**IL SEGUENTE RACCONTO E’ FAN-MADE.**

Il silenzio era interrotto solo dal suo sbuffare. Il per la mia decisione era palpabile.
La conoscevo troppo bene e sapevo perfettamente che quella situazione era un equilibrio precario, come una reazione chimica instabile, non andava provocata, né sollecitata, per evitare che esplodesse all’improvviso.
Ma nonostante tutte le mie accortezze alla fine sbottò: “Non capisco proprio perché hai deciso di andare!”
Aprii la bocca per rispondere, ma lei riprese “è inutile che mi dici le stesse cose! Ho capito, ma non ha senso. E’ da pazzi… LETTERALMENTE PAZZI!”
Ebbi solo il tempo di annuire che lei proseguì “e te sei più pazza di loro! Ci vai solo perché ti da fastidio che lui sia infastidito da te e allora vuoi dargli fastidio andandoci. Ti rendi conto, sì? Sei masochista, e pure sadica! Siete tutti uguali! Vi meritate!”
Mi veniva da ridere, a stento riuscii a trattenermi, così continuai ad annuire aspettando che finisse.
“Ma poi mi dici che cazzo ci fai dal Sothom?! Lui ti odia, tu lo odi. Come potrà mai andare a finire bene secondo te? NON HA SENSO! E smettila di annuire come una pazza!”
Sapevo che aveva ragione, e lo sapeva anche lei, non serviva che glielo dicessi, così continuai semplicemente a rimanere in silenzio in attesa.
“e pure egoista sei! Saresti potuta rimanere qua, farti allenare da Ottavia, e restare con me, e invece no! Vai dal Sohom” detto questo distolse lo sguardo.
Ecco, la pausa nel suo attacco che stavo aspettando: “anche tu mi mancherai. Torno presto, promesso” le dissi e mi avvicinai a lei
“Ma smettila!” mi scansò infastidita, ma non così tanto infastidita.
Sapevo che potevo avvicinarmi ancora di più, e lo feci.
“Vaffanculo tu e Brando!” mi sussurrò mentre cedeva
“Sono d’accordo. Vaffanculo Brando!”
“Poi sarei io la stronza…”
“No, lo stronzo è Brando”
Ridemmo insieme.
Il suo sorriso. Fu questo il ricordo che mi portai dietro in quelle lunghe giornate di allenamento.
Brando non sorrideva mai, non a me almeno.
Aveva sempre quest’espressione truce e sofferente, come se contemplasse un tetro orizzonte interiore, e la mimica si inaspriva ancora di più in mia presenza.
Aveva ragione Ciri, mi dava fastidio il disgusto con cui mi guardava, mi faceva venire una rabbia che lo avrei preso a cazzotti, se solo ne fossi stata in grado.
Ma non lo ero.
Il giorno in cui arrivai non feci nemmeno in tempo a passare dalla camera che volle testare le mie capacità.
Posai le mie sacche sul bordo dell’arena e ci sfidammo. Fu umiliante.
Sono sicura di aver combattuto al massimo della potenza, della forza, di aver vibrato la lancia in lungo e in largo, ma nulla, non riuscii a colpirlo e per tutte e tre le volte mi ritrovai con la faccia nel fango e il suo coltello alla nuca.
Come abbia fatto non lo so. Ricordo solo un lampo grigio e poi il sapore della terra.
“Penosa. Non ho intenzione di perdere il mio tempo con te. Leone può dire quello che gli pare, ma io non ti allenerò” disse vicino al mio orecchio mentre con un ginocchio mi bloccava il petto a terra impedendomi di muovermi.
Poi se ne andò senza nemmeno girarsi, lasciandomi lì, confusa e perplessa nel mezzo dell’arena.
Totalmente umiliata.
All’improvviso una voce mi scosse dal torpore
“Hei cosa! Tu! Lancia!” Era Leone.
“Allora, ho parlato con Brando. Non ha intenzione di allenarti.
Però l’ho convinto a lasciarti guardare gli allenamenti degli altri. Tra una settimana vi risfiderete” mi disse sorridendo tranquillo.
“mi stai prendendo per il culo?! Io sono qui per allenarmi, non per guardare gli altri allenarsi! Non è giusto!” dissi carica di rabbia e frustrazione
L’espressione nel suo volto si fece improvvisamente seria “Ti sembro Balthazar?! E Brando ti sembra quella bonazza di Cyra?! Fidati, no, sennò non sarei qui a parlare con te ora.
Qui non c’è giustizia. Non ti credo così scema da non sapere che sarebbe stato difficile allenarti con lui. O se lo sei sono sicuro che Ciri te l’abbia detto prima di partire, quindi in ogni caso lo sapevi.
Questo è il meglio che possiamo chiedere a Brando.
Puoi non accettare e andartene, oppure puoi trarre il meglio dall’ingiustizia della vita, che scegli?”
“Che palle però!” dissi sbuffando
“Brava. Sarà un’ottima occasione per te. Diventerai una grande arma per il sussurro”
“io sono già una grande arma”
“No, per ora sei solo un’arma mediocre, anzi scarsa direi, a me serve che diventi micidiale, sennò non mi servi.”
Ciri aveva ragione, ma anche Leone aveva ragione, e pure quello stronzo di Brando.
Vaffanculo, non volevo dar ragione a nessuno di loro, quindi decisi di trarre il meglio da quella situazione.
Il giorno dopo iniziai ad osservare gli allenamenti dagli spalti dell’arena.
La prima mattinata mi sentii ribollire il sangue dalla rabbia: l’allieva che veniva addestrata era una totale frana in combattimento, un’incompetente, goffa e imbranata, con una portata di braccio ridicola. Eppure era lì, dentro l’arena, mentre io guardavo da fuori. E Brando le faceva pure i complimenti e la rassicurava.
Sembrava lo facesse apposta. Anzi, sicuramente lo faceva apposta.
Quello stronzo.
Ma non gliel’avrei data vinta.
Osservai con estrema attenzione ogni allenamento i giorni a seguire, non guardavo più solo gli allievi, ma anche il maestro. Guardavo come si muoveva, i suoi passi, dove teneva i coltelli, anche quelli nascosti, i movimenti delle braccia, il suo sguardo, il ghigno della sua bocca quando stava per colpire.
Dovevo studiarlo, capirlo, e prevederlo.
Il giorno della sfida arrivò velocemente.
Io ero già dentro l’arena, Brando arrivò senza entusiasmo “finiamo velocemente questa pagliacciata” disse scocciato.
Il primo coltello riuscii a vederlo e pararlo. Brando ne fu sorpreso e offeso allo stesso tempo, così ne tirò fuori un altro e mi colpì sulla tempia tanto velocemente che vidi solo un lampo grigio.
Ma almeno aveva tirato fuori due coltelli, sapevo dove stavano gli altri.
Di nuovo riuscii a parare un colpo, e disarmai il secondo, ma il terzo colpo non so, il terzo proprio non ho idea da dove sia arrivato, ricordo solo la sensazione del pomo sul naso. E poi buio.
Per tre volte mi ritrovai a terra.
Feci schifo, ma non così schifo e anche Brando lo riconobbe: “hai fatto schifo, ma meno schifo” mi disse
“quindi mi allenerai?”
“assolutamente no!”
“e quindi?” chiesi perplessa e anche scocciata
Brando mi guardò seduta nel fango come si guarda una mendicante e mi fece la sua misericordia: “continuerai a guardare gli allenamenti, solo quando riuscirai a sottrarmi questo ciondolo legato alla cintura ti allenerò”
“E basta? Solo questo?” dissi, ma lui mi dava già le spalle e se ne stava andando. Sicuramente avrà roteato gli occhi infastidito dalla mia insolenza.
La sfida si rivelò molto più ardua del previsto.
Brando non abbassava mai la guardia. Mai. E per quanto fossi io a cacciare lui si rivelò una preda impossibile da catturare.
Come mi avvicinavo scompariva nel nulla, eppure era lì, fino a un attimo prima, ne ero sicura.
Questo vuol dire che mi percepiva, anche se nascosta, e si nascondeva a sua volta.
Ma come?
“So che ci sei. Sento la tua puzza, desertica” mi disse una volta mentre chiudeva la porta della sua camera dandomi le spalle noncurante.
Rinunciai ad attaccarlo, avrei perso, però quello che mi disse mi servì molto.
Iniziai ad appostarmi contro vento, prestai attenzione alla mia ombra, alle mie orme, al rumore del mio respiro, al battito del mio cuore.
Iniziai ad essere scaltra come non ero mai stata.
Cominciai anche ad osservarlo, sia in bella vista, dove potesse vedermi, sia di nascosto.
Lo volevo far sentire braccato, o anche solo dargli fastidio. Cosa che mi procurava grande piacere, aveva ragione Ciri.
Ne osservai gli spostamenti, le abitudini, la routine.
Provai a lasciare trappole e inganni: il mio profumo spruzzato in modo strategico, capelli posizionati ad hoc, nascondermi dietro tende che mimetizzassero il colore delle mie vesti, approfittare di rumori improvvisi per spostarmi.
Stavo capendo, stavo migliorando.
E mi stavo pure divertendo.
Quello stronzo.
Quanto lo odiavo.
Tentai tutti i giorni di sottrargli quel maledetto ciondolo, e delle volte riuscii anche a prenderlo alle spalle, ma se ingaggiavo lo scontro continuava ad avere la meglio lui e mi ritrovavo con la faccia schicciata contro la pietra del muro o del pavimento senza nulla in mano.
Dovevo prendere il ciondolo tanto velocemente da non venir ingaggiata, ma come?
Ci pensavo giorno e notte, anche nei miei sogni studiavo un piano.
Finalmente un giorno, non so cosa fu, se il raggio di sole del tramonto che gli limitava la vista, l’urlo della cuoca che chiamava a tavola, il passaggio fortuito di Rory vestita in modo succinto, forse le stelle si erano allineate a mio favore, forse alla fine si era stancato di me e me l’aveva voluta dar vinta, o forse ero davvero migliorata in strategia, ma quella volta, allungai il braccio da sotto il tavolo e mi ritrovai il ciondolo in mano.
Lo guardai allibita.
“Alla fine ce l’hai fatta, non ci speravo più. Stavo morendo di noia” Disse
Ignorai la sua provocazione completamente rapita dal ciondolo che tenevo tra le mani.
L’avevo desiderato così tanto e finalmente eccolo: era una sfera dorata bellissima, lucida e brillante, la più bella che avessi mai visto. La ammirai trasognante e sorridendo felice la abbracciai al petto.
Poi gliela porsi per restituirgliela.
“No, no, puoi tenerla. Ora è tua.” mi disse con espressione di disgusto come se non volesse prender in mano qualcosa toccato da me.
L’avrei picchiato, ma mi avrebbe gonfiato come una zampogna delle Fiere, quindi feci finta di nulla.
“Quindi domani iniziamo l’allenamento?” chiesi mentre se ne stava già andando
“Hai la sabbia nel cervello? Era questo l’allenamento”
Rimasi in silenzio per un attimo scioccata dalla situazione e poi
“vaffanculo Brando!” gli urlai mentre se ne andava.
Brando non si girò nemmeno, ma sono sicura che se la ridesse soddisfatto.
Mentre preparavo le borse in camera entrò Leone
“Lancia, hai visto? E’ o non e’ stato utile?”
“Sei venuto a gongolarti? Sì Leone, avevi ragione te. E’ stato utile, è questo che vuoi sentirti dire?” dissi con tono appena appena passivo aggressivo
“Mi piacerebbe anche che tu dicessi: Abbasso Balthazar! Viva l’ingiustizia!”
“Abbasso Balthazar! Viva l’ingiustizia!” ripetei in modo teatrale
Rise soddisfatto
“Torni dalla Stronza ora?”
“Sì, ho anche un bel monile da portarle in dono, magari non sarà più così incazzata” dissi mostrando il ciondolo
“Ah! Brando ti ha regalato Ernesto?”
“…Ernesto?” chiesi dubbiosa
“Sì, sono le palle di Ernesto. Sono stati i primi testicoli di traditore che gli ho fatto tagliare. Li abbiamo fatti coprire d’oro e li abbiamo tenuti come ricordo, uno io e uno lui. Ti ha fatto un bel regalo Brando. Alla fine mi sa che si è affezionato davvero a te”
Per un attimo rimasi in silenzio, nuovamente scioccata dalla situazione, e poi
“MA VAFFANCULO BRANDO!!” urlai e lanciai la palla contro la parete.
Presi la mia sacca e me ne andai.
Leone si piegò a raccogliere la palla dorata rotolata ai suoi piedi
“Povero Ernesto, nessuno ti apprezza come noi” la baciò e se la legò alla cintura vicino all’altra.
Finalmente riunite dopo tanto tempo.
