Wedernikow Boris - Winter in Russian Village

Da quassù si vede l’estate

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Nonostante avessero passato tre giorni insieme a Zari-Dome gironzolando fra armaioli e mercati coperti e avessero trascorso buona parte della mattinata camminando fianco a fianco per diverse ore nella boscaglia nevosa, stringendosi in vari strati di pellicce per contrastare la morsa gelida dell’inverno e rischiando di scivolare a ogni passo, ancora Scarlett non era riuscita a farsi dire da Eliot come mai avesse voluto farsi accompagnare proprio lì, sul fianco di quella collina così distante da Port-Anchor e da qualunque dei posti che frequentavano di solito durante gli addestramenti della Gilda della Prima Arte. Era un pendio scosceso esposto alle intemperie, brullo e sassoso, senza particolari meriti se non una vista eccezionale sulla più grande città di Khartas, che nell’aria ancora limpida del primo pomeriggio sembrava talmente vicina da poterne accarezzare le guglie variopinte semplicemente stendendo la mano.

In realtà, a volo d’uccello erano solo una manciata di miglia, ma le due cacciatrici erano dovute passare dall’altro versante, coperto da una fitta selva di conifere attraversate a fatica da qualche timido raggio di gelido sole. Non avevano incontrato nessuno lungo la via, né bestie né uomini: evidentemente il resto del mondo era troppo assennato per farsi una scampagnata in una stagione così rigida e ingrata. Eppure eccole là, infreddolite ma tutto sommato in perfetta forma, a godersi un gran bello scorcio della loro terra, accanto a un bollitore fumante. Anzi, due. Durante il soggiorno in città Eliot aveva fatto numerosi acquisti, fra cui due fornelletti a spirito con relativi pentolini, e si era fermata a parlare spesso con anziani e cacciatori del posto, come se stesse progettando una battuta di caccia a chissà quale diavolo di animale leggendario. Adesso si era seduta con calma su una pietra e si era messa ad aspettare pazientemente il fischio dei bollitori. Scarlett si era ripromessa di non fare domande, ma giunta a questo punto non poteva fare a meno di arrovellarsi sullo scopo di quel viaggio. Alla fine, la curiosità ebbe la meglio sulla discrezione.

– Senti, mi vuoi dire perché siamo venute qui?

Eliot non rispose subito, ma aggiunse con parsimonia un misterioso ingrediente liquido da una fiaschetta scura al contenuto di uno dei pentolini e versò parte di esso in una tazza di latta, offrendola alla sua compagna: l’odore era dolce, pungente e decisamente alcolico. Il sapore, pensò Scarlett sorseggiandolo, era pure meglio.

– Vedi quello? – Eliot indicò un edificio a valle, quasi a ridosso della cinta muraria poco distante dal loro punto di osservazione, che sembrava essere estraneo alla città pur essendone certamente parte integrante. Qualcosa nel colore, nella forma delle minuscole finestre, nell’inclinazione del tetto lo rendeva poco invitante pur senza esser davvero tetro, fuori posto eppure necessario.

Una prigione. Era senza dubbio la prigione di Zari-Dome.

Scarlett inclinò la testa, dubbiosa.Tre giorni in città e non ci si erano nemmeno avvicinate, e invece adesso… Ma se siamo qui per… come mai non…

Posò la tazza a fianco a sé: ora che le sue mani si erano scaldate a sufficienza, era tempo di preparare qualcosa da fumare, cosa che senza dubbio l’avrebbe aiutata a capirci qualcosa. Mentre armeggiava con la scarsella del tabacco, si accorse che Eliot aveva tirato fuori un’altra minuscola boccetta e con un gesto deciso ne aveva vuotato interamente il contenuto nel secondo pentolino.

All’improvviso, la giovane cacciatrice si ritrovò immersa in un odore che non aveva niente a che vedere né con Khartas né con il gelo che ammantava le colline di bianco. Un eco di fiori solo immaginati, il calore della sabbia che stride contro la pelle, un ricordo di pesche e salsedine le travolse le narici puntando diritto alla gola. Ci mise qualche istante a riprendersi dalla sorpresa e a decidere se quell’esperienza fosse gradevole o meno.

– Cos’è quella roba?

– Che ne pensi?

– Beh, è strana forte. Ma… penso che mi piaccia.

– Bene, perfetto – commentò Eliot soddisfatta, sedendosi accanto al bollitore e rimanendo in silenzio.

– Non mi hai ancora detto cos’è, però.

– È una mia ricetta. Quando l’inverno diventa insopportabile e mi viene nostalgia di casa, ne metto una goccia in un fazzoletto e lo porto con me tutto il giorno, così mi consolo un po’. È molto persistente.

Adesso sì che tutto iniziava ad avere un senso. Per istinto e per abitudine, Scarlett si era già accorta che il vento, una brezza leggera ma continua, spirava verso la valle scivolando via lungo il fianco della collina. Ma era un’idea talmente assurda…

– È un edificio antico, sai? – proseguì Eliot distrattamente. – Non viene restaurato spesso. Gli infissi, soprattutto, non vengono rinforzati da anni.

Scarlett si complimentò silenziosamente con se stessa per aver capito tutto. O quasi. – Ma non avresti fatto prima a chiedere il permesso di fargli visita?

Eliot si mise a ridere di gusto, rabboccando la misteriosa mistura alcolica nella tazza della compagna e versandone un po’ per sé. – Certo! E già li vedevo sganasciarsi dalle risate…

– Mmmh, in effetti…

Rimasero in silenzio per un po’, l’una bevendo con calma e l’altra alternando boccate di fumo a generose sorsate, mentre il profumo si faceva più intenso, fino quasi a riscaldare l’aria gelida. Eliot tirò fuori un sacchetto di stoffa spessa e lo porse a Scarlett: era pieno di biscotti morbidi, zeppi di cioccolato, frutta secca e altre delizie. Ma quando li ha fatti questi?

Scarlett ne soppesò uno fra le dita e poi se lo cacciò in bocca, lasciandosi sfuggire un sospiro.

– Lo sai, sì, che la possibilità che quella cosa che esce dal pentolino possa arrivare fino a lui è davvero minuscola?

– Sì – rispose Eliot alzando le spalle, serena – ma comunque esiste, no? Per quanto piccola, trascurabile…

– Ma anche se fosse – proseguì Scarlett, turbata – come diamine farebbe a ricollegare il tutto a te?

– Ah – rispose l’altra ridendo – ma questo non è importante!

– Come no?

– No – spiegò Eliot con dolcezza. – Lo so che è altamente improbabile che ciò accada, ma se anche solo per un attimo questo frammento d’estate riuscisse a filtrare nella sua cella, ricordandogli che tutti gli inverni prima o poi finiscono, allora sarò riuscita a fare esattamente quello che desideravo.

Scarlett rimase in silenzio, indecisa se considerare questo ragionamento un atto di totale follia, disarmante ingenuità, amore incondizionato o tutte e tre le cose insieme. O nessuna di esse, che diamine.

– Il punto è – proseguì Eliot, stringendosi nell’ampia pelliccia – che le possibilità che si salvi dal patibolo sono più o meno le stesse che ha questa scia di raggiungerlo adesso, ovvero praticamente nulle. Troppe cose devono incastrarsi perché l’impresa riesca, e in entrambi i casi sulla maggior parte di esse non abbiamo alcun controllo. Eppure…

– …Eppure una piccola speranza c’è – azzardò Scarlett, che cominciava a capire.

– Precisamente – annuì l’altra con un sorriso amaro – e mi ci devo attaccare con le unghie e con i denti e fare del mio meglio perché non vada sprecata. Ho bisogno di sperare che andrà tutto bene, che nessuna prigione ha mai mura insormontabili, che se la volontà è ferrea si può realizzare qualunque miracolo… E io voglio che viva molto più di quanto l’Impero vorrà mai sbarazzarsi di lui.

– Questo è poco ma sicuro.

– Puoi dirlo forte, cazzo.

Si misero a ridere e brindarono con le tazze colme del misterioso liquore che le aveva tenute calde fino a quel momento. L’aria si era fatta appena più calda intorno a loro e Scarlett aspirò una lunga boccata di fumo, guardando verso il cielo punteggiato di piccole nubi dorate. Un cielo in cui si perdeva quel minuscolo angolo d’estate che le circondava, un miraggio pronto a dissiparsi in un refolo di vento, effimero e illusorio eppur così vivo, tenace, capace di tener testa al più rigido degli inverni.

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