Nel buio

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Polvere. Umidità. Odore di tana, di trappola, di tempo immobile e indifferente. Da quanto tempo stavano camminando? Minuti? Ore? Anni?

Non c’era modo di saperlo. Del resto, non c’era nemmeno modo di sapere dove sarebbero arrivati, oltre che quando. Eppure doveva solo esser grata del fatto che sia lei che Scarlet avessero sentito parlare di quel tunnel che ora risultava così comodo per la loro fuga. In quanti erano fuggiti?

Eliot alzò lo sguardo: davanti a sé, ne era certa, c’era solo la tunica svolazzante di Stragov, che avanzava nemmeno troppo lentamente nello strettissimo budello di roccia. Forse, pensò, avrebbe fatto meglio ad andare avanti lei stessa: era pure sempre una cacciatrice della Prima Arte, per quanto ridotta ai minimi termini. O allora Ivan, Scarlet, Lucien, o lo stesso Arconte Vassilj! Ma era un pensiero inutile, perché non c’era spazio per scambiarsi di posto e nemmeno tempo per fermarsi. E inoltre dietro… dietro c’era solo il buio. Certo, sentiva il respiro spezzato di Vivi proprio sulle sue spalle, aveva colto qualche commento a mezza voce di Hari e sussultato per alcune imprecazioni colorite probabilmente del Capitano, ma non riusciva a capire quanti, chi, come… Dov’era la Zarina? Dov’era l’Arconte? Dov’era lo Zar? Dov’erano i suoi amici?

Artemisia! Artemisia non ci ha seguiti di certo. Come faremo adesso con questi dannati braccialetti… è diventato tutto così complicato… ANCORA più complicato…

Camminavano, camminavano. Sembravano ore, giorni, mesi, anni, eoni. Non si poteva far altro. Camminare, camminare. Le veniva da tossire per tutta la polvere e l’umidità, ma se iniziava poi avrebbe dovuto fermarsi, piegarsi in due per il dolore… dopo l’ultimo tributo all’Imperatore le sembrava che anche quel blando male di stagione volesse fargliela pagare per tutte le volte che mostrava un cedimento, accendendole un fuoco malvagio in mezzo al petto. E come se la cosa di per sé non fosse abbastanza umiliante, le colava pure il naso. Strinse i denti e alla cieca si frugò in una delle borse da cintura, alla ricerca di un fazzoletto che sapeva di avere da qualche parte, ma le sue dita sfiorarono i bordi appuntiti di un pacchettino. Lo visualizzò immediatamente nella sua testa: un cosino imballato con carta modesta e tenuto stretto da una cordicella rossa. Ah, maledizione… non c’è proprio mai verso di finire una cosa…

Ne ricordò il contenuto e sospirò, rabbuiandosi e finendo per asciugarsi il naso su di una manica. Era riuscita a tener fede alla sua lista di cose da fare prima di morire, ma questa niente. E dire che sembrava la più facile da portare a termine! Di certo non aveva sperato di poter porgere personalmente le sue scuse alla Zarina per il disdicevole comportamento tenuto in passato… Ma guarda te i casi della vita! E invece consegnare un cavolo di pacchetto, oggetto che avrebbe potuto benissimo affidare a un corriere, a un servitore, a un garzone di bottega, a un idiota qualunque, ecco, questa sì che era diventata un’impresa impossibile.

Tra l’altro, chissà che cosa avrebbe fatto il destinatario dopo la loro fuga. Chissà dov’era e che cosa stava facendo. Chissà che cosa ne sarebbe stato di lui, di tutti loro. Chissà cosa ne sarebbe stato di chi era entrato nella magione con gli imperiali. Chissà chi c’era fra loro. Chissà se si sarebbero mai rivisti. Chissà cosa avrebbero deciso di fare Valdemar e Erigas. Chissà se sarebbe scoppiata una guerra civile. Chissà se gli Imperatori sarebbero arrivati in pompa magna a sterminare tutti i dissidenti (HA! ci provassero, pensò troppo forte Eliot, facendosi venire mal di testa).

L’unica cosa indubbia era che c’erano decisamente troppi chissà in tutti quei pensieri.

Avrebbe dovuto considerare nemico chiunque fosse entrato nella magione, adesso?

Ma figuriamoci. Chissà che era successo là fuori! Di sicuro qualcuno era rimasto per dar loro la possibilità di scappare. Qualcuno magari aveva in mente un complicato doppio gioco. Qualcuno temeva per la propria vita… beh, ci stava. Qualcuno invece era solo uno stronzo imperialista, ma dopotutto era nel suo diritto esserlo.

L’Impero… ooooh, l’Impero faceva proprio schifo. Anche Caponord era una fogna orribile, Khartas non faceva di certo eccezione, ma l’Impero, oooooooooh, l’Impero! Gli Imperatori giocavano davvero sporco, ormai era palese, ma i loro sgherri avevano commesso l’imperdonabile errore di fare i grossi con lo Zar. Con quello Zar. Quanta stupidità tutta insieme. Non solo perché se avesse voluto in un battito di ciglia li avrebbe piantati in terra come bulbi di tulipani; ma anche perché c’era lì tutta la sua corte, costituita per metà di nobili altezzosi e con un’altissima opinione di sé e della propria terra e per metà di lupe rancorose senza raziocinio pronte a tutto per difendere i propri pargoletti (e appartenere a una categoria non escludeva l’altra). Se la Zarina non avesse consigliato la fuga per evitare spargimenti di sangue e ulteriori problemi, entro un giro di clessidra piccola quel cortile sarebbe stato concimato con abbondante sostrato di esecutore, di certo ottimo per la fioritura del luppolo, e d’estate i khartasiani si sarebbero goduti un’eccezionale mandata di birra sotto i capestri. Fortunatamente per loro (e sventuratamente per gli amanti dell’ambrato liquore), questo non era accaduto.

(Ripensandoci però, dopo poco che erano entrati nel tunnel Eliot aveva effettivamente avuto l’impressione di aver udito delle urla terribili, rumore di ossa che si rompevano male e il ruggito di un puma di montagna, ma si era persuasa che fosse solo la sua immaginazione. Non c’erano grandi felini in quella zona di Khartas.)

Beh, di certo adesso era il momento di tenersi stretti quelli che erano fuggiti con lei. Di far di tutto per proteggerli. Più tempo… ora sì che mi serve più tempo… prima non le importava poi così tanto di morire, adesso invece voleva esserci, sia per vedere come andava a finire tutta quella storia, sia per dare il suo contributo. Non che Moc non avesse ragione quando si lamentava dei segretucci cortigiani, ma andiamo, andare a rifugiarsi sotto le gonne di quelli che con le cose non dette avrebbero potuto riempire tutti gli armadi costruiti a Caponord in tremila anni… e via, su! Allora se le cercava! Gli garbava la gabbia più luccicante? E va bene, che se la tenesse! Per Eliot erano meglio quei nobili sgraziati e disgraziati di cui ormai avevano imparato a conoscere difetti e debolezze, e quando li vedi piccoli e sfigati per quello che sono, è proprio in quel momento che la sterile devozione diventa affetto, amore, rispetto. E odio. Anche l’odio è importante. Come si dice dei figlioli: è brutto, gli manca un braccio, gli puzza il fiato, mi tocca prenderlo a schiaffi e ha un carattere di merda, però è il mio e non t’azzardare a toccarlo. Sissignori. Sissignoooori.

Quante assurdità, quante assurde assurdità le si affollavano in testa in una situazione così tremenda… forse era quel male di stagione che si stava decisamente aggravando che le annebbiava la capacità di ragionare, di tener separato il drammatico dal faceto, di analizzare la situazione lucidamente. Non era nemmeno più in grado di preoccuparsi troppo per il freddo, il buio, i cattivi odori, la sorte, la morte. Era in pace con il mondo… un momento, quale mondo? Tutto ciò a cui Eliot riusciva a pensare era lo Zar che inseriva in un immenso tritacarne gli esecutori di Ashnog cantando canzonette allegre, mentre la Zarina impastava il macinato in polpettine perfettamente rotonde che l’Arconte Vassilj impanava amorevolmente in un trito di pane raffermo e limatura di ferro, coadiuvato dall’Arconte Aleksej che nel frattempo ne friggeva in gran quantità nel sangue dei suoi nemici. E tutta la corte di Khartas, con piattini pronti e sorrisi a mille denti, attendeva trepidante fischiettando un controcanto per lo Zar.

Quando si rese conto di star pensando ma guarda quel tappo caprone finto orbo! Ma lo saprà che il fritto con il sangue viene troppo pesante? Ma che gli insegnano nell’Astore? Guarda quanta ciccia sprecata! Se lo vedesse Malenki, le si spezzerebbe il cuore! E poi GLI spezzerebbe il cuore, a zannate! fu chiaro e inoppugnabile che ormai la febbre aveva preso possesso del suo corpo e chissà quando glielo avrebbe restituito.

Capra!

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