. La conosceva così bene che, anche se quel neonato era tutto ciò per cui aveva abbandonato la famiglia che lo amava, anche se quel fagottino simboleggiava tutto ciò per il quale valeva la pena di rimanere vivo, non poté trattenersi.

– La guerra sta imperversando, ma presto il mondo cambierà… quando tutto sarà compiuto, posso sempre riportarlo presso di voi

Quando si morse la lingua, era troppo tardi. Ma che stava dicendo? Era forse impazzito? Rinunciava al suo erede così, solo in nome della pietà paterna? Solo perché comprendeva cosa significasse dover abbandonare un figlio? Era dunque così debole il suo desiderio di rinnovare la sua stirpe? Eppure non aveva esitato un attimo ad abbandonare il sangue del suo sangue per seguire il suo Fato! E quel bambino era il SUO Fato!
E lui stava rendendo vana ogni cosa! Sì, ne era certo. Gli occhi dei suoi antichi compagni di viaggio scintillarono per un istante, e in fondo ad essi si accese una speranza che travolse i sogni di Kasumoto.
Contemporaneamente, una sensazione ancor più tremenda lo assalì: il suo sguardo si era posato per un attimo attorno al collo di Lyana, dove spiccava un medaglione di legno intagliato raffigurante un occhio ben spalancato dalla pupilla dipinta di rosso. Aveva quasi dimenticato che anche lei era stata una sacerdotessa del divino Sirio… Per un attimo, si sentì osservato come da centinaia di occhi. Ma sì! Certo! Lei lo stava certamente osservando! Lei aveva visto quanto era stato debole e stupido! Era riuscito a non versare una lacrima per aver abbandonato la sua compagna e sua figlia… con che coraggio adesso poteva lasciarsi andare ai sentimentalismi! Che razza di uomo era?
Perché diamine aveva proferito quelle parole? Quella sarebbe stata la sua ultima occasione, lo sentiva! Perché l’aveva gettata al vento in questo modo? Adesso Lyana avrebbe parlato, e con una gioia a stento trattenuta in punta di lingua lo avrebbe implorato di riportarle il suo bambino… tutto sarebbe stato vano… ogni speranza perduta per sempre…

– Ciò che mi proponi è… voglio dire… ma… preferisco… no, Kasumoto, grazie.
No?
– Sì, anche io sono d’accordo mia moglie… no.
No?
– È bene che rimanga con te per sempre. Ne farai un grand’uomo e lo amerai come se fosse tuo, ne sono sicuro. Avrà la possibilità di apprendere qualcosa che noi non potremo dargli… e ci sta bene così, davvero.
No? Avete detto no?
– Se gli racconterai la verità sui suoi genitori, sarà sufficiente. Devi solo dirgli che non l’abbiamo abbandonato perché non l’amavamo…
Dei…
– …abbiamo dovuto lasciarlo perché non volevamo perderlo.
Dei, datemi la forza…
– Anche se mi spezza il cuore, anche se sono sua madre… io… io sento che non gli farai mai mancare nulla… e magari, quando sarà adulto…
– Ma solo quando sarà adulto…
– Allora…
– …allora deciderà lui cosa fare.

Kasumoto attese alcuni istanti, cercando di riprendere il totale controllo sui suoi pensieri, prima di annuire gravemente. Nella sua voce non c’era alcuna traccia delle emozioni che avevano dilaniato il suo cuore fino a qualche attimo prima.
– Come desiderate. Sul mio onore, giuro di amare, proteggere ed educare questo bambino come se fosse mio e di non passar giorno senza ricordargli chi è e da dove viene, e quanto sia stato grande il sacrificio di coloro che più lo amavano.
I due sposi annuirono, stringendosi l’una all’altro. Poi, con gli occhi velati di lacrime, Lyana stese le braccia davanti a sé, porgendo il fagottino al samurai che lo prese fra le braccia con delicatezza. Quel corpo piccolo e caldo contro il suo petto per un attimo lo fece trasalire. Era passato così tanto tempo da quando…
Ma no. Non doveva pensarci. Non doveva pensare a quei giorni.
Scostò appena le fasce che proteggevano il piccolo dal freddo per osservarne il visino: era paffuto, sano, roseo e una leggera peluria castana ricopriva tutta la minuscola testolina. Dormiva profondamente, come se tutto ciò che stava accadendo intorno a lui non fosse minimamente qualcosa di cui dovesse preoccuparsi. Con un leggero sospiro di sollievo, il samurai constatò che non assomigliava affatto alla figlia che si era lasciato alle spalle.
– Sai già che nome gli darai, Kasumoto? Mi… mi piacerebbe saperlo.
– Sì, ho già… deciso. Lo chiamerò Hakù Hashim.
– Hakù… Hashim? Ma il secondo non è un nome dell’Est, o sbaglio?
– No, infatti – tagliò corto il samurai. – Ma adesso è meglio che vada.
Jorge strinse forte le mani di Lyana, che a stento si reggeva in piedi per la debolezza, ma entrambi si limitarono ad annuire. Kasumoto sistemò meglio il fagottino contro il suo petto, in modo da poterlo portare agevolmente anche con un solo braccio, mentre l’amico gli assicurava la cesta sulle spalle.
– Qua dentro c’è tutto quel che può servirti per prenderti cura del piccolo, e anche un po’ di latte. Dovrebbe bastarti per un paio di giorni.
– Ti ringrazio, Jorge.
– Siamo noi che ringraziamo, Kasumoto.
Il samurai si avvicinò all’imboccatura della grotta. Aveva smesso di piovere, ma una spessa coltre di nebbia era già dilagata ovunque, serpeggiando dalle viscere della palude fino a inghiottire interi ettari di campagna.
– Addio Lyana. Addio Jorge. Questi tempi bui sono a un passo dalla fine. Le sventure finiranno presto.
– Che l’Occhio Onnisciente vegli sempre su di te, samurai…
Lo fa, Lyana. Non smetterà mai di farlo.

Kasumoto si voltò e si incamminò nel canneto.
Jorge e Lyana rimasero lì, singhiozzando in silenzio, stretti l’uno all’altra, senza staccar gli occhi dalla figura del samurai che, in breve, si dissolse definitivamente nella foschia.
– Non lo vedremo mai più. – sussurrò lei, rabbrividendo.
– Ma no, – rispose lui – è probabile che un giorno, quando sarà grande…
Ma lei scosse la testa.
– Kasumoto. È lui che non rivedremo mai più.

*    *    *


– …insomma è andato tutto come volevi, mia cara?

– Sì, Mohammad. C’è mancato poco che si rovinasse con le sue mani, ma… è andata.
– Sei davvero sicura che quell’uomo verrà preso di mira dalla vergogna della sua stirpe?
– Puoi scommetterci sopra quello che vuoi, se ti piace il gioco d’azzardo.
– A me sembra che si comporti in modo fin troppo corretto e onorevole, no?
– Ma certo. Ed è questo il suo problema, non comprendi?
– Uhmmm, sì, capisco. Non si può esser sempre fedeli, se si hanno troppi padroni… vuoi dire questo?
– Esattamente.
– Ammetto che hai ragione.
– Preferirei sbagliarmi, credimi.
– E adesso?
– E adesso lo attendono circa tre lustri di felicità.
– …e tua nipote?
– Oh, lei… per lei l’inferno è appena cominciato.

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Commenti

commenti

14 comments

  1. C’ho gli occhi a cuore.
    Ma perché ho questa adorazione per quella vecchi serpe, spiegatemelo!
    Wha, aspetta, mamma, sono davvero la prima a commentare il tuo capolavoro? Yuppi!
    Mi piace Lyana, sembra avere la stessa forza di Mela, no?

  2. Deve essere perché è una sacerdotessa di Sirio!!!
    Comunque il merito della caratterizzazione della famiglia di Hakù spetta al Menco, che mi ha fornito le linee guida…

  3. Questa donna la amo e la temo…. Ma la amo tanto!!
    che carino il piccolo Hakù!!! grande la mammina, evviva Lyana!!!!

    Kasumoto lo sento tanto pedina, poverino…

  4. Kasumoto forever. Io amo Kasumoto. Povero samurai dolce e sfortunato… Ma tutto conferma la mia teoria.
    E’ sempre colpa di Sirio. E delle sue sacerdotesse. 😀

  5. Kasumoto è un eroe anche se non lo sa!
    e la sfiga è copn lui e con tutta la sua stirpe, diciamocelo….

    Dahal: secondo me esce fuori un flagello al quadrato… una creatura talmente perniciosa per se stessa e per gli altri che forse nemmeno può esistere… o forse esce direttamente l’ANTIMATERIA…

  6. Kasumoto mi fa un pò pena, poveroooo 🙁

    mah, secondo me esce fuori l’antimateria con chiunque…vi ricordo che è Miralys…poi se Mela ha partorito un demone con un mezzelfo scuro di Aldebaran ricordatevi che la Paladinità di William potrebbe aver mitigato gli effetti catastrofici 😀

  7. Donovan è un altro adorabile sacerdote di Sirio! Nella fattispecie, il pg del mitico Kama, musa ispiratrice in seconda del blog Entroglifero e secondo agguerritissimo (nonché colossale di dimensioni) pretendente alla mano di Miralys…

  8. mammina… sti pretendenti di Mira…ma perchè la vogliono?? è acida fredda, sacerdotessa di Sirio, figlia di Boia e pure Arathiana!!
    Peggio di così, non poteva essere 😀

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