Scentiar, anno IV del Regno Eterno. Buio. – How to save a life

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(Questo post apre il capitolo scentiarita della vita del buon vecchio Noctulio e l’inizio del calvario per la cara Loupelee… per questo è stato scritto a quattro mani da Noctulis e Lypsak 😀 – un applausone, è stato un lungo parto!!!)

Non poteva dire che era un sogno, poiché non lo era.
Non poteva dire che era un incubo, poiché non lo era.
Era semplicemente niente. Anzi, il Niente. Vuoto totale ed assoluto. Una coltre senza colore, senza forma né dimensione, vagamente tiepida. Ogni tanto, in questo vuoto, una luce si accendeva all’improvviso in lontananza; come riuscisse a percepirla non lo sapeva, poiché quelle non erano nemmeno tenebre. Era il Nulla nella sua sconcertante vastità.
Non ne aveva nemmeno del tutto coscienza di quella situazione, se di coscienza si poteva parlare. Solo nel momento in cui si accorse di quello che gravitava intorno a lui (o che NON gravitava), allora il vuoto collassò su se stesso, cadendogli addosso con tutto il peso che possedeva. Allora sì, finalmente, fu luce, bianca e debole luce, lampo improvviso, gradevole tepore.
Piedi. Gambe. Bacino. Pancia. Mani. Braccia. Spalle. Torace. Un cuore pulsante, dentro quel torace. Collo. Testa. E dentro la testa, pensieri improvvisi e stupiti.
“Questa cosa attaccata è un corpo.”
“Il mio corpo.”
“Direi che sono vivo, allora.”
“Sono ancora vivo.” 
“Se vivo si può dire, ovviamente.”
Aveva delle mani funzionanti, che mosse nervosamente facendo schioccare le articolazioni delle dita. Aveva anche degli occhi, che aprì debolmente per rendersi conto di dove era; innanzi a questi, apparve inizialmente solo una nebbia sanguigna e densa, attraverso cui filtrava a malapena la luce. L’ultimo suo ricordo, nel delirio di dolore dei giorni precedenti, lo vedeva sulla banchina di una città sconosciuta, in mezzo ad una tempesta, e poi era scivolato ed aveva battuto per terra…
La cicatrice sul volto. Aveva battuto quella, e adesso su di essa sentiva distintamente il tocco morbido e soave di bende nuove e pulite. Qualcuno le aveva cambiate. Qualcuno…
La mano corse rapidamente sino al viso, quasi a coprirlo con vergogna, con una rapidità tale che tutti i muscoli intorpiditi protestarono vivacemente.
– Non te l’ho vista la faccia, bello addormentato –  fece una voce femminile vicino a lui. – Ti difendi bene nel sonno. Non sai che fatica cambiarti quella benda…
 Come avrebbe voluto voltarsi e vedere chi era il suo interlocutore!, ma i dolori del suo corpo erano tali che gli impedirono un nuovo movimento veloce. Provò a girarsi ma la voce, con un tono di secco rimprovero, lo apostrofò vivacemente.
– Campione, non ti muovere troppo che ti si riaprono le ferite, e io non lo pago di nuovo il cerusico per te!
Noctulis avvertì in quel momento che il suo intero corpo era bendato, aveva una gamba steccata e fitte allucinanti ovunque, dovute sia alle ferite che ai punti che gli erano stati dati e lui stava riaprendo. Lo avevano rimesso in piedi come una bambola rattoppata, ma almeno era vivo. Guardandosi intorno alla ricerca del suo interlocutore, vide che era dentro una stanza piuttosto lussuosa, dalle pareti in legno rossastro, con pochi e lussuosi mobili; un grosso armadio torreggiava su un lato della stanza, accanto ad una finestra chiusa da pesanti tende di velluto scarlatto. Quello in cui era adagiato era un  piccolo letto robusto, con lenzuola soffici e delicate come mai aveva sentito; alla luce di numerose candele, vide che l’unica altra uscita dalla stanza era una porta che al momento stava chiusa. Sentì poi dei passi alle sue spalle, dove non arrivava con la vista, e la voce lo apostrofò di nuovo.
– Ora che ti sei svegliato è inutile che tu ti guardi intorno come un animale in gabbia. Non sei prigioniero di nessuno, e sei pregato di non fare tante storie.
Udì una bottiglia che veniva stappata, e del liquido che veniva versato in un bicchiere. Poi la figura alle sue spalle bevve, posò il bicchiere e riprese a parlare.
– Ah, il cerusico di Ellesham ha detto che la botta non doveva essere troppo forte, quindi non sei rimasto menomato né tantomeno sei diventato scemo, quindi abbi il buon cuore di dirmi chi sei e che ci fai qui.
Con uno sforzo sovrumano Noctulis riuscì a girarsi su un fianco, e proprio in quel momento nella penombra apparve la figura della donna che era vicino a lui. Prima di “donna”, quando la vide Noctulis pensò a “femmina”; nella luce soffusa vide una figura più bassa di lui di quasi mezzo piede, ma con un fisico accattivante, mozzafiato, una serie di curve perfette, dal prosperoso seno fino ai fianchi ben torniti, tutti a malapena contenuti in una lunga gonna nera sfrangiata e in una bizzarra camicia cremisi che lasciava scoperto il ventre e le spalle. Aveva la pelle olivastra, che le conferiva una bellezza esotica e coinvolgente, e Noctulis percepì un forte profumo fruttato mentre si avvicinava; quando si chinò su di lui vide il viso delicatamente truccato, con labbra prepotentemente carnose, incorniciato da una cascata di riccioli corvini. La donna lo guardò, puntandogli addosso occhi scuri e magnetici dal taglio a mandorla; l’espressione era a metà tra il divertito e l’ironico.
Noctulis, mantenendo la calma, ricambiò il suo sguardo.
– Noctulis Desmortes – disse freddamente. Sì, ormai aveva fatto suo quel nome. – E perchè sono qui me lo deve dire lei.
La donna si rialzò, e si iniziò a versare un altro bicchiere di vino dal profumo speziato.
– Non potevo permettere che il primo morto di fame di passaggio morisse davanti al mio “Galletto Sbronzo”, nient’altro. Ho una fama da mantenere, e un morto non è la pubblicità che uno si aspetta da un locale di questo livello.

– Ma guardalo, questo! Io ho una fama da mantenere! Un morto sull’uscio! Questa è proprio la pubblicità che uno si deve aspettare da un locale di questo livello!
– Madame, io non credo che questo tizio sia…
– Sì, sì, dacci un taglio, Hélène, l’ho visto anche io.

Avvolta in uno scialle pesante di lana, Loupelee tremava leggermente, col naso puntato verso il fagotto lacero e intriso di sangue rappreso che se ne stava riversato a poca distanza dal portone del Galletto Sbronzo. Si trattava senz’altro di quel che rimaneva di un uomo, se così poteva chiamarsi: coperto (male) da vesti lacere e consunte di uno smunto colore grigiastro, magro da far paura, lunghi capelli chiari impastati di fango e sangue, età indefinibile, la metà superiore del  volto nascosta sotto sudice pezze nere che a stento riuscivano a sembrare una sorta di mascheratura. Era uno schifo, un autentico schifo, così come era uno schifo starsene lì a guardare quelle membra spezzate e stravolte in una posa contorto, come se gli ultimi pensieri di quel poveraccio fossero stati di estrema sofferenza.
Ne avevano visti altri di morti ammazzati sui moli di Scentiar, erano abituate a trovarsi dinanzi al fetore e al gelo che invadeva le membra dei disgraziati lasciati a putrefarsi lungo i canali di scolo, ma questo sembrava davvero diverso dagli altri cadaveri di tagliagole imprudenti che ogni tanto riaffioravano dalle fogne o dai vicoli.
Fra le altre cose, fra questo e quelli c’era  una differenza fondamentale.

– Questo bastardo è ancora vivo. Sta aggrappato alla vita come una cozza su una chiglia.
– Allora facciamo come al solito, Madame?

In quei casi, quando a Madame accadeva di imbattersi in qualcuno che stava per rendere l’anima agli dei proprio sotto casa sua, Hélène andava a chiamare una guardia perché si occupasse di tutto: Loupelee aveva conoscenze piuttosto in alto a Scentiar che le garantivano una sorta di immunità alle beghe burocratiche e ai noiosi interrogatori di rito. Bastava che dichiarasse che nessuno del Galletto Sbronzo c’entrava nulla con l’accaduto perché fosse presa in parola e le guardie le lasciassero tutte in pace. D’altra parte, tutti in città sapevano benissimo che se qualcuna delle ragazze avesse combinato qualche guaio, costei avrebbe dovuto temere la furia di Madame, prima di quella delle autorità.
Così, anche quella volta Hélène si sarebbe stretta nella sua veste di lana per cercare la prima guardia di ronda, e la faccenda sarebbe finita lì.
Eppure, la fanciulla si era già trovata a pensare che in quella notte da cani c’era qualcosa di strano, di sottile e sospeso. Alzò lo sguardo, chiedendosi come mai la risposta tardasse tanto ad arrivare, e si accorse che Loupelee stava fissando il poveraccio steso a terra in modo assolutamente incomprensibile.
Per la prima e unica volta da quando la conosceva, Hélène si rese conto che Madame stava
guardando un uomo. Uno sguardo totalmente inedito, intenso, che non le aveva mai visto prima.
Di regola, Loupelee soppesava gli uomini, li osservava per carpire dettagli importanti per comprendere di cosa avessero bisogno, li squadrava da capo a piedi se doveva offrir loro un impiego, li valutava attentamente o li fissava per ammaliarli, li fulminava con lo sguardo se le facevano qualche sgarbo.
Ma non ne aveva mai
guardato uno.

– No, Hélène.

No? No? Voleva lasciarlo crepare lì davanti? No, non era da Madame, questo. Sapeva essere spietata, se voleva, ma mai senza motivo. E poi, di certo sarebbe stata una seccatura avere un morto all’uscio, come aveva detto lei stessa… ma cosa c’era di diverso in lei? Perché attendeva, e perché i suoi occhi scuri si erano fatti ancora più cupi e impenetrabili del solito? A cosa stava pensando? Cosa…

– Dammi una mano a tirarlo su.
– Ma…
– Ma sì, hai capito benissimo. Lo portiamo dentro. Subito.

La donna lo guardava in tralice, riprendendo a sorseggiare il vino nel calice. Noctulis le diede venticinque anni circa, quindi ben meno di lui che, pur avendone appena trenta, ne dimostrava qualcuno in più; il patto con la Morte, la “maledizione”, gli aveva tolto la salute e il vigore della sua età.
Già. La maledizione. Come un lampo, Noctulis si chiese da quanti giorni era lì, quanti gliene erano rimasti, quanta vita gli era ancora concessa… Non poteva rimanere lì. Non se voleva vivere, e lui voleva vivere. Non poteva rimanere lì un istante di più, doveva andarsene e trovare nuove anime per il trono della sua padrona e “salvatrice”. Provò a mettersi in piedi.
– Mi dispiace aver causato problemi, madamigella – fece in un soffio, – provvederò a togliere subito il disturbo.
Appena alzò le spalle dal letto, la mano della donna scese rapidamente a fermarlo, trattenendolo a letto. Un dolore atroce lo prese alla spalla, dove il quadrello aveva spaccato la clavicola, costringendolo a sdraiarsi nuovamente; fece in tempo, però, a notare che probabilmente il gesto della donna non era stato casuale.
– Non vai da nessuna parte, carissimo – fece lei tranquillamente, con fare fintamente amorevole. – In queste condizioni mi moriresti in fondo alle scale, e tutto questo lavoro sarebbe stato sprecato, dico bene?

– No, no, maledizione, è tutto lavoro sprecato!

Hélène era rimasta semplicemente sbalordita quando aveva visto Loupelee salire le scale sostenendo da sola il peso dello sconosciuto (che era ben più alto di lei, seppur emaciato e magro da far spavento), trasportarlo fino ad una delle stanze vicine alla sua (una delle più belle e comode, per la verità) e adagiarlo sul letto con la massima cura. In tutto il tragitto non aveva far altro che biascicare imprecazioni e apostrofare le ragazze che uscivano dalle loro stanze, insonnolite e incuriosite dal trambusto, per rispedirle a dormire, ma parole ancor più grosse volarono non appena si rese conto che tutti i suoi sforzi non sarebbero bastati a salvare la vita di quel cosino striminzito che lordava le coperte, ma solo a rimandare il suo appuntamento con la morte.
Gli aveva imposto più volte le mani sul petto, invocando fra sé il potere della dea che protegge in egual modo prostitute e viaggiatori: Loupelee non era una grande esperta di primo soccorso, ma una certa insospettabile fede in Ellesham le aveva conferito limitate ma efficaci capacità di cura. Tuttavia, per quanto le emorragie più gravi si fossero riassorbite in pochi attimi, stabilizzandosi, le infezioni, le ferite sull’orlo della cancrena e le ossa rotte erano rimaste esattamente al loro posto, pronte ad esigere il loro tributo da quella creatura agonizzante.

– Hélène, fila da padre Koetari, se è ubriaco non mi interessa, digli che se non arriva qui entro cinque minuti si scorda le mie bottiglie di rhum blanco espinozo per l’eternità!
– Voi dite…
– DANNAZIONE, ALZA IL CULO, HÉLÉNE! Resisterà almeno fino all’arrivo del cerusico, ma questo qua non ne avrà per molto, e se muore qui ti giuro che ti costringo a dormire in questa stanza per tutta la vita col suo cadavere accanto!

A quelle parole Hélène era scappata via, sistemandosi un ampio scialle di lana sulle spalle, correndo giù per le scale.
Che diamine le era preso, a Madame? Quel poveraccio, per quanto avrebbe ispirato pietà anche a un inquisitore, era un perfetto sconosciuto per lei! Per quale motivo si stava dando tanto da fare per salvargli la vita? Non era certo superstiziosa, né generosa (soprattutto con gli uomini!) o caritatevole… che aveva in mente?
Mentre correva, diretta a meno di un isolato di distanza, ad una specie di tempio di Ellesham eretto lì da alcuni cerusici e sacerdoti dal nappone sempre rosso come un papavero, Hélène rimuginò sul contegno di Loupelee. Mentre lei cercava di curarlo con le sue forze, la fanciulla aveva intravisto nel viso estremamente concentrato della donna una nota di sorda disperazione. Come se per un solo, brevissimo istante non fosse esistito nient’altro di importante che impedire che l’angelo dalle nere ali recidesse il filo argenteo dell’anima di quell’uomo. Fu solo un lampo, null’altro. Forse, concluse Hélène mentre bussava alla porta del tempio e chiamava a gran voce padre Koetari, era stato solo frutto della sua immaginazione. Sì, doveva essere senz’altro così.

Noctulis strinse i denti. La donna era un avversario tenace, e non lo avrebbe mandato via facilmente. Si sentiva irato come un animale in trappola, e ringhiò contro la donna.
– Dovrò rimanere qui finché non mi ristabilisco, madama?
La donna si limitò ad alzare un sopracciglio, divertita.
– Arguto. Si vede che hai studiato. Sarai mica un sathoriano, con quella maschera?
Lo stregone si distese nuovamente, coprendosi stremato gli occhi con un braccio.
– Non so di cosa stiate parlando, signorina – sbuffò, – so solo che me ne voglio andare prima possibile da qui.
La donna gli si avvicinò unendo le mani con fare canzonatorio. Lo guardava fisso, notò Noctulis alzando appena il braccio.
– Come sei scortese e piagnucoloso, e dire che è stato fatto tanto per te… Comunque è sufficiente che tu ti ristabilisca, un altro paio di cosette e te ne potrai andare, cara la mia mummia.
La donna fece per andarsene, quando Noctulis la fermò con uno scatto repentino bloccandole il braccio.

– Ma che fai, lasciami il braccio! Stupido cretino, che ti prende? E lasciami lavorare, idiota! Anche da svenuto riesci a rompere, chissà che strazio quando riprenderai conoscenza!

Rimasta sola, Loupelee si era prodigata per sistemare il suo assistito in modo da facilitare il compito al cerusico: l’aveva spogliato cercando di non fargli male, l’aveva ripulito dal grosso della sporcizia e dal sangue rappreso e infine si era ritrovata a tu per tu con quel viso per metà occultato da quella sottospecie di cencio a uso maschera.
Come aveva tentato di toglierlo, l’uomo si era quasi drizzato a sedere, gridando e gemendo, contorcendosi in pose che dovevano essere per lui estremamente dolorose. Le aveva afferrato le braccia, aveva tentato di morderle le dita, si era rivoltato nel letto come se l’avesse morso una tarantola… e questo l’aveva fatta arrabbiare. Moltissimo. Tanto che alla fine gli aveva mollato anche un paio di robusti ceffoni (che l’avevano fatto ululare di dolore)  per cercare di guadagnare il tempo necessario per slacciar via quello straccio dal suo viso. Alla fine, Loupelee aveva avuto la meglio. E aveva visto.
Istintivamente, gli aveva posato le mani sugli occhi e sugli zigomi, non per il ribrezzo ma per dargli l’impressione che vi fosse ancora della stoffa che premeva sulla pelle; e infatti lui si era stranamente calmato, forse troppo stanco per continuare a reagire, o forse per qualche altro misterioso motivo. Ma non aveva importanza.
Lentamente, Loupelee aprì le dita per poter vedere meglio cosa ci fosse sotto e ci volle poco per rendersi conto che i suoi occhi non si erano ingannati, nell’attimo in cui aveva visto il volto dell’uomo completamente scoperto: una ferita vecchia, di quelle che non si sanano mai, deturpava quel viso non più giovanissimo ma solcato ancora da una rabbia furibonda, un peso che solo un adolescente ribelle poteva portarsi impresso nei lineamenti anche nel sonno. Nonostante l’orrore immediato che quegli squarci potevano suscitare, Loupelee non era certo una delicata signorina e in vita sua aveva visto di peggio. Rabbrividì, pensando a qualcosa che lei sola ricordava, poiché lei sola aveva potuto vedere, tanto tempo prima. Deglutì, cercando di scacciare quell’immagine, e si concentrò nuovamente sul volto magro da far pietà dell’uomo.

– Così… anche tu devi essere una qualche specie di bastardo figlio di puttana…

Più lo guardava, e più senza volerlo nella sua memoria si imprimeva indelebilmente ogni imperfezione, ogni lineamento, ogni singola sfumatura di quella pelle così pallida. Nella lotta, alcune ciocche di capelli chiari e lisci si erano incastrate fra le sue dita. Nonostante tutto quel che dovevano aver passato, erano ancora morbidi e sani, oltre il velo di lerciume umido che li ricopriva.

– …come me, del resto.

Rimase così alcuni istanti, a fissare assorta quel corpo che le sue mani sembravano non disturbare più nemmeno quando si spostavano leggermente, quasi carezzandolo: poi, improvvisamente, si riscosse tutta insieme, di nuovo pratica e sbrigativa come sempre. Con attenzione tamponò il volto dell’uomo badando a non togliere mai del tutto le mani da dove prima c’erano le bende sudice e con altrettanta premura gli fasciò la testa in modo da coprire perfettamente la cicatrice.

Quando arrivò padre Koetari, stranamente sobrio, e fece per togliere al moribondo la fasciatura, Hélène poté assistere ad un’altra stranezza: Loupelee bloccò di scatto il braccio al cerusico, trattenendolo.

– Lascia perdere, Koe. Me ne sono già occupata io.
– Ma se ci fossero lesioni che possono infettarsi…
– Ti ho detto di lasciar perdere, è tutto a posto.
– Sarà, non dubito delle tue capacità, ma…
– Se intendi insistere ancora molto, puoi iniziare a fare i conti senza rhum.
– Dunque, vediamo un po’ queste costole…
– Sei proprio un uomo saggio, Koe.

 No, non era pentito di come si era comportato, ma perlomeno voleva sapere di più di dove era capitato, del luogo della sua “prigionia”. La donna lo guardò con una sorta di fuoco negli occhi, come se lo volesse colpire violentemente, poi si trattenne sfoggiando un mezzo sorrisetto accomodante.
– Lei sarebbe?… – chiese Noctulis velocemente.
La donna sospirò, chiudendo gli occhi in una mezza risata, poi li spalancò nuovamente ridacchiando.
– Non sei sathoriano, non sai davvero cosa sia il galateo… Comunque io sono madame Loupelee Desamesdescoeurs, tua salvatrice e tenutaria del “Galletto Sbronzo” di Scentiar, dove ti trovi adesso e dove passerai la tua convalescenza.
Scentiar. Noctulis si rese conto di essere arrivato sino a Scentiar, la Perla del Sud, la metropoli più ampia dell’intero Meridione, il luogo più vasto e caotico di tutte le terre mortali. Quanto aveva camminato per arrivare sin là? Adesso non aveva importanza, se ne sarebbe preoccupato dopo, adesso doveva solo districarsi da questa situazione spinosa e incresciosa. Quella donna era strana, agguerrita, e sarebbe stata una degna rivale. La lasciò andare, e la vide incamminarsi verso la porta; muoveva i fianchi con fare ipnotico, ammise a se stesso lo stregone. Poi qualcosa suonò dentro di lui.
– Tenutaria, ha detto? – la interrogò mentre era già sulla porta. – Quindi questo…
La donna gli rivolse un sorriso malizioso da sciogliere le membra, mentre usciva. Sembrava provasse piacere nello sfidarlo e nel metterlo in difficoltà. Sarebbe stata dura, molto dura, cavare la gambe da questa situazione, pensò Noctulis.
– Hai capito bene – rispose la donna con voce suadente. – Il “Galletto Sbronzo” è un bordello. Il mio Bordello. Ed adesso buonanotte, morticino… – lo canzonò tirandogli un bacio mentre chiudeva la porta lasciandolo solo.
Noctulis contemplò la luce delle candele, rimettendosi nel letto. Le sue ferite. Un bordello. La maledizione. Madame Loupelee Desamesdescoeurs.
Sì, la situazione era complicata.

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