Unsleeping

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La tazza sul comodino. L’odore di valeriana e camomilla che impregnava le tende. Il piattino di biscotti di avena appena sfornati. Le lenzuola ben tirate sul materasso. Un cuscino in fondo al letto.

Vivi si sarebbe complimentata a lungo con se stessa se solo avesse potuto illudersi che tutto l’apparecchiamento sarebbe servito a qualcosa. Eppure ci teneva, ci teneva così tanto! Era o non era una delle migliori guaritrici di Caponord? Eppure la salute della sua paziente sembrava proprio volerle sfuggire di mano: non dormiva quasi più, parlava a malapena e con un filo di voce, aveva perso pure l’appetito (era il colmo!). Le sale di Chronicus prima e la faccenda dello specchio poi avevano scavato un solco che Vivi non riusciva a colmare nemmeno con tutto il suo amore e la sua dedizione.

Quella sera però sarebbe stato diverso. Quella sera la scienza medica e la benedizione di Shiva avrebbero trionfato su qualsiasi cosa stesse affollando il corpo e la mente della sua paziente. Vivi l’aveva messa a letto, le aveva rimboccato le coperte e le aveva piazzato fra le mani la sua nuova invenzione.

Che Shiva le ghiacciasse le dita dei piedi se nemmeno stavolta fosse riuscita nel suo intento!

***

Eliot rigirava la tazza ricolma di un liquido scuro fra le mani senza sapere bene cosa fare.

Fino a qualche giorno prima la sua vita quotidiana era stata molto affollata. Da che ricordava, i suoi sogni erano sempre stati piuttosto intensi e ogni tanto si ritrovava circondata dalle versioni immaginarie dei suoi conoscenti. Tuttavia, dopo aver preso qualcosa (quale cosa, poi? Ne era valsa la pena?) dalle sale di Chronicus la situazione era progressivamente peggiorata, tanto da non poter muovere un passo senza un commento, una battuta di spirito, un rimprovero proveniente da… da ovunque!

All’inizio con lei c’erano stati quasi sempre Iker e Isabeau, loquacissimi, di norma impegnati in qualche lunga disquisizione sulle innovazioni alchemiche applicate alle armi da fuoco, ma in seguito le presenze si erano moltiplicate e cercare di ignorarle era diventato sempre più problematico. Ad esempio, ogni sera Vivi le portava qualche miscuglio per farla dormire meglio: se solo avesse potuto, avrebbe visto un’altra se stessa che contestava le dosi di erbe medicinali utilizzate per la tisana, supportata da un’Artemisia molto piccata per il fatto che non contenesse nulla di allucinogeno e da una Scarlett molto offesa per la mancanza di componenti alcoliche.

Ma dopo la faccenda dello specchio…

Eliot avvicinò le narici alla tazza, reprimendo un leggero conato. Ormai aveva smesso definitivamente di dormire e le sue allucinazioni erano diventate improvvisamente silenziose. La seguivano a distanza senza parlare, osservandola con espressione indecifrabile, soprattutto Zoya (la zarina non la mollava mai: Eliot sentiva il fruscio della sua veste anche nell’intimità della latrina). Erano tristi? Deluse? Preoccupate? Indifferenti? Non lo sapeva, ma comunque non le importava davvero. Tanto, ormai non era più lucida. Ah, prima questa consapevolezza la spaventava a morte, invece adesso…

Osservò a lungo il liquido immoto nella tazza, sperando di trovare una risposta a tutte le domande che le si agitavano nel petto o un sollievo per la sofferenza che non faceva altro che accumularsi giorno dopo giorno, ma finì per alzare il naso verso il soffitto, sospirando. Fu allora che vide due figure sedute sulla scrivania: l’una sedeva sull’orlo del ripiano dondolando le lunghe gambe magre, mentre l’altra la osservava a braccia conserte fumando una sottile sigaretta.

Oh no.

Nel via vai di presenze degli ultimi tempi quei due erano gli unici a non esser mai comparsi. Mai, neanche una volta.

Eliot distolse lo sguardo, riportandolo verso il liquido scuro, denso e imperturbabile. Per un attimo sperò di annegarci dentro, poi si costrinse ad alzare di nuovo la testa. I due adesso la osservavano dall’altro capo del letto, l’uno tormentandosi i capelli, l’altro scrocchiandosi le nocche. Eliot si schiacciò contro il cuscino che le sorreggeva la schiena, nell’inutile tentativo di scomparirvi dentro. La tazza traballò appena e una macchia violacea fiorì sulla rovescia delle lenzuola. Dannazione.

– Eh, non fa niente.

– Tanto quella roba non serve a un cazzo.

Oh? Mi parlano?

– Bevila lo stesso, dai. Magari qualcosa fa.

– Ma sì, dalle questa soddisfazione.

Era talmente impegnata a essere sorpresa che obbedì senza cincischiare. E poi comunque aveva la bocca foderata di sabbia e un goccio della tisana di Vivi non avrebbe certo pegg- CHE SCHIFO MISERIA LADRA!

– È cattiva, eh?

– Cattiva e inutile.

Ah ah, come me.

– Esatto.

– Come te.

Eliot rischiò di strozzarsi e di rovesciare sul copriletto quel che rimaneva del disgustoso contenuto della tazza. Era stato un colpo davvero basso e in fondo al cuore da loro non se lo sarebbe mai aspettato. Aprì la bocca per tentare di controbattere, ma i due si erano avvicinati ancora e si erano appoggiati ciascuno a un lato del letto, l’uno sfiorando appena il materasso e l’altro appoggiandovisi di malagrazia. D’istinto, raccolse le gambe al petto, chiudendosi in una patetica difesa. L’uno scosse la testa, l’altro le puntò il dito contro.

– Solo una persona cattiva e inutile farebbe questo a se stessa.

– Ti devi dare una sistemata, cazzo.

Lo so, LO SO! E lo sapeva davvero, ma che poteva farci? Le due figure erano già salite sul letto, incombendo su di lei e costringendola a trattenere il fiato per evitare di essere compressa dalle loro ginocchia. Sorridevano, e le pieghe delle loro bocche erano inquietanti quanto melliflue erano le parole che ne uscivano.

– Non preoccuparti, siamo qui per aiutarti…

– Ma prima rispondi a questa domanda…

Le voci vibrarono all’unisono, perfettamente sovrapposte.

RIESCI ANCORA A DISTINGUERCI?

Oh no. Eliot sentì il morbido guanto del panico avvolgerla stretta mentre distribuiva affannosamente lo sguardo fra le due coppie di mani che sembravano avvicinarsi inesorabili alla sua gola. Oh. No. Chiuse gli occhi, sentì un lieve calore vicino al collo, annaspò per prendere un lungo respiro. Oh no no no.

–  ECCO! IO TE LO DICEVO CHE ERA GRAVE! MA TU NOOOO NOOOO, TANTO LE PASSAAAAAA!

– MA BRUTTO IDIOTA, SONO IO CHE TE LO DICO DA GIORNI!

– SEI INUTILE COME UNA SEDIA DI CHIODI!

– HA PARLATO IL CLISTERE DI BRUCHE!

– CAVATI QUEL BASTONE DAL CULO, MOCCIOSO DEL CAZZO!

– TU SEI TROPPO TAPPO PER AVERE IN CULO ANCHE SOLO UNO STUZZICADEN-

Due paia di mani l’avevano scossa violentemente per le spalle e ora distribuivano gesti volgari e spintoni ai loro possessori, ormai arsi dal sacro fuoco della zuffa. Una scena che nemmeno al mercato del pesce, nemmeno i ragazzini che baravano a biglie! Dopo qualche istante di incredulità, Eliot era esplosa in una risata senza freni, stringendo le palpebre fino a lacrimare di dolore. Non li ascoltava nemmeno più.

Ah, ma che si era aspettata dalle sue allucinazioni? Che senso avrebbero mai potuto avere? Dopotutto aveva perso il senno, la misura, la lucidità, la dignità e chissà cos’altro ancora, e presto avrebbe perso tante altre cose importantissime, ah ah ah! E che altro poteva fare se non ridere, ridere di se stessa, della sua incapacità e della sua disperazione, rimirando il suo patetico riflesso in qualunque fantasia venisse partorita dalla sua mente?

– Ma smettila.

Una terza voce familiare azzerò qualunque altro rumore nella stanza. Eliot riaprì faticosamente gli occhi umidi: i due avevano smesso di azzuffarsi e ora si guardavano di sottecchi, mentre sul ripiano della scrivania sedeva a gambe incrociate un’altra Eliot, uguale a lei in tutto e per tutto, se si eccettuavano l’espressione distesa e riposata, i segni dell’età meno evidenti e un fisico decisamente più sano e forte.

– Andiamo, cos’è tutta questa confusione? Perché ti tormenti tanto? Tu sai come stanno davvero le cose.

Ma…

– E sai benissimo di cosa hai bisogno.

Ecco…

– E, se non sbaglio, ormai sai anche quale decisione prendere. Anzi, hai già deciso.

MA QUESTO È… oh, questo è vero.

– Hai tutto il quadro, insomma. Che ti importa del resto? Che altro ti serve, a parte una buona dormita?

Eliot alzò lo sguardo verso le due figure sedute sul letto, che la ricambiarono con un’alzata di spalle, e annuì con grande lentezza. – Non ricordavo di esser mai stata tanto saggia…

– È perché quella saggia sono io – rispose l’altra, sorniona. – Dovresti davvero farmi prendere il timone più spesso. Ma ora lascia che questi due cretini facciano quello per cui sono venuti.

I due rivolsero un’occhiataccia alla placida figura sulla scrivania, che li abbracciò affettuosamente con un sorriso luminoso, in grado di avvolgere e riscaldare tutta la stanza in un solo attimo. Eliot si sentì stringere il cuore: il sole che spariva dietro ai Monti di Fuoco, cimeli custoditi con cura, spiedini di serpente abbrustoliti alla fiamma del salone… oh insomma, era così evidente! Era come il liquido scuro che ancora indugiava nella tazza: non c’era davvero confine fra balsamo e veleno.

Mentre a fatica tirava le fila di tutto quel delirio, le due figure si accomodarono ai lati del cuscino, stendendo le gambe sul materasso e incrociando le braccia dietro la testa. Si somigliavano tanto, eppure erano così diverse!

– Ci pensiamo noi a farti dormire, adesso.

– Il resto non ha importanza.

Eliot si aggrappò furtivamente a un lembo delle loro rispettive camicie.

Entrambe erano così morbide.

***

Quella mattina, appena sveglia, Vivi rimase molto sorpresa di non sentire l’odore dei biscotti appena sfornati. Andò a bussare ancora in camicia da notte alla stanza di Eliot, ma non ottenne risposta. Aprì piano la porta, che cedette con un leggero cigolio, e vide l’amica nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata, pugni stretti e fronte aggrottata, ma finalmente sprofondata in un sonno ristoratore. La tazza sul comodino era vuota.

Vivi represse a fatica un grido di giubilo, chiuse la porta e si precipitò a intimare a tutti gli abitanti di casa Von Khratos di non produrre nessun rumore molesto, pena una morte orribile e dolorosa. Il suo trionfo era totale: alla fine del salmo, la sua abilità di guaritrice non aveva fallito nemmeno stavolta.

Se solo avesse potuto, accanto a Eliot avrebbe visto un ragazzo disteso che le stringeva le mani e le mormorava chissà cosa fra i capelli.

Se solo avesse potuto, avrebbe visto anche un giovane uomo, apparentemente intento a fumare una sottile sigaretta, comodamente appollaiato con tutto il suo peso sul grembo dell’amica, proprio vicino al suo cuore.

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