Di Dei, di Bevande e di Mortali

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Acqua fresca o ottimo Ron?
Perché Iker rimaneva sempre l’ultimo nelle scelte?
La vecchiaia ne aveva piagato i riflessi? A giudicare dai colpi di spada che parava con buona maestria, probabilmente non era carente di velocità fisica.
Forse gli anni in più ne avevano piagato la sfrontatezza della gioventù, di quando ci si impegna in gravose opere senza batter ciglio o quando si prendono decisioni mal ponderate, che poi si rimpiangono per le lune  a seguire.
Alla sua sinistra Raùl e Diego si erano pronunciati per primi. Ron senza dubbio. Siamo erigasiani e abbiamo el fuego della canna da zucchero nelle vene. Rinunciare al Ron sarebbe stato come rinunciare al nostro Io, alle radici stesse della nostra Terra e a secoli di tradizioni.
Alla sua destra Lorelai e Almodena avevano scelto l’acqua, non tanto per gusto personale (o almeno, non per il gusto personale del Capitano) ma per il collegamento al cartiglio ritrovato la sera precedente da Buck al termine dell’Occulta Semina.
Cinque giri di clessidra a parlare e due o tre per decidere.
Iker era muto.
Primo non sapeva nemmeno bene per cosa stesse scegliendo. Era ovviamente certo che quella che stavano soppesando non fosse una semplice offerta di beveraggi da parte del Vagabondo.
Secondo, gli pareva strano come, se tutto ciò avesse avuto un qualche tipo di ripercussione, ciò fosse stato deciso da uno che era erigasiano solo da diciassette anni. Sarà stato quello lo strano odore che sentiva il loro strano interlocutore.
Forse però, era giusto che un altro vagabondo prendesse la scelta finale. Nessuno dei presenti probabilmente aveva vissuto tanto a lungo lontano da casa propria e, parimenti, nessuno dei presenti sapeva cose volesse dire essere solo al mondo quanto lui.
Sarebbe stato il responsabile di quale svolta epocale? In un mondo dominato da uomini che si erano fatti Divinità in terra e semidei che si introducevano nelle vite di tutti i giorni del Pueblo.
Improvvisamente, dopo aver a lungo soppesato, valutato, perfino annusato i due bicchieri, decise di afferrare quello col liquido trasparente e mandarlo giù tutto d’un sorso.
Di lì in avanti, non fece altro che ripensarci tutto il tempo, almeno fin quando non assistette alla scena della due creature alate che avevano a che fare con quella che una volta era Anka.
Solo le lacrime della cara nipote e lo sguardo carico d’odio di Eliot lo scossero, ma poi perse completamente il controllo di sé e si vide quasi in terza persona mentre cercava con tutte le sue forze di massacrare degli inermi cultisti che richiedevano la pace. Ma lui non era padrone dei suoi movimenti e continuò a cercare di ucciderli tutti, anche la donna mascherata, al meglio delle sue possibilità.
Improvvisa, arrivò la venuta dell’Imperatore Caliban.
Mentre era a terra torcendosi nel dolore, tale da far sembrare che le sue stesse ossa si stessero frantumando, toccò con mano il potere di un Dio. Era inerme. Era una bambola nelle mani di una bambina.
Quando Don Esteban lo incaricò di seguirlo e selezionare altre tre persone per rispondere alle domande dell’Insonne, si sentiva certamente fiero di tale incarico. Al contempo, si rendeva conto di quale responsabilità stava incombendo su di lui e sui suoi compañeros. Sia su quelli fuori che, ancor di più, su quelli dentro.
Durò un tempo impossibile da quantificare. Fosse uscito e qualcuno gli avesse detto che era trascorso un secolo, lui ci avrebbe creduto. Poi vennero chiamati coloro che appartenevano agli Indagatori dei Culti Apocrifi.
In quel gruppo vi era praticamente ogni persona a cui era più legato, forse eccezion fatta del giovane Curtois, lasciato a casa a Puente Viejo e una manciata di cari amici presenti nella Compagine della Ventura MMCMLXV.
Mancava solo Hari. Probabilmente la sua salute un tempo cagionevole di un tempo, dopo giorni di fatiche, sudore, ferite e stress, si faceva sentire e ordinava di pagare un conto salato.
Infine, dopo aver dichiarato il culto di Thalnuth eretico e aver sciolto ufficialmente la Setta degli Indagatori dei Culti Apocrifi, faceva sparire in un bagliore di luce le quattro che si erano dichiarate colpevoli di essere le autrici dell’invenzione del culto deviato pocanzi sanzionato.
Iker sentì dei movimenti, avvertì delle parole sommesse, ma nessuno avrebbe aiutato in alcun modo la situazione che si era creata.
Era impietrito dallo sconforto. Neppure le lacrime riuscirono ad uscire dai suoi occhi e forse fu un bene anche quello. Non si piange sull’infallibile giudizio Imperiale.
Sentiva la sua figura tremare in modo incontrollato, preda di spasmi che andavano a scaricare la tensione accumulata in questi giorni.
Il busto vibrava avanti e indietro, le labbra venivano morse fino ad aprirle.
Sentì il sapore ferreo del sangue, il caldo invase il suo palato e un leggero rivolo stava per rendere scarlatta la sua barba grigia. Si pulì e fece finta di nulla, lì innanzi all’Imperatore. Chissà se lo stava guardando, se lo stava analizzando, se stava guardando dentro di lui per capire chi fosse realmente.
La testa, preda di emozioni, riflessioni, ragionamenti, sentimenti e stanchezza, iniziò a pulsare, prima piano come quando ci si avvicina di soppiatto ad un nemico, poi sempre più forte, come la corsa di un Tercio verso la pugna e all’ultimo come una carica di cavalli impazziti.
Infine a Don Esteban venne concessa la parola e cercò di testimoniare stima nei riguardi delle quattro donne portate lontano. Poi il Grand Master Nestor, infine i due Arconti superstiti di Khartas.
Queste autorità giurarono il bene che sempre avevano compiuto per l’Impero dei Quattro le imputate e si unirono in una accorata richiesta di clemenza, così come le Genti tutte di Caponord radunate davanti allo spalto.
Se questo gesto sarà in qualche modo utile alla causa, sarà il tempo a stabilirlo.
Non rimaneva che attendere il verdetto cercando di non impazzire nel tempo necessario a vagliare le quattro imputate.
E dare un qualche tipo di spiegazione ad Hari. Se mai ne fosse esistita una accettabile.

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