Falò per cinque

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Un piccolo omaggio ai meravigliosi alfieri (e simpatizzanti) di Alemar 😀

 

Le ultime braci stavano ormai assopendosi al freddo abbraccio della notte di fine inverno in quell’angolo di terra alemarita, dove il riverbero stesso delle poche stelle indugiava tremando sull’ultima neve della stagione. Attorno al falò, avvolte in vesti calde sebbene intrise di fango e segnate da macchie più o meno vecchie di sangue, cinque bizzarre figure si godevano quel tepore.

C’era una ragazza dai lunghi capelli corvini che lisciava uno spadone alto quanto lei come fosse stato la schiena di un amante, appoggiato pigramente sulle belle gambe affusolate stese verso il fuoco.
C’era un ragazzone con una grande testa ricciuta e qualche cicatrice di troppo accovacciato accanto alla brace che si massaggiava il fondo di una manica con espressione malinconica.
C’era una giovane donna con un fiore fra i capelli scarmigliati distesa scompostamente con il volto rivolto verso il cielo, rilassata e serena come dopo una notte d’amore.
C’era un ragazzo seduto con la testa fra le ginocchia e il suo cappuccio bizzarro a malapena gli copriva la fronte su cui spiccava il simbolo di un occhio esotico finemente disegnato.
E c’era anche un uomo dalla pelle pallida che sedeva con gli altri eppur ne sembrava lontano, la linea delle labbra nascosta da un sottile rotolo di erba pipa da cui si innalzava un leggero filo di fumo.

Si erano riuniti tutti intorno al falò sul far della sera, loro e gli altri. Alcuni avevano raccontato, altri commentato, altri ancora erano rimasti in silenzio. Poi c’era chi aveva narrato storie, chi aveva sorriso, chi aveva pianto, chi aveva asciugato le lacrime degli altri.

E poi erano rimasti in cinque.

Come bambini, si erano azzuffati sulla poca neve rimasta sul prato, ridendo e sanguinando mentre grossi lividi si formavano qua e là sulla loro pelle. Avevano giocato per ore, bevendo vino bollente e seminando erba pipa ovunque, correndo a perdifiato e lanciando grida selvagge come uno stormo di gabbiani in volo.
Fra poche ore sarebbe stata l’alba.

La donna col fiore fra i capelli si alzò in piedi, stiracchiandosi.

– Sarà meglio che vada a controllare il pupo… sia mai che si sia tirato qualche pellicina…

La ragazza dalle lunghe gambe affusolate rise, ammiccando.

– Sì sì… il pupo… eddai, ammettilo! Ormai lo devi ammettere!

– Cosa devo ammettere? Che a Zadnja starebbe proprio bene un bel corpetto imbottito? Con tanti fiori ricamati, magari…

Il ragazzone dalla testa ricciuta mugolò sommesso, quasi perdendo l’equilibrio.

– Ohhh, ma basta con questa storia!

Il ragazzo con l’occhio sulla fronte ridacchiò, alzando la testa.

– Come si fa a smettere? Lo sai che ti prenderemo per il culo a vita!

L’uomo dalla pelle pallida rimase in silenzio, soffiando via una lunga boccata di fumo davanti a sé. Guardava gli altri e sulle sue labbra era fiorita l’ombra di un sorriso, uno di quelli che si fanno senza rendersene conto. Così rari, così preziosi.
Nel frattempo, la donna col fiore fra i capelli aveva stretto al petto il testone ricciuto del ragazzone, che aveva alzato le braccia per ricambiare il rude abbraccio. Da sotto lo stretto corpetto lui non percepì alcun battito. Su metà della schiena di lei non si appoggiò alcuna mano. Ma sorridevano entrambi.
La ragazza dalle lunghe gambe aveva invece allungato una mezza pacca al ragazzo con l’occhio sulla fronte che quasi l’aveva mandato a gambe all’aria. Ridevano, ridevano di gusto, provocandosi a vicenda.

Poi rimasero così, imbambolati, lo sguardo rivolto verso il cielo stellato, appena velato di nubi.

Stavano guardando tutti lo stesso, identico angolo di orizzonte, laggiù, perso da qualche parte nel buio della notte.

Guardavano tutti lo stesso punto nell’immensità del firmamento.

Ma non lo sapevano.

O sì.

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