Quello che il buio non racconta

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“Ora basta! Fuori!!!” tuonò la voce di Sigrun con un marcato accento di Thersa.

Ci fu un darsela a gambe generale quando Estrella si pronunciò nuovamente sulla questione degli astrobombi, chiedendo ad Astra se alla fine fosse riuscita a dedurre la loro fisicità. Il problema fu l’essersi espressa ad alta voce e proprio durante le spiegazioni religiose della paladina.

Volarono piume e polveri di ogni tipo. Estrella squittì via seguita da Lucius al grido di un “Aiuto” poco convinto ma alla fine calò di nuovo il silenzio in tenda.

Fuori si udì un bisbiglìo lieve e brevissimo sui biscotti, su pessime battute e tutto finalmente tacque.

Astra aveva letteralmente la testa nascosta tra le spalle, gli occhi strabuzzati che fissavano dritti avanti a sé e la bocca contorta in un eccessivo sforzo per mantenere la serietà. Sigrun si strofinò gli occhi con l’indice e il pollice sospirando “Forse è il caso di smetterla qui per oggi… “

Stava per chiudere il suo libriccino ma Astra la interruppe “No!” in modo acceso, come se fosse un gatto stesse per scaraventare un antichissimo vaso dei colli di giada giù da un davanzale. Come la rabbia per aver visto calpestare qualcosa di prezioso.

Incrociò lo sguardo con quello della paladina, che si era quasi spaventata “Voglio dire…” farfugliò poi, tornando alla calma. Abbassò lo sguardo, imbarazzata, dispiaciuta.

“Scusami, Sigrun. Da quando sono morta sento come un fuoco dentro di me, una rabbia che non si spegne mai. Non volevo mancarti di rispetto…” era la prima volta che rispondeva così a lei. Alzò gli occhi, erano ricolmi di lacrime “Continua a insegnarmi, ti prego. Per me è davvero importante.”

Sigrun sorrise, aprì di nuovo il libriccino e riprese a raccontare.

Era un po’ di tempo ormai che aveva iniziato a seguire i suoi insegnamenti, ad ascoltare i racconti di Cyra e le preghiere di Balthazar. All’interno della Scacchiera Astra aveva iniziato per la prima volta un viaggio alla ricerca della fede negli Astri, sebbene le sue ragioni non fossero soltanto di natura spirituale ma di apprendimento storico. E anche in questo era abbastanza di parte.

Solo a Balthazar, ad Estrella e a Sigrun aveva svelato le reali ragioni del suo interesse in Sant’Elleron. Seppur il primo di questi l’avesse ammonita di tenersi stretti per sé i suoi segreti, poiché potevano diventare un’arma a doppio taglio nella scacchiera, non aveva potuto fare a meno di condividerlo con le sue sorelle di Masnada. Poteva fare diversamente, avendo loro stesse rivelato a lei le ragioni della loro presenza in tal loco?

Certo che poteva, ma aveva deciso di fidarsi ciecamente di loro. Più persone potevano disporre di informazioni utili da rivelarle, meglio era no? E poi, Astra, aveva troppa paura dei potenti.

Aveva avuto diverse occasioni per raccogliere informazioni di suo interesse, persino quando comparve quella Gramar presso le imponenti mura nel vico di Ramana, ma non ebbe il coraggio. Il timore reverenziale che provava davanti a figure di questo tipo l’aveva frenata dal chiedere alcunché.

Lo stesso timore che aveva avuto conoscendo Ottavia, l’Alfiere che capeggiava il Crepuscolo. Giungeva da lontano, esattamente come lei. Provava un odio smisurato per gli imperiali, esattamente come lei! Eppure riuscì solo una volta a rivolgerle parola, quando si presentò goffamente a lei a Velathri.

Poi? Poi più nulla. A parte scappare a gambe levate ogni volta che lei alzava troppo il gomito ed aveva la sfortuna di passare di lì.

Anche Balthazar le incuteva timore reverenziale, ma per lui aveva iniziato a provare un profondo rispetto quando a Velathri fece a tutti loro la famosa sfuriata

“SIETE UNA FAMIGLIA, CAZZO!”

Da quando era finita la guerra, da quando suo fratello era scomparso, era la prima volta che aveva di nuovo una famiglia.

Quella sera aveva provato ad andare a dormire con il favore della luce, ritirandosi nella sua tenda quando ancora era il tramonto, ma non v’era verso di riposare. Quando calava il buio ed era da sola, i ricordi di quella notte sfrecciavano nella sua mente con la stessa velocità e frastuono dello scoppio di un archibugio. Se nessun altro parlava, le urla di quel giorno risuonavano ancora nelle sue orecchie. I pianti disperati dei bambini, il bruciore del fuoco, le urla di dolore di tutti i suoi vicini, dei suoi genitori, i calcinacci sulla schiena, le persone amate fatte a pezzi.

Non esisteva una notte tranquilla, una sola clessidra dove gli orrori vissuti non tornassero a farsi vivi come allora. Quello che Astra sentiva sussurrato nelle orecchie ogni tanto, nella solitudine del giorno, nel frastuono delle Masnade, dei canti, delle risate, di notte strillava a squarciagola come un animale.

Urla, lampi di luci, esplosioni, il sangue.

Il sangue.

Si alzò dal giaciglio, in preda a un attacco di panico. Afferrò istintivamente la spada che brillò al suo tocco, calmandola quasi immediatamente. Era così piacevole il contatto, sembrava tiepida, come un abbraccio da una persona cara. Aggrottò la fronte sudata. Sorrise.

Fece un bel sospiro e uscì dalla tenda, in cerca di aria, dei soliti due passi assieme alla sua spada per trovare la calma, ma fuori vi era lo stesso trambusto che vi era stato poco prima nella sua tenda.

“Che succede?” chiese ad Allan che era poco distante, anche lui a cercare di capire il perchè della confusione.

“Niente di buono, sembra.” rispose torvo, tenendo le braccia conserte e cercando di rubare con lo sguardo qualche informazione sulla situazione. Ed aveva ragione, non era niente di buono.

Era arrivato, assieme a una staffetta, un mulo con delle ceste sulla schiena. Là dentro vi era ciò che restava degli Explorator di cui si erano ultimamente perso le tracce.

Astra portò entrambe le mani sulla bocca e rabbrividì. Li aveva conosciuti di sfuggita, non aveva avuto il tempo di stringere alcun legame vero e proprio con loro.

“SIETE UNA FAMIGLIA, CAZZO!” le parole di Balthazar risuonavano nella sua testa come un mantra.

“Scoprite chi è stato, adesso è guerra!” la voce reale dell’Alfiere risuonò nel campo.

Alla parola “guerra” , oltre a quella vista orrenda, Astra cadde in ginocchio, e iniziò a piangere a dirotto. Erano bastati pochi minuti, gli insegnamenti di Balthazar e una parola per riportarla indietro di alcuni anni, al momento della sua fuga dalle Piane, dalla Tabula… ma le lacrime di quella sera non erano come le lacrime di allora, poiché nei suoi occhi brillava oscuro il lume della furia.

“La pagheranno” ringhiò a bassa voce, mentre lo spadone splendeva di rosso nella notte “il bastardo che ha osato far questo, la pagherà CARA!”

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