No need of words

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(Perché l’incazzosissima Kohorta Baba non c’era allo scorso evento, appiccicata come una cambiale al suo frivolo consorte? Ecco la risposta… XD – e una volta tanto è un racconto serioso!)


– L’hai saputo, vero?
– Sì.
-…
-…
– Ho bisogno di riflettere.
Fra le genti di Alemar era risaputo che, da quando era diventata Kohorta Baba, Katrinalea Goska aveva sempre rimpianto la vita avventurosa e libera che conduceva prima di diventare la settima moglie di Velik Baba. Era anche risaputo che aveva sempre cercato di svicolare le occasioni formali che si tenevano al di fuori della Contea della Mano del Fato. Ed era risaputo che solo da circa un anno si era ritrovata costretta a far fronte anche a quegli eventi che tanto detestava e rifuggiva, e che il suo carattere era sensibilmente diventato più cupo. Era quindi anche risaputo che la Contessa spesso letteralmente scappasse via, aggrappandosi a qualsiasi pretesto utile, per godere di nuovo di quella libertà di movimento e di decisioni che tanto le mancava. In molti casi si limitava ad affiancare i raminghi di Corcovlad nelle loro perlustrazioni solitarie, in altri si dirigeva verso il confine col Deserto Nero o cavalcava a fianco degli alfieri del vento, per controllare che tutto fosse tranquillo e, nell’eventualità, disfarsi di eventuali minacce. Ma quando proprio non ne poteva più e sentiva la testa che le scoppiava, andava a cercare Ivan Tre Passi.

– A mani nude, come al solito?
– Sì, certo. Ah, giusto, occhio che qui ho ancora una cicatrice che un po’ mi duole.
– Come vuoi.

L’uno davanti all’altra, a un paio di passi di distanza, si liberarono di ciò che non occorreva deponendolo a terra con attenzione. Poi, in perfetto silenzio, si rivolsero un lungo sguardo prima di gettarsi l’uno verso l’altra, ognuno col suo passo, ognuno con i suoi pensieri, e iniziare a darsele di santa ragione. Il loro tacito accordo prevedeva che Ivan non usasse tutta la forza sovrumana che aveva a disposizione e che Katrinalea si battesse come un uomo, senza ricorrere alle astuzie e alle scorrettezze tipiche delle arti di combattimento femminili. Per loro era un gioco, uno sfogo, un modo per snebbiarsi la mente, per mettere ordine al caos che vi regnava dentro e, sì, spesso anche per dimostrarsi la reciproca stima. Dopo due o tre scambi, dopo aver affondato una pedata nell’addome marmoreo di Ivan e mentre si sentiva trascinare via per la gamba ancora tesa, Katrinalea sentì finalmente la sua testa sciogliersi come neve, e i pensieri cristallizzati in essa fluire via come un inquietante sciame di falene dalle ali polverose.

Che Urama li strafulmini, li strafulmini TUTTI! Ma possibile che ancora stiano lì a cianciare di porcate politiche, quando in giro c’è Bascath! Ma come fanno ad essere così idioti a non rendersi conto di che razza di disgrazia ci è piovuta addosso? Come, dico, COME?

Dopo aver schivato un poderoso pugno, Katrinalea si ritrovò abbrancata al collo di Ivan, nel tentativo di sbilanciarlo, e lui ne approfittò per gettarsi rapidamente a terra di schiena per schiacciarla sotto il suo peso.

Che poi, maledizione, se si trattasse solo di loro, che crepassero nella loro ignoranza… se si trattasse solo di me, che Bascath e tutti gli altri si prendessero pure la mia pelle, anche se certo gliela venderei cara… ma i miei brat, e le mie sestre… Alemar non può finir schiacciata da quei maledetti! Non Alemar! Non la mia terra! Non la mia gente! Non… 

Katrinalea si distrasse un istante, sgranando gli occhi leggermente: la ginocchiata sullo stomaco la colse totalmente di sorpresa, e Ivan stesso rimase a disagio per il fatto che la sua avversaria non aveva nemmeno tentato di schivarla. Questo non era normale.

…è questo… è questo che fa male… è questo il problema… la mia libertà… è lui che… io non…il problema è…
– …È LUI!

Alzando impercettibilmente un sopracciglio per la sorpresa, Ivan notò uno sguardo di puro terrore negli occhi di Katrinalea un attimo prima di sentirsi investire da un calcio in piena faccia. Per la prima volta da quando facevano la lotta insieme – roba di anni, ormai – la sua avversaria aveva pensato ad alta voce. No, decisamente non era normale. Nessuno dei due emetteva mai né gemiti né grida durante la lotta. Addirittura due parole! Era davvero grave. Ivan si risolse a cercare di aiutarla a spremer fuori tutto il suo tormento nell’unico modo che gli veniva in mente: incalzandola, senza darle un attimo di tregua.

…non c’è più equilibrio! Ma guardati Katrinalea! Guarda che cosa hai fatto! Non avresti mai dovuto cedere, né dopo sei mesi né MAI! Avresti mai pensato che alla fine…stupida, stupida, STUPIDA! Ormai hai perso la tua libertà, hai capito? Persa! Non sei più libera! E non puoi farci niente! Non c’è più equilibrio! Hai un punto debole! Ce l’hai! CE L’HAI! 

Continuarono a prendersi a cazzotti per diversi giri di clessidra. All’apparenza giocavano come due cuccioli di leone, ma di fatto prendevano la questione con estrema serietà. Se le davano, e intanto ognuno metteva in ordine i suoi pensieri, che non erano mai pochi, anche se erano di natura così diversa. Ma stavolta era dura. Ivan poteva percepirlo nel modo in cui Katrinalea portava i colpi, nella leggera vibrazione delle sue mani, nella stessa variazione di calore del suo tocco: stavolta era davvero una brutta bestia. Da qualche parte in fondo alla sua anima fece capolino un’ombra di tenerezza nei confronti della sua avversaria, subito dissipata dalla massa informe dei suoi pensieri cupi e dal distacco che ormai da molti anni provava per certe sensazioni. Per entrambi Alemar e ciò che rappresentava era il bene più grande, ma adesso Ivan iniziava a intuire che la scala delle priorità di Katrinalea aveva subito un leggero scrollone. Non poté fare a meno di rallegrarsi di non essere al suo posto.
Ad un certo punto, di punto in bianco e senza che nessuno dicesse nulla all’altro, semplicemente smisero. Si sedettero a terra, l’uno con un labbro spaccato e l’altra con i lunghi capelli arruffati e un grosso ematoma violaceo che iniziava a gonfiarsi su tutto il lato sinistro del viso. Avrebbero potuto liberarsi facilmente di quelle ferite, ma nessuno dei due lo faceva mai. Si sistemarono a meno di tre passi l’uno di fronte all’altra, e Ivan tirò fuori un cartoccio di erba pipa, iniziando lentamente a prepararsi per una bella fumata. Fine dei giochi, per il momento. Peccato.

– Va meglio?
– Un po’.

Quanto sei bugiarda. Ti fa male frequentare certa gente. Una volta non eri così bugiarda.

– Vieni con me ai confini orientali di Corcovlad? Ho sentito dire che c’è un po’ di casino da sistemare.
– Va bene.

Ma chi vuoi prendere per il culo? Non hai nessuna voglia di lasciarlo solo a lungo. Proprio ora, poi! Trova in fretta un compromesso, Katrinalea, o la situazione ti sfuggirà di mano definitivamente.

– Giusto un paio di giorni. Per controllare.
– Perché no.

Ma guardati, l’ha capito pure Ivan. Piantala di comportarti da dodicenne. Idiota.

– Grande. Allora finisci di fumare e andiamo, dai.
Idiota e in trappola. 

I due rimasero in silenzio per alcuni lunghi istanti, guardando ognuno un punto imprecisato all’orizzonte. Non c’era bisogno di dire altro.

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