Zeljezan Genij – Episodio 1 – In a mirror, darkly

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Non lo avrebbe dovuto fare. Era stato avventato, sapeva bene quanto questo potesse essere pericoloso, ma l’aveva fatto lo stesso. E’ che la noia lo opprimeva, e non c’è niente di peggio di una mente annoiata per farsi venire qualche cattiva idea. Tipo quella di fare due passi lungo il fiume. Eppure suo fratello Aleksandar glielo aveva detto: “Iliador, non lasciare la carovana. Ci sono truppe imperiali di passaggio in zona ed è bene mantenere un basso profilo. Io li terrò d’occhio, ma tu non fare niente di azzardato”. E invece.

E invece ora era lì, in una buia spelonca, rannicchiato tremante in un angolo, col fiato rotto dalla fatica della corsa e in testa solo i mille possibili modi che i militi dei Quattro avrebbero potuto usare per ucciderlo. Sarebbe bastato essere saggi e restare nel vagon, o almeno essere furbi e essersi fermati alla richiesta dei soldati; dopotutto non è che uccidevano chiunque passava loro innanzi, ma bastava fare quello che chiedevano per andarsene sulle proprie gambe. E invece lui, tonto, era scappato, preso dal panico. Adesso sì che l’avrebbero ucciso, lo sentiva. Sentiva i loro passi che lo cercavano, il tintinnare del loro acciaio, le loro grida di minaccia, la sua sicura condanna. Né le arti dei baba che aveva appreso in anni di studio, né la fortuna, né suo fratello lo avrebbero potuto salvare, stavolta.

– Anche la più piccola candela è una guida nella notte…- sussurrò una voce alle sue spalle. Iliador si voltò di scatto, terrorizzato, solo per vedere la parete di pietra dietro di lui. Eppure, la voce sussurrò di nuovo, con tono amichevole, eppure freddo e tagliente.

– Non aver paura, Iliador… Tu mi stavi cercando…

Il ragazzo si guardò a destra e a sinistra, spaventato, ma di nuovo il suo occhio non colse niente. Che fosse una trappola? O qualche strano predatore? No, lo sentiva nelle ossa… Era qualcos’altro. Qualcosa di mai provato prima.

– Chi sei?- chiese cautamente.

– Potrei essere la candela che stai cercando… Oppure la notte stessa… Dipende da te…- bisbigliò nuovamente la voce. Iliador se la sentiva penetrare in testa, come se lo stesse esplorando, come se volesse conoscere i suoi segreti. Questo non gli piaceva, non gli piaceva affatto, ma…

– Mi serve aiuto. Devo andarmene di qui. Eppure, non posso fidarmi di te- disse il ragazzo in un soffio. La voce ridacchiò.

– Ovvio. Guarda nella pozza d’acqua ai tuoi piedi, e ti potrai fidare.

Iliador sentì i passi dei militi avvicinarsi, e in un istante capì che quella forse era l’unica via d’uscita disponibile. Si chinò in ginocchio e guardò nell’acqua ai suoi piedi. Il suo riflesso ricambiò il suo sguardo, poi sorrise. Iliador vide il suo volto aprirsi, come dischiudendosi, vide il sangue che scorreva giù dal suo naso e dalla bocca lungo la barba, lo vide divenire una ragnatela insanguinata; e intanto rideva, sguaiatamente, con occhi sottili e letali, come quelli di una belva feroce. Disgustato e spaventato, Iliador colpì la superficie dell’acqua per allontanare quell’immagine, e fu allora che lo sentì. Sembrava un piccolo scrigno di metallo, freddo al tocco, sotterrato nel fango. Incuriosito, lo afferrò e lo aprì, di scatto; sapeva che quello che provava, che aveva provato, proveniva da lì. Se aveva una via di scampo, stava lì.

Lo dischiuse. Ci fu un lampo, secco, come un buio improvviso che divenne subito luce. Era nella foresta, adesso. Sentiva le voci dei soldati, distanti, che lo cercavano ancora nel suo vecchio nascondiglio. Si abbassò e strisciò allontanandosi, cercando un posto sicuro dove ripararsi, e dopo pochi istanti si mise a correre, terrorizzato da quello che era successo, da quello che poteva accadergli.

Fu solo quando si fermò che Iliador si accorse che stringeva una vecchia pergamena consunta in pugno. Era antica, perlopiù macchiata dall’acqua e dalla terra, ma ancora vi si leggevano strani segni in una lingua che non riusciva bene a decifrare, cogliendo solo qualche parola qua e là; “chiamare”, “patto”, “desiderio”… e poi un nome… “Sajal”.

Avvertì il fuzuka. Quelli come lui, i baba, lo sapevano fare. Sentivano la negatività nelle cose per istinto, sapevano quando qualcosa portava sfortuna. Eppure Iliador non riusciva a lasciare quel grimorio. La sua mano tremante non voleva saperne.

La voce balenò ancora nella sua testa. Gelida, minacciosa, irritante.

– Oggi ti ho salvato. Sai che lo posso fare. E lo farò ancora se me lo chiederai. Tu mi cercherai, Iliador Jagoda Kolovoz. E io sarò lì, per te, ad aspettarti. Sono lo specchio delle tue paure e della tua volontà. Io posso elevarti o condannarti, qualsiasi cosa tu voglia. Io sono chi esaudirà i tuoi desideri. Io sono Sajal.

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