Khartas

Мелочи

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Poco distante da Port Anchor c’è una bassa scogliera dove tutti i ragazzi del posto sono stati almeno una volta ad acchiappare granchi. Si tratta ovviamente di un posto pericoloso per chiunque, tranne che per i bambini khartasiani che, si sa, sono abituati a ben altro e fanno della spavalderia un vanto… stando però sempre ben attenti a non raccontare le loro prodezze agli anziani, poiché un giovane khartasiano non teme niente, fatta eccezione per le ciabatte della sua babushka.

La primavera arriva sempre lentamente a Khartas e se la prende ancora più comoda a nord: questo però non era stato sufficiente a scoraggiare le due testoline bionde che, in quella fredda mattina del quinto mese dell’anno, si inerpicavano più o meno agilmente lungo gli scogli. Nelle loro reticelle c’era già un piccolo bottino fatto di telline e chele rosate e il vento ancora gelido sembrava scivolare via sui panni di tela leggera, intimorito dall’arditezza caprina con cui saltavano da uno scoglio all’altro. Anzi, forse è più corretto dire che uno, il più alto dei due, zampettava agilmente senza un’ombra di esitazione mentre l’altro, più piccoletto, arrancava nella sua scia con eccessiva cautela e un certo grado di goffaggine.

– Liosha… Lioshaaaaaa!!!! Aspettami… Lioshaaaaa!

Ma Liosha si sentiva decisamente troppo grande per aspettare le gambette corte di quel piccolo rompiscatole. Perché doveva sempre portarselo dietro? Ancora due anni e al Folklorny gli avrebbero finalmente assegnato un mestiere importante: non voleva forse dire che era già praticamente un adulto?

– Spicciati a salire Iliy! Fra un po’ sale la marea, non voglio proprio bagnarmi i piedi!

Bambini… che seccatura, pensava Liosha issandosi con minimo sforzo oltre l’ultimo tratto roccioso e sedendosi comodamente fra i ciuffi di erba smeraldina. Perché proprio a lui doveva esser toccato un fratello così lento e imbranato? Guardalo un po’, non riesce neanche a decidere su che pietra poggiare il piede…

– Iliy sei una frana! Sali su veloce e basta!

– Ma… Liosha…

– FAI COME TI DICO!

Obbediente, il piccolo cercò di affrettarsi, sbuffando e tremando leggermente di paura, ma facendo di tutto per seguire l’esempio del fratello, di cui cercava di imitare goffamente sia i movimenti che l’aria spavalda. Proprio quando stava per aggrapparsi faticosamente all’ultima roccia, le suole degli stivali decisero di giocargli un brutto scherzo.

Liosha cacciò un urlo quando vide Iliy scivolare lungo la parete rocciosa, trascinando rovinosamente con sé tralci di vitalba e di edera secca, fino ad impattare con il fondoschiena su un sasso miracolosamente piatto. Trafelato, discese la parete in quattro e quattr’otto e raggiunse il fratellino, che a stento tratteneva le lacrime. Le ginocchia e i palmi delle mani erano un disastro, i pantaloni si erano strappati e vari rivoli di sangue impiastricciavano la stoffa. I due rimasero entrambi senza parole, sia per lo spavento che si erano presi e che, da bravi khartasiani, facevano di tutto per non mostrare, sia per la frustrazione di non saper come gestire la situazione.

– Aspettate, vi aiuto a risalire.

E subito dopo i due bambini videro una figura vestita di bianco apparire poco sopra di loro, scendere con grazia e caricarsi Iliy sulle spalle. Era una giovane donna rotondetta e non molto più alta di loro, ma quel poco di differenza bastava e avanzava per permettere a Iliy di trovarsi all’altezza giusta per strisciare sull’erba fresca, lontano dal bordo della scogliera. A guardarlo bene, non era stato questo gran salto… Ma quelle ginocchia non volevano saperne di smettere di sanguinare: i tagli sembravano così profondi e gli occhi di Iliy erano così pieni di lacrime!

– Tieni, usa queste.

Liosha, che fino a quel momento era rimasto come imbambolato, si decise finalmente a osservare la nuova arrivata con attenzione: eh sì, era proprio una donna… anzi no, cioè sì, però… era mica una cacciatrice della Gilda della Prima Arte? Una vera, con tanto di capelli intrecciati, ossa di creature misteriose, pellicce, gingilli, pitture di caccia e sorriso enigmatico! E cosa gli stava tendendo la sua mano? Erbe?

– Masticale per qualche istante e poi applicale con delicatezza sulle ferite.

Esortato da quelle indicazioni gentili ma perentorie e dai singhiozzi soffocati di Iliy, Liosha eseguì il compito diligentemente, nonostante il sapore terribile delle erbe gli provocasse i conati di vomito. Al tocco della poltiglia verde, il sangue smetteva di uscire e le lacrime smettevano di rotolare, ma era evidente che non sarebbe bastata per tutti gli sbucci e i tagli che costellavano la pelle del povero Iliy.

– Qui intorno ce ne sono altre come quella. Cogli solo quelle che ti servono, tanto hanno effetto solo quando sono fresche.

Liosha alzò un sopracciglio, sorpreso. Ma come… io?

– È la tua famiglia, no?

Oh, pensò Liosha. Ma certo. Che stupido… La mia famiglia! E meno male che mancavano ancora due anni al Folklorny, altrimenti chissà che razza di lavoro gli avrebbero assegnato! Chi mai avrebbe affidato un incarico di grande responsabilità a un moccioso con una testa così vuota, che non sapeva nemmeno prendersi cura di suo fratello? E per giunta, non era forse stata colpa sua se Iliy si era fatto male? Sarebbe bastato aiutarlo a tenere il passo oppure aspettarlo… E invece era stato incauto, presuntuoso e arrogante e adesso per giunta stava lì come un pollo idiota, ad aspettarsi che una sconosciuta risolvesse al posto suo i problemi della sua famiglia!

Gonfiando il petto, Liosha scattò a raccogliere le erbe che gli mancavano (erano davvero ovunque!), finì di medicare le ferite di Iliy, gli asciugò le lacrime e se lo caricò sulle spalle, cercando di non indugiare troppo sullo sguardo adorante del fratellino che si era orgogliosamente ricacciato in gola tutti i singhiozzi.

– Bravo Iliy, sei molto coraggioso… ora andiamo a casa.

Con un cenno della testa, Liosha ringraziò goffamente la cacciatrice, rimasta a osservare placidamente la scena appoggiata a un albero lì vicino, e cercò con tutte le sue forze di darsi un contegno da adulto, mentre Iliy la salutava allegramente con la mano.

Poi si misero in viaggio verso casa e nessuno dei due si voltò più indietro.

Se lo avessero fatto, avrebbero forse notato il sorriso sfiorire dalle labbra della cacciatrice per trasformarsi in una piega dolorosa e qualcosa di sottile e trasparente sfuggire dalle maglie delle sue ciglia per infrangersi a terra, fra ciuffi contorti di erbe amare.

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