Verità – Parte III –

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Kasumi la fissò impietrita, senza reagire.


– Per tutto questo tempo… Lei è sempre stata viva… Avevo perso ogni speranza… – mormorò la ragazza con la voce spezzata, il cuore impazzito e mille domande nella mente. Come un fiume in piena le emozioni la travolsero e non riuscì a trattenere una lacrima salata, che dolcemente scivolò sul viso rigandole una guancia. Erano anni che attendeva un segno, un piccolo barlume che le permettesse di sperare di non essere rimasta da sola a combattere contro i suoi demoni, contro gli incubi che la tormentavano, senza trovare una via d’uscita.


– Ti prego, Demetra, dimmi dov’è… Devo vederla assolutamente…-

 

– Kasumi… non so se sia una buona idea… Tua madre è molto debole… Forse incontrarti potrebbe solo…-

 

– Potrebbe cosa? Peggiorarla? Potrebbe essere l’ultima occasione che mi viene concessa per riabbracciarla, mi deve essere negato anche questo? ANCHE QUESTO?-

 

La giovane riversò tutto il rancore di quel momento sulla fattucchiera, che la guardò sbalordita, sgranando i grandi occhi nocciola. Prima che la donna potesse prendere fiato, Cuore di Diaspro si parò fra le due, alzando una mano come per fermare le parole di Demetra sul nascere e appoggiando l’altra sullo spallaccio della ragazza furiosa. Il fuoco scoppiettò come per spezzare il silenzio che si era creato e le piccole creaturine dentro alle gabbie attorno al vagon si agitarono leggermente.


– Piano… piano, giovane Drago. – sospirò il samurai, lo sguardo dritto negli occhi di Kasumi. – Un samurai non scalda il suo animo, nemmeno in una gelida notte d’inverno, se non ha alcun nemico contro cui combattere davanti a sé… E del resto ognuna di voi ha la sua parte di ragione. Aiko-dono ha forse davvero così tanta speranza di riunire la famiglia che l’incontro con sua figlia potrebbe davvero guarirla… o finalmente concederle la pace che si merita. Ma tu, giovane samurai, sei davvero risposta a rischiare di perderla? Di sconvolgere la sua vita, sia in modo positivo che negativo? La responsabilità è tua, ragazza. Le spalle di un Dragone di Giada devono essere ben ampie e tu lo sai.

 

Scostando appena lo sguardo Demetra annuì, mordendosi leggermente le labbra.


– Ha ragione lui, di sicuro lasciarla nelle attuali condizioni non le migliorerà la vita né gliela peggiorerà, è immobile in questo stato sin da troppo tempo oramai. Per questo, Kasumi – aggiunse più risoluta – mi offro di accompagnarti al suo capezzale, se lo vorrai. Dopotutto, è tua madre, no? E la famiglia è famiglia. Sempre.

 

 

La ragazza stringeva ancora i pugni quando si alzò di scatto e si allontanò senza una parola dal piccolo accampamento per potersi sfogare lontano da lì, meglio se contro qualcun altro, ammesso che in quelle lande silenziose si potesse aggirare ancora qualcosa.

 

– Ci mancava anche questa! – gridò sbattendo le nocche su di un povero albero lì accanto. – Oh, maledizione… non perdere la calma, Kasumi… Cosa farebbe sensei Haku in questa situazione? Di sicuro saprebbe controllarsi, non come stai facendo tu adesso…-

 

Camminò poco oltre il sentiero dove era sistemato il vagon, arrivando ad un piccolo laghetto rischiarato dalla luna alta nel cielo. Incastonato tra piante sempreverdi e piccole ninfee che delicatamente galleggiavano sulla superficie, lo specchio d’acqua parve alla ragazza il posto migliore dove poter riflettere. Ci si fermò un attimo per schiarirsi le idee, ma il mal di testa le attanagliava la fronte come uno squarcio nel cervello, profondo quanto quello della sua anima. Osservò con amore la sua katana, compagna inseparabile, e lisciò la superficie ormai temprata da molte battaglie con il tocco gentile della madre sul bambino, dopodichè si sciolse i capelli e massaggiò le tempie, socchiudendo un attimo gli occhi. I rumori del bosco circostante le fecero ripercorrere brevi momenti dell’infanzia vissuta con la famiglia. Ricordava sempre i suoi genitori con molto piacere, e molte volte nei suoi viaggi le capitava di fermarsi a contemplare bellissimi tramonti, come suo padre: ogni sera prima di dormire le descriveva una radura diversa, un mare diverso, una collina diversa come fossero poesie. Sorrise ripensando a quando preparava il thè con sua madre, cercando di imparare ogni piccolo passaggio e sequenza di gesti da compiere, ma che irrimediabilmente rovinava facendo cadere a terra la bevanda, e come veniva prontamente mandata al dojo di Heikichi dove decisamente dava il meglio di sé. Suo zio, i duri allenamenti, i lunghi tragitti sola con il suo dolore, Alemar, gli amici, Shillark… avere la sua presenza fuori controllo e totalmente opposta alla sua la distraeva dai troppi problemi che le vorticavano in mente. Una piccola rana saltellò sopra ad un ninfea smuovendo l’acqua e un riflesso improvviso la fece sobbalzare: le sembrò di scorgere il volto di suo padre sulla superficie cristallina, anziché il suo. Probabilmente non era più abituata a vedersi con i capelli slegati… Come li aveva Heikichi l’ultima volta che l’aveva visto.

 

– Devo andare da mia madre.-

 

La ragazza, risoluta, si alzò, afferrò la spada e tornò al vagon dove Demetra e Cuore di Diaspro la stavano ancora aspettando.


– Domani mattina andremo a farle visita.- Kasumi fu gelida nell’affermarlo. I si limitarono ad annuire, fissandola con aria grave.


– Potrò rimanere a riposare qui con voi, stanotte? – chiese poi più gentilmente.


– Ma certo! – rispose calorosamente la fattucchiera, come se la tensione di poco prima non fosse mai esistita. – Sia mai che Demetra Shamisen lasci dormire al freddo una sua parente! Sei o non sei alemarita per adozione? Vieni, vieni dentro che ti preparo un bel futon caldo!

 

Mentre Demetra si fiondava dentro il vagon spostando cose e raccontando a raffica aneddoti su ogni oggetto che toccava, Cuore di Diaspro si scostò dalle scalette per far passare le due donne, rimanendo in silenzio. Kasumi non sapeva dire se l’espressione con la quale la fissava fosse di approvazione o meno, ma di certo non si sentiva dell’umore giusto per discutere con un sensei delle sue scelte. Voleva solo riposare e rimandare al giorno successivo ogni questione. Ma quella sera non riuscì ad addormentarsi: si chiedeva come sarebbe stato l’incontro con la madre, le domanda, le risposte… Il pensiero poi dell’anima nella katana, della sua e dell’armatura del Demone di Ferro la fecero rigirare nel poco sonno rimasto a disposizione prima dell’alba.

 

L’indomani tutta la carovana si svegliò di buon’ora e, dopo un’abbondante colazione a cui Kasumi non riuscì a sottrarsi in alcun modo, la fattucchiera le fece cenno di seguirla dentro al villaggio. Si addentrarono in piccole viuzze decorate da casupole in legno e giardinetti curati; continuando poi scorsero donne che minuziosamente curavano fiori e bambini intenti a giocare con una palla fatta da stracci. Era indubbiamente un posto pacifico, un posto dove Majin non sarebbe mai dovuto arrivare. Quello era tutto ciò che era rimasto delle grandi città e prima o poi sarebbero riusciti a ricostruirle donando nuova linfa vitale ai Colli di Giada. Capì in quel momento il motivo per il quale sua madre si fosse rifugiata lì: in quel villaggio il tempo si era fermato, la quiete regnava sovrana e gli spiriti dei defunti potevano finalmente riposare. Stranamente Demetra non proferì parola per tutto il tragitto, ma dopotutto Kasumi aveva bisogno di riflettere e stupidi chiacchericci non l’avrebbero di certo aiutata. Girato un angolo finalmente scorsero il piccolo tempio, e l’alemarita ebbe un attimo di indugio, subito fugato dal repentino arrivo di un’anziana signora pimpante e dal sorriso sdentato.

 

– Oh, Kasumi… questa è Hatchin-dono, la sacerdotessa che mi ha aiutato nelle cure di Aiko. – la presentò Demetra. La curatrice salutò con calore la donna, la quale introdusse Kasumi che si inchinò timidamente, ed iniziò a raccontare la storia della giovane samurai… ma Hatchin, con un brillio negli occhi, aveva già focalizzato interamente l’attenzione su di lei, come se avesse già incontrato un tempo quella vivace ragazzina dai capelli rosso fuoco. Riconosciutala come figlia di Aiko, confermò alle due che il loro proposito poteva divenir pericoloso, ma lasciare che una madre non potesse vedere la figlia sarebbe stato più doloroso di qualunque altra cosa. Parlando con l’anziana, Kasumi si accorse che forse lei sapeva molto più di quanto non volesse dare a vedere, come se non fosse lì per caso… Poi un rumore sordo la risvegliò dal vagare nei pensieri: era la sacerdotessa che le stava picchiettando l’armatura con il bastone per attirare la sua attenzione.


– Dice il saggio: chi dorme non piglia pesci, lo sapevi? Ricorda che qui nessuno ha scoperto cos’è che tenga in vita tua madre, ma siamo ben certi che sia la stessa cosa che la sta lentamente uccidendo. Non farla affaticare troppo, mi raccomando. – Poi la congedò con un sonoro colpo di tosse e il suo sorriso solare. Demetra continuò il cammino fino alle porte del piccolo tempio, che si aprirono cigolando leggermente: i corridoi filtravano la luce del sole e le stanze con pareti sottili rendevano il posto ancor più etereo; Kasumi venne condotta verso una più piccola, silenziosa saletta piena di futon ordinati, alcuni rifatti, altri arrotolati in un angolo e altri ancora occupati da un paio di anziane. Evidentemente era proprio un ospedale… Demetra lasciò il passo alla ragazza davanti ad una tenda finemente decorata, ma Kasumi non riuscì a muovere un muscolo. Era tesa, sentiva il cuore battere fin dentro alle ossa e aveva paura di cosa avrebbe trovato dietro a quel velo, cosa avrebbe comportato quella scelta. Ma era lì, e non poteva tirarsi indietro. La scostò delicatamente e dietro di essa, accanto ad una finestra che dava sul cortile interno, su di un’ampia poltrona in vimini stava Aiko: era emaciata, i lunghi capelli corvini pendevano legati in una treccia, gli occhi grandi ed espressivi che ricordava adesso erano vuoti e spenti, incavati e con occhiaie a causa della malattia ma, nonostante ciò, sembrava reattiva ed attenta. La fattucchiera annunciò alla donna che c’erano visite per lei in modo dolce ma ben chiaro, e la signora scostò gli occhi dal paesaggio per guardare in viso il visitatore.


Kasumi era rimasta in silenzio e immobile. I ricordi di sua madre riaffioravano di continuo, ma tutti si fermavano a lei in lacrime avvolta da lingue di fuoco. La donna malata osservò da capo a piedi la giovane, e un lampo le attraversò gli occhi: le uniche parole che riuscì a proferire furono il nome della figlia, che non riuscì a non piangere. Demetra si allontanò dalla stanza, ritenendo più che giusto che le due volessero passare quei preziosi momenti da sole. La samurai si avvicinò alla madre con cautela, come potesse rompere quell’equilibrio da un momento all’altro: quando fu vicina alla poltrona si mise a sedere per terra davanti a lei e appoggiò delicatamente una mano su quelle di lei, piccole e pallide. Aiko per un momento la osservò senza proferir parola, poi le accarezzò una guancia e le asciugò le lacrime sorridendo: era però turbata, lo si capiva dalla tristezza negli occhi.


– Sei la cosa più bella che abbia visto negli ultimi anni. Tanti fiori nel giardino di ciliegi sono sbocciati, ma tu sei e rimarrai il mio fiore preferito… Come vorrei che anche tuo padre potesse vederti adesso…-

 

– Madre… – mormorò la giovane con ancora la voce tremolante – Sono giunta fin qui per avere delle risposte, soprattutto su mio padre. Tu eri la persona più di tutte vicino a lui, tu saprai dirmi qualcosa di più su come se n’è andato…-

 

Aiko non smise di squadrarla per tutto il tempo in cui parlò, e prendendole entrambe le mani si accinse a raccontarle la morte di suo marito. Kasumi ebbe quasi un brivido nel rendersi conto che sua madre, nonostante tutto ciò che stava per raccontarle, stesse ancora sorridendo.


– Heikichi… Era sempre pronto a non ritirarsi di fronte a qualunque impresa. Fosse quella di chiedermi la mano, o guidare soldati in una guerra, il suo onore e la sua devozione per la patria erano ciò che lo rappresentava. Al villaggio si rese utile in più modi, e tutti gli furono grati per gli enormi sforzi che stava compiendo. Poi nascesti tu, la sua stella, e ti dovette abbandonare troppo prima del previsto per difendere Onoshi. Andammo insieme alla battaglia, lui all’attacco e io nelle retrovie a curare i feriti. Ricordo benissimo quando venne da me, mi abbracciò e sottovoce mi promise che con tutte le forze di cui disponeva sarebbe tornato da me per far crescere insieme nostra figlia. Non lo vidi più da quel momento in poi. Quando mi resi conto che la battaglia volgeva al termine e i nostri erano ormai accerchiati decisi di tornare verso le case con i feriti… lì mi incontrai con tuo zio per affidarti alle sue cure, ma poi i soldati diedero fuoco al villaggio, una trave mi colpì e mi risvegliai in questo posto dove tutt’ora aspetto la completa guarigione… Questa è solo una piccola parte di ciò che provavo nell’averlo accanto, e vorrei potertene parlare per giorni…-

 

Fece una pausa per riprendere fiato, far riaffiorare quei momenti difficili la indebolirono ancora.


– Sono ben consapevole che il mio corpo non potrà risanarsi, tutti lo pensano qui, ma nessuno lo dice apertamente… ma io lo so, sai? Lo so… la ferita è nel corpo… è nella mente… ma io non posso cedere… finchè Heikichi non manterrà la sua promessa io l’aspetterò.-

 

Nonostante la malattia ne avesse devastato i lineamenti, mentre parlava di suo marito Aiko sembrò star leggermente meglio, come se avesse ripreso inspiegabilemte vigore. Kasumi ricordava suo padre come un uomo splendido: aveva di lui solo ricordi piacevoli, di certo sarebbe stato un bravo genitore, se solo il destino non l’avesse definitivamente allontanato dalla propria famiglia… o forse ancora speranza c’era, a giudicare dalla forza di volontà della donna che tanto lo amava. Rimasero a lungo a parlare: Kasumi raccontò in breve ciò che era stato della sua vita negli ultimi anni e la madre fu contenta di poterla ascoltare, di rivedere sua figlia cresciuta e soprattutto di venire a sapere che stava seguendo le orme di suo padre, anche se dedicare la propria vita al Bushido significava compiere enormi sacrifici.

Per un po’ sembrò che Aiko avesse riacquisito un po’ di vitalità e addirittura la sua voce si era fatta più forte; ma più gli attimi passavano, più Kasumi si rendeva conto che piano piano sua madre si stava spengendo. Quando la ragazza arrivò a raccontare del suo tragico incontro con Heikichi, la donna tornò allo stato di semi incoscienza prima dell’incontro. Sembrava addirittura che non avesse nemmeno capito che cosa fosse successo, poiché quando Kasumi cercò di avere la sua opinione in merito, volgendo lo sguardo all’orizzonte Aiko mormorò sottovoce, senza più rivolgere attenzione alla figlia:


– Ha promesso. Ed io sarò qui ad aspettarlo.-

 

Gli occhi si inumidirono ancora tuttavia la ragazza sperò in qualcosa di più che una semplice frase, non poteva lasciar perdere così e voleva a tutti costi aiutare sua madre. Rimase ad osservarla per minuti, forse ore, ma da quando era entrata in quella stanza le sembrò che il tempo si fosse fermato.

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