Di cavalli e di porte

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Il cielo ormai era sempre più scuro e il giorno volgeva al termine. Iker aveva appena salutato i suoi nipoti, Eliot, Jean Claude, Rododendro e Malenki , lasciandoli presso una posada di sua conoscenza non troppo distante da Alguña ed era ripartito seduta stante, unendosi ad un gruppo di compañeros che avrebbe pattugliato quel tratto di Red.
Li aveva lasciati lì perché ora doveva tornare a casa.
Quella casa da cui mancava da oltre due anni. Aveva fatto ritorno alla casa che gli aveva dato i natali, anche se in incognito e senza entrare, era tornato nei suoi luoghi di gioco preferiti, incontrando fantasmi del passato e ora doveva forzatamente passare dove si sono consumati i suoi ultimi momenti spensierati e quasi annoiati prima della chiamata alla Ventura.
Dopo qualche giorno di cammino, salutò i suoi compagni improvvisati e decise di percorrere l’ultimo tratto a cavallo, per poter impiegar meno tempo ed arrivare più fresco.
Decise di fare una sosta presso la famosa posada “La Posta”, una imponente costruzione (almeno per gli standard della Red) eretta decenni e decenni orsono.
Il tempo non era stato clemente con la facciata, ma se da fuori pareva un rudere pronto a cadere a pezzi da un momento all’altro, appena entrati si veniva pervasi da un profumo di cibo eccelso, mischiati a una folla di gente che entrava ed usciva, assordati da accenti provenienti da ogni dove e intrattenuti da musiche lontane, suonate sul piccolo palchetto posto alla destra del massiccio bancone dove tre solerti addetti cercavano di aiutare in ogni modo possibile ogni avventore, di passaggio o affezionato.
Vi si era fermato svariate volte quando ancora lavorava nel settore della logistica e delle spedizioni di merci di ogni tipo, da quelle meno preziose che viaggiavano su carri enormi e lunghissimi a quelle serbate in piccoli scrigni, con la scorta di guardie armate e ogni volta tutto cambiava per rimanere identico.
Il palco veniva decorato da stoffe ogni stagione diverse, il banco cambiava di colore almeno una volta all’anno e perfino gli addetti pare che non rimanessero in quel posto da pazzi per più di sei lune.
L’unico che era effettivamente invecchiato lì dentro, era El Chìcharo, un uomo già anziano quando Iker oltre quindici anni fa iniziava a muovere i suoi primi passi in terra erigasiana.
Nessuno conosceva il suo nome. Oppure era solo una delle innumerevoli leggende della Red. Comunque sia, quando il vecchio vide arrivare Iker, lo apostrofò da lontano mentre si avvicinava per abbracciarlo stretto come in una morsa da fabbro:
“è arrivato il vecchio Iker! Che ci fai da queste parti cabron?”
“ehi Chìcharo, modera i termini. Da ora devi chiamarmi DON cabron…”
“…”
“…”
“ sai che spacciarse per un nobile de alta frangia es un reato muy grave? Donde esta tu Castilla? O sei el governatore de qualche isla sconosciuta? Ah ah ah ah!!” rise scomposto il vecchio.
“non mi spaccio un bel niente.” rispose Iker con aria fintamente altezzosa. “Qualche giorno fa, Donna Dorotea in persona mi ha elevato al rango di Don ed ho scelto el gobierno errante, diventando Valiente. Pensa, la Dinasta ha fatto appena in tempo, visto che dopo pochissimo ha dato alla luce la sua creatura. Lo sapevi?”
“Don cabron, soy El Chìcharo. So tutto. Probabilmente ho saputo della nascita dell’infante prima della levatrice y…”
“E NON SAPEVI CHE SONO DON?!?”
“Amigo, so solo le cose mas importanti… che cosa te porta aquì?”
“Hijo de….” Si fermò sorridendo Iker “mi serve un cavallo. Buono. Non i ronzini che dai agli stranieri”
“Ehi! Mis caballos sono i migliori de todo el nord! Comunque, te darò Tornado. El mejor!”
“Che bel nome. Proprio degno di un cavallo che lascia una nube di polvere dietro sé. Per curiosità, il secondo migliore come si chiama? Tormenta? Viento Mortale? Tempesta de Dios? ”
“Siempre Tornado. Tutti se llaman Tornado.”
“…”
“…”
“Checcazzo Chìcharo!”
“Necesitas o no?”
“Dammi un Tornado, Chìcharo . Speriamo che sia uno dei migliori… Te lo lascio alla Nueva Posta a Puerto del Sol come sempre. Poi riparto per mare e non mi servirà. Quanto ti devo?”
“Por el mi amigo Don Cabron offro io.”
“Chìcharo, per favore!”
“Hai detto che sei un Valiente? Per chi è Valiente da meno de una luna, offerta speciale. Una semana de Tornado sin idras. Un affare!”
“Contento tu Chìcharo. Grazie e adiòs!” disse Iker mentre si voltava e guadagnava le stalle.
“…Fa del tuo meglio, hijo…”disse tra sé e sé il vecchio.
“Come?”
“Dicevo muovi il culo Don cabron e fammi avere Tornado a Puerto del Sol prima possibile!”

Non era chiaro in che posizione della classifica dei migliori cavalli della Posta si trovasse l’attuale Tornado, ma di sicuro era un ottimo cavallo. In meno di due giorni arrivò presso casa sua a Puente Viejo.
Legò rapido il nero destriero alle mura esterne e aprì il portone gridando “IVAN! SONO TORNATO!”
Ma non trovò cosa si aspettava.
Una donna, sentito il grido di Iker si affacciò timida alla balconata del ballatoio sopra l’atrio, alla sommità della massiccia scalinata.
Vedendolo, con l’arma al fianco e il braccio armato in bella mostra, parve molto spaventata e scappò, perdendosi in qualche porta del piano di sopra, fuori vista dal portone principale.
Vedendo questa scena, l’uomo pensò ad una ladra, sfoderò la spada e si lanciò in corsa per le scale.
Prestò la massima attenzione a non far rumore una volta arrivato sulla sommità, aiutato dal morbido panno rosso che adornava il centro del corridoio.
Decise anche di sfoderare un suo rimedio in grado di lenire le ferite qualora gli fosse servito.
Iniziò ad aprire tutte le porte di scatto, puntando furioso la lama in ogni direzione, fino ad aver perlustrato con lo sguardo ogni parete.
Arrivò all’ultima porta. Tentò di aprirla, ma la trovò chiusa a chiave.
“TI HO VISTO! CHE CI FAI IN CASA MIA?!”
Non arrivò nessuna risposta.
“SEI DELLA NASSA?!? PARLA E POTRAI SOPRAVVIVERE!”
Ma ancora non arrivò alcun tipo di rumore da dentro. Solo un rumore di respiro affannato.
“L’HAI VOLUTO TU!”
L’uomo sferrò un calcio forte in corrispondenza della serratura. Poi un altro e un altro ancora. In breve vide che il legno stava cedendo in prossimità proprio vicino alla maniglia.
Sentì allora il rumore della finestra che veniva aperta.
Decise di non indugiare oltre. Forte della sua stazza, riuscì finalmente ad abbattere la porta e trovò la stessa donna vista pocanzi a cavalcioni del davanzale, in preda ad una folle paura che le si leggeva in volto.
Con uno scatto inaspettato, balzò da metà della camera e l’afferrò per la veste, tirandola dentro e cadendo assieme a lei.
Si rialzò e raccolse la spada da terra puntandogliela alla gola.
“… ANF ANF…. ORA… MI DICI …. ANF… CHI CAZZO SEI…”
La donna scoppiò in lacrime.
La reazione fu inaspettata. Di solito quelli della Nassa, almeno al principiar di un interrogatorio, si fingevano spavaldi, senza paura. Lei iniziò a piangere subito.
“SE CREDI DI INTENERIRMI CON QUESTA SCENEGGIATA, SEI CADUTA MALE! SAI QUANTI NE HO FATTI FUORI DI GENTE COME TE?!”
“Ich weiß nicht wovon du sprichts”
“CHE CAZZO VORREBBE DIRE?!? CHE È ‘NA COSA IN CODICE?!?”
“ICH SPRECHE NICHT DEINE SPRACHE!”
“OH NON ALZARE LA CAZZO DI VOCE! SEI IN CASA MIA E HAI UNA SPADA ALLA GOLA!”
“Dice che non parla la nostra lingua, Iker…”
Una voce familiare proveniva da fuori la stanza. Era Ivan, con in mano una sacca colma di frutta.
“Metti via la spada, la stai spaventando a morte.”
La donna guardò il giovane fuori dalla stanza come se lo conoscesse e come se fosse grata che fosse arrivato in suo soccorso.
“CHE VUOL DIRE?!? LA CONOSCI?! CREDO SIA DELLA NASSA, BRUTTA BASTARDA!”
“Calmati. Non è della Nassa, non è pericolosa e non è una bastarda. Che io sappia almeno… Si chiama Greta… Eee… praticamenteee…. Abita qui….”
“…”
“…”
“…” [Pure Greta pareva non sapere che dire… avesse capito qualcosa, almeno]
Svelta la donna approfittò di un momento di distrazione di Iker per alzarsi da terra e correre alle spalle di Ivan.
“Ruhig. Es ist alles ordnung.” Disse il giovane abbracciandola. “l’hai spaventata a morte…”
“CAZZO! ARRIVO A CASA E TROVO UNA SCONOSCIUTA!”
“Torni a casa dopo DUE anni…. E trovi una sconosciuta.” Ivan accentò particolarmente il numero di anni d’assenza di Iker. “ Ti avrei provato ad avvisare via missiva, avessi saputo dove inviarla… Cosa avrei dovuto fare? Avresti potuto pure essere morto per quanto ne sapevo io…”
“…”
“…”
“…” [Adesso Greta pensava che stesse vincendo Ivan… avesse saputo cosa, almeno]
L’uomo maturo venne preso in controtempo e non seppe cosa rispondere.
“Viene da molto lontano. Praticamente dall’altro capo dei ducati. Da un villaggio al confine tra Gardan e Thersa…”
“Ah… Io… Cioè… “
“…sono circa tre lune che abita qui. Era in vendita come schiava e mi faceva una gran pena. Ho usato i miei risparmi per liberarla e mi sono offerto di ospitarla quanto avesse voluto. Poi sai… Mi ha insegnato la lingua…”
“Non serve altro Ivan… Io… Mi sento un cretino… Dille che sono mortificato”
“Er ist demütig” si rivolse gentile Ivan alla ragazza.
“Dille che mi dispiace di averla spaventata e averle puntato la spada contro”
“Vergib ihm. Ist ein idiot”
La ragazza sorrise e smise di stringere forte il suo compagno.
“EHI! HO CAPITO ANCHE IO!!” disse a voce alta ma sorridendo Iker.
“… Er ist… Iker…Aleksandr…”
Sentendo quelle parole, la giovane lasciò la vita del ragazzo e andò dall’uomo che fino a pochi secondi prima le teneva puntata la spada alla gola, allungando le braccia e abbracciandolo.
Iker fece cadere la spada e ricambiò imbarazzato l’abbraccio.
“Credo che tu gli abbia raccontato chi sono.”
“Beh, per fare pratica con la lingua.”
“Lo so io che pratica hai fatto con la lingua!”
Il ragazzo arrossì, Iker rise in modo scomposto e Greta non afferrò il succo del discorso, ma nel dubbio sorrise.
“Beh Ivan. Che dire? Prepariamo qualcosa per cena mentre ti spiego con calma cosa è successo in queste lune?”
“Agli ordini Hidalgo Iker Jorge de Savas!”
“Don Iker Jorge de Savas, Primero Heraldo presso Khartas”
“Sti cazzi!”
“Modera il linguaggio! Mica mi sono spaccato la schiena per farti studiare un linguaggio da scaricatore di porto!”
“Hai ragione. Scusate Don Iker.” Rispose sorridendo sommesso Ivan.
“Potresti solo dirle che mi può lasciare?”
“Greta, festhalten bitte”
La ragazza iniziò a stringere ancor più forte e tutti finalmente si lasciarono andare in un sorriso collettivo.

La cena  trascorse allegra con Ivan che faceva da traduttore e la ragazza che raccontava del suo passato.
Poi Iker spiegò al suo giovane fratellastro cosa era successo ultimamente e il ragazzo continuava a rimaner sempre più sbigottito e poco in grado di tradurre alcuni passaggi, specie non sapendo come dire “ha preso a colpi di spada Xoac, che si è girato e con un sol colpo lo ha dilaniato a morte” nel vernacolo Thersiano.
Infine l’ora si fece tarda e si convenì di andare a letto.
A Iker toccò la camera che era di Ivan, visto che ne aveva divelto la porta.
Prima dell’alba, il neo-Don si alzò e lasciò una lettera scritta sul tavolo della sala da pranzo.

Caro Ivan,
sono contento che la tua vita sia trascorsa felice anche senza di me.
Anzi, forse proprio grazie alla mia assenza, probabilmente.
I miei impegni richiedono che parta con solerzia.
Adesso lo farò con meno peso sulle spalle e meno senso di colpa.
Continua così.
Al prossimo abbattimento di porta.

Un abbraccio
Don Iker

Mentre l’abbandonava sul tavolo, si accorse che non era solo: un paio di occhi del colore del cielo lo stavano fissando.
“Io… Devo andare… A presto Gr… Come cazzo faccio a spiegarmi?!?”
“Fa uno puono fiaccio, Iker. Torna presto.”
Sorpreso da questo sfoggio di vernacolo comune, non disse altro. Sorrise, voltò le spalle e uscì.

Tornado lo avrebbe portato a Puerto del Sol per prendere l’ultima nave da carico della sera.

 

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