Di madri, di mostri

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Passeggiavano da ore, come a voler recuperare tutto insieme il tempo in cui erano state lontane, ed alla fine erano tornate nella piccola piazzetta antistante il maestoso cancello che delimitava la residenza: altre persone qua e là si attardavano in giro. Era il tramonto di una giornata stranamente piacevole, nonostante la stagione fredda avesse già cominciato a fare capolino, soprattutto la sera: era l’ultima passeggiata prima che il rinomato inverno khartasiano le costringesse a spostare davanti a una tazza di tè caldo le loro abituali conversazioni.

“Non insistere mamichka, Ludwig è troppo giovane: t’immagini il giorno delle nozze!?! Più che la futura sposa sembrerei la sua badante!” disse alfine la giovane donna, risoluta.
“Eppure stanno facendo scalpore le sue doti…” tentò di aggiungere la donna più in là con gli anni.
“Certo, il fatto che sia già riuscito a cacciare una marmotta tutto da solo lo rende senza dubbio un candidato di prim’ordine!” disse la giovane donna “Mi vuoi spiegare una cosa mamichka? Sei tornata da poche ore da un viaggio tutto sieste e crocque-mossieurs, del quale per inciso non so niente, e riesci solo a parlare di candidati e nozze?!?”
La donna sorrise sconsolata “Non essere sciocca: devi consolidare la tua posizione! E sai molto del mio viaggio, ti ho scritto ogni volta che ho potuto…”

“Ah, questa è bella! In 8-9 missive mi avrai scritto si e no trenta parole, giusto lo stretto necessario per farmi capire che eri viva e scarsamente desiderosa di farti sentire!”

Moy Mostrichka, la solita melodrammatica!”

“Quale melodrammatica?!?! Il concilio dei Golova Volka Von Khratos è un covo di serpi: ancora non hanno digerito la mia nomina ad Arconte… E se avessi avuto bisogno di te?!?”

“Grazie per averlo detto ma sappiamo entrambe che ho cresciuto una donna ampiamente in grado di difendersi da sola: sguazzi negli intrighi di potere come un pesce in acque sicure…”

“Beh allora avresti almeno potuto distrarmi con qualche aneddoto sulle tue vacanze…”

“Come avrebbero potuto soddisfare le tue fantasie le avventure di una vecchia in giro per Caponord…?!?”

“Vecchia, dai mamichka non buttarti giù: diversamente giovane, avrei detto!”

Scoppiarono entrambe in una fragorosa, scomposta risata: Zoya l’avrebbe ricordata per il resto della sua vita.

“A proposito di viaggi, mi fermo solo qualche giorno: ho intenzione di ripartire a breve…” riprese la donna più anziana.

“Che significa ripartirò a breve?!?” fece la giovane, esterrefatta “Dove vai stavolta? Ce la fai a portarmi un regalo, tanto per cambiare?!?”.

“Mi mancherai anche tu, moy Mostrichka” Esclamò la donna più anziana, sarcastica “E comunque, ho capito che Caponord mi va stretta: voglio andare a Sud, vedere qualcosa di più esotico. E per tua informazione sappi che ti ho portato qualcosa anche da questo viaggio, simpaticona”. La donna frugò nell’ampia borsa che portava sotto braccio: ne estrasse un sacchetto minuto ma finemente ricamato e lo porse alla giovane che aveva già cominciato a strepitare. Non si scomponeva mai, non dava a nessuno l’occasione per riprenderla: ma con lei, si lasciava andare senza ritegno.

Mamichka, sei grande!!! Temevo che tutte queste chiacchiere fossero il preludio di un qualche discorso sull’importanza delle esperienze immateriali…” la donna cominciò a saggiare il contenuto del sacchetto “Un pò piccino, ma almeno non è un libro, giusto?!?”.

La giovane estrasse un anello finemente lavorato, con tre gemme, una rossa e due blu: lo mise subito, le piaceva da morire come copriva la quasi totalità del suo dito indice.

“Fantastico! Ti sei superata Mamichka: batte senza dubbio l’anfora del Folklorny dell’anno passato…”

Zoya rialzò lo sguardo sulla madre, giusto in tempo da accorgersi del rapido mutamento della sua espressione: guardava, o meglio fissava, a pochi passi da loro un individuo che la figlia era convinta di non aver mai visto.

Mamichka? E quello chi è? Sembra uno straniero… valdemarita direi”

Radmila sembrava confusa e disorientata, mentre la figlia continuava a incalzarla.

“Non dirmi che durante il tuo lungo viaggio hai messo su un amante valdemarita! E sembra anche ben più giovane di te, complimenti mamichka!” Zoya cominciò a ridere sommessamente “Come si dice papino in valdemarita arcaico…?”, non poteva proprio fare a meno di ridere.

“Non può essere lui… non DEVE essere lui! Manderà tutto in malora!”

Mamichka sono abbastanza adulta da poter incontrare il tuo nuovo amante…” Zoya aveva riacquistato la serietà: la madre sembrava invece sempre più preoccupata.

Mami?!?”

“Taci, Zoya, non è il momento.” L’aveva chiamata Zoya forse sei o sette volte da quando aveva memoria e non era mai per niente di buono. Di norma apprezzava il suo fare un pò dissacrante, era uno dei lati del carattere della figlia che più la divertiva: stavolta però non era in vena di scherzi.

L’uomo nel frattempo si era avvicinato: era sulla cinquantina, aveva dei corti capelli brizzolati ed il fascino senza tempo del un lupo travestito da agnello.

“Perché la creatura che più temi è solo un uomo!?” disse beffardo rivolto a Radmila, non appena le fu distante pochi passi. Radmila rimase di sasso, senza fiatare.

“Dimmi, perché un uomo così ordinario ti spaventa tanto?!?” nessuna risposta ancora.

L’uomo fece per parlare di nuovo quando ormai era ad una spanna da Radmila: fu Zoya ad interromperlo, frapponendosi fra i due.

“Non so con chi pensi di parlare, monsieur: costei è Radmila Von Khratos e se oserai ancora rivolgerti a lei senza riservarle il rispetto che merita una Golova Volka te la vedrai con me!” Zoya aveva cambiato espressione: era diventata quel blocco di ghiaccio gelido che i suoi nemici tanto temevano. Sembrava calma, imperturbabile, ed il più delle volte bastava questo a destabilizzare il suo interlocutore.

L’uomo rimase interdetto per qualche istante, inclinando la testa di lato: poi, d’un tratto, si risolse all’azione.

In un attimo esplose la tragedia: il valdemarita afferrò Zoya per una spalla, lanciandola poi contro le mura vicine, come fosse un sacco dal peso irrisorio. Si accanì quindi su Radmila che era rimasta bloccata da quella violenza inattesa.

Quando Zoya si riprese dopo qualche attimo lo spettacolo che le si spalancò davanti era osceno: Radmila giaceva al suolo ricoperta interamente del suo stesso sangue. L’uomo invece stava letteralmente trasformandosi proprio innanzi ai suoi occhi: il valdemarita lasciò pian piano il posto ad una bestia, una spaventosa aberrazione simile ad un pipistrello, che se ne stava coricata sul ventre della madre, pascendosi delle sue interiora straziate. Zoya si mise a gridare, cercando di raggiungere la madre esanime, invocando alcune parole arcane in soccorso: sentiva la sua voce distante, i rumori attorno a lei ovattati.

Nel frattempo era scoppiato il panico: i passanti invocavano a gran voce la guardia cittadina mentre un via vai caotico di estranei si susseguiva intorno alla piazzetta.

Zoya fece una fatica incredibile a raggiungere la madre: sentiva qualcosa di umido colarle dalla fronte mentre la gamba destra, la stupida gamba destra, sembrava risponderle a momenti alterni. La vista le si offuscò a più riprese e solo quando l’incanto fece il suo corso raggiunse la madre morente: della bestia non era rimasto più nulla.

Si chinò sulla donna cercando di non guardare lo scempio che era stato fatto del suo corpo “Mamichka?” le chiese, senza nemmeno sperare di udire risposta.

“Va… tutto… bene… moy mostrichka… devi… l’anello…” e spirò, senza aggiungere altro. Zoya si chinò sul corpo della madre ed il sangue l’avvolse fino a perdere conoscenza.

Normalmente il sogno finiva lì: quella volta invece non riusciva a svegliarsi. Rimase ancora lunghi attimi accanto al corpo morto della madre, bloccata nel dolore di sentirsela sfuggire dalle mani.

Tutto era diventato scuro, gelido, era come se si trovasse d’improvviso in una camera fatta di incubo: una donna si stava avvicinando, austera, vestita di un candido abito che sormontava una sottogonna color canna di fucile.

“Che ti aspettavi? Va sempre a finire così con le persone che hai intorno: mandi tutto in malora, riesci a corrompere anche il sentimento più puro. Sei un mostro.” disse Yelena Yad-Stolock, la faccia impassibile e gli occhi severi.

“Io… stavolta non c’entro… niente” provò a scusarsi Zoya, ancora lorda del suo sangue e di quello della madre.

Yelena stava per replicare quando la sua faccia si contorse in una smorfia di dolore: la punta insanguinata di un coltello spuntò dal centro del suo petto. Mentre si accasciava al suolo la figura imponente ed autoritaria di Radmila, in salute ed impeccabile come suo solito, si lasciò andare ad una flebile smorfia.

“Ti ho già detto che non l’ho mai sopportata?!?!” disse la donna.

“Forse una volta o due…” rispose Zoya accennando ad un sorriso. “Perché sei qui? E’ vero che sono un mostro? Che è tutta colpa mia?” non avrebbe pianto ma di sicuro aveva bisogno che la rassicurasse, un’ultima volta.

Radmila si avvicinò e, inginocchiandosi, le prese il volto tra le mani “Se essere una donna fiera e forte in un mondo di uomini che cercano di sottometterti fa di te un mostro allora sii il mostro più spietato che queste terre abbiano mai visto, moy mostrichka.”

Zoya annuì debolmente, non c’era più sangue adesso. “C’è dell’altro mamichka?”

“Si: devi lasciarmi andare…” disse Radmila, bonariamente. Zoya annuì senza aggiungere altro.

Un sonno senza sogni accompagnò il resto della nottata.

Il giorno dopo si alzò di buon mattino: si vestì rapidamente ed uscì di casa con un manipolo di servitori. Raggiunse la casa di Radmila senza fermarsi, con l’urna contenente il suo cuore stretta al petto, quasi fosse uno scudo: lasciò andare un lungo sospiro e poi entrò “E’ giunto il momento di sgombrare le tue cose, mamichka”, pensò a bassa voce.

Erano passati quasi otto anni dalla morte della madre, il ciclo di una nuova Ventura stava per cominciare: era tempo di cambiamento.

Nel bel mezzo dello sgombero si trovò ad indugiare nella vecchia stanza della madre, mentre in tutta la casa uno stuolo di servitori impacchettava i numerosi cimeli di cui si era circondata in vita Radmila Von Khratos. Contemplava il suo armadio, stracolmo di vestiti coperti di polvere ma ancora meravigliosi, tra cui risaltava senza dubbio un lungo cappotto dalla fodera rossastra che le aveva invidiato dal momento in cui lo aveva comprato: all’improvviso si accorse di un bauletto coperto di polvere che non riusciva a riconoscere.

“Vecchia spilorcia, ad averlo saputo venivo prima…” pensò tra se e se ridacchiando.

Tolta la polvere, sul coperchio del bauletto comparve una grossa “Z”: il problema è che era chiuso. Lo scosse tenendolo dai lati, cercando di carpirne il contenuto: non udì tintinnare.

“Lo sapevo…” pensò imbronciandosi.

Nel passare poi la mano affusolata, piena di anelli ed ornamenti vari, davanti alla serratura sentì il lucchetto schiudersi: aprì il bauletto curiosa come un ladro che pregusta un tesoro imprevisto.

C’erano solo delle lettere, tutte chiuse col sigillo della madre: erano numerate e non sembrava vi fosse modo di capire dall’esterno a chi fossero indirizzate.

Aprì la prima, che cominciava, per sua grande sorpresa con parole che le erano estremamente care “Moy Mostrichka…”: lesse tutto, voracemente, isolandosi dal mondo che la circondava.

Alla fine, ebbra come se avesse bevuto una damigiana intera di zamerat, si precipitò fuori, lasciando poche istruzioni ai servi presenti.

Aveva qualcosa da fare.

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