Le cose che non ti ho detto

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Il suo mondo speciale! Proprio un sogno fortunato, perché era da tanto che non lo rivedeva. Gli dei sapevano quanto ne avesse avuto bisogno in quelle ultime lune… E finalmente adesso si trovava proprio in mezzo a un’esplosione di colori, profumi inebrianti e cieli incredibili che scintillavano colmandole l’anima di pace e serenità. Si sedette quindi su un grande sasso rotondo che sembrava fatto apposta per accogliere le sue forme e si preparò a godere intimamente dell’incanto di quel posto per ogni istante che le era stato concesso di visitarlo.

Ma non era sola.

– Dovresti davvero andare a parlargli – suggerì con dolcezza la voce di Vivi alle sue spalle. Si voltò subito, ma non c’era nessuno. In lontananza, le parve di cogliere la sagoma di una figura che camminava lentamente verso l’orizzonte invisibile. Forse dopotutto non era un sogno così fortunato.
– Oh, andiamo! Non puoi stare abbottonata per sempre! – sbuffò risentita la voce di Valérie.
– Non ho niente da dire – tentò di giustificarsi. Si torse le mani, sfregandole l’una all’altra: erano ancora così fredde…
– E su… un bel taglio e passa tutto! – tintinnò la voce argentina di Artemisia.
– O ti spaventa andare fin là? – bisbigliò tagliente la voce di Scarlet.
– Io non ho paura di niente! – affermò, colpita nell’orgoglio. – È che ancora c’è tempo per…
– Senti senti chi è che parla di tempismo… – la voce sorniona di Isabeau la fulminò come una coltellata.
– Oh, ma insomma… – bofonchiò incrociando le braccia – E a che servirebbe? Questo è solo un sogno! Niente di tutto questo è reale…
– Meglio così, no? Di che ti preoccupi? – insieme alla voce di Iker, le giunse anche uno scappellotto.
Stava per obiettare qualcos’altro quando una mano invisibile la spinse giù dal suo comodo sasso. Era pronta a scommettere che quello fosse il contributo di Hari.

Iniziò a camminare a testa bassa, cercando di non pensare a niente se non alla struggente bellezza dei fiori ai suoi piedi, imperlati di una sorta di rugiada luccicante. Si chinò ad accarezzarli ma, con sua grande sorpresa, scoprì che erano gelidi.
Scacciò per l’ennesima volta i cattivi pensieri e continuò a camminare, stavolta guardando avanti a sé, finché non raggiunse un muretto basso e poté finalmente mettere a fuoco l’individuo che ci stava comodamente seduto sopra, dondolando i piedi come se non avesse un problema al mondo.
Sospirando, si accomodò al suo fianco.

– Ehi Eliot.
– Ehi Aleksej.

***

Passò una mezza eternità prima che uno dei due aprisse bocca.
– Era ora, eh? Ti pesava il culo a venire prima?
– Veramente io e te abbiamo già parlato.
– No, hai parlato con quell’idiota con mezza testa sul patibolo, ma non con me.
– Fa differenza?
– Secondo te?

Su questo aveva ragione lui, faceva differenza. Molta.

– Va bene, va bene, – replicò – ma ti ho… cioè, ho detto all’altro tutto quel che volevo dire e non credo ci sia altro da aggiungere.
– Sicura?
– Pensi che potrei mai mentirti?
– No no, questo no.
– Oh, ecco.
– …
– …
– …
– Mmmmh, che c’è?
– Sicura sicura sicura? – Lui le assestò una gomitata che nel mondo reale le avrebbe incrinato tre costole.
– Ahio… – si lamentò alzandosi in piedi, dolorante. – E va bene… Se non mi credi, vieni a vedere con i tuoi occhi.

Subito afferrò le sue mani, e un attimo dopo correvano via ridendo, mentre il prato diventava una discesa e un stormo di uccelli variopinti si tuffava insieme a loro verso la valle sottostante. Andavano così veloci che pareva volassero, mentre grandi felini dal manto chiazzato d’autunno sfilavano al loro fianco, ora balzando ora rotolando sull’erba fresca. Correvano, correvano e davanti a loro si schiudeva una foresta maestosa e lussureggiante accarezzata dal sole e dalla brezza. Correvano, correvano insieme al taran, sotto lo sguardo severo del falco, sulla scia del lupo scarlatto che li accompagnava. Correvano, correvano e la foresta diventò un manto candido e gelò il loro respiro. Scivolarono sul ghiaccio abbagliante gridando e lanciandosi manciate di neve, pattinarono a piedi nudi sul grande lago gelato e ruzzolarono giù per il pendio fino al mare. Correvano, correvano e di colpo fu primavera tutto intorno, fischiarono insieme agli aironi e si lasciarono cullare dalle onde, spruzzando acqua salata e infastidendo i pesci che accarezzavano i loro piedi. Correvano, correvano e il mare diventò un’infinita cascata e si gettarono giù aggrappati a un lungo tronco, ululando con il cuore in gola. Correvano, correvano mentre la cascata s’infrangeva in milioni di perle dorate al limitare del deserto, nel silenzio delle rocce e della polvere. Il Signore di tutti i vermi delle sabbie disintegrò la terra sotto i loro piedi e si stagliò contro il cielo, pronto a ingoiare loro e tutto il resto del mondo. A quella vista lei si pietrificò e stavolta fu lui ad afferrarle le mani. Allora insieme sfoderarono le armi, insieme corsero verso il Signore di tutti i vermi delle sabbie e insieme lo colpirono, insieme lo fiaccarono, insieme lo sconfissero una volta per tutte. E stavano per ricominciare a correre, quando un enorme drago dalle scaglie cangianti apparve all’orizzonte e scese in picchiata verso di loro. Lui era già pronto all’ennesima battaglia, ma lei lo fermò, perché non c’era bisogno di combattere: bastò correre, correre e saltare sulla sua infinita schiena.
Volavano, volavano sopra quella piana sterminata in cui c’era così poco o niente; all’improvviso lei gli indicò un punto in mezzo al nulla, un gruppo di minuscole sagome nere, che poi diventarono baracche, cose, persone e bambini, tanti bambini che correvano, correvano in mezzo alla polvere, sognavano, crescevano, morivano. Lui la guardò e lei annuì. Casa mia, gli disse.

***

Passarono attraverso numerose avventure, correndo, ridendo, scherzando, e ad ogni istante che passava anni e vestiti si facevano più leggeri. Quando infine approdarono nuovamente sulla cima della collina da cui erano partiti, rotolarono sull’erba fresca e si sedettero, sfiniti, mentre la luce si faceva più rosata, pronta a cedere il passo ai colori della notte.
– Niente male, vero? – chiese lei con le guance chiazzate di fango.
– In effetti mi sono proprio divertito – ammise lui, strizzando via acqua e sudore dalle maniche della camicia, che adesso sembrava improvvisamente della taglia sbagliata. – Però non basta.
– Come sarebbe a dire? Ma… così mi sembra tutto chiaro, no?
Lui scosse indice e testa all’unisono. – No no. Per me è chiarissimo. Ma per te? – E le puntò il dito contro in tono accusatorio.
– Per me?
– Esatto. Che significa tutto questo per te?
Rabbuiata, lei si stese sull’erba, sorreggendosi con i gomiti. – Da quando in qua hai tutta questa voglia di parlare di certe cose?
– Da quando mi hai fatto entrare qui.
– E va bene, va bene! – si lamentò, esasperata. – Allora lasciami pensare.

***

Il tempo passò in silenzio, mentre il cielo si lasciava invadere dai colori di un tramonto troppo infuocato per essere vero.
– Non è semplice – dichiarò lei.
– Immagino di no – concesse lui.
– Proviamo così… – si grattò la testa, con una certa incertezza, soppesando attentamente le parole. – Ricordi che qualche tempo fa ti ho detto che per me eri – uhm – morbido?
– Ah già, quella storia!
– Quella, sì… – proseguì lei, tagliando corto i commenti. – Ricordi? L’ho detto perché se nasci e cresci in un posto dove esistono solo spigoli, spigoli nel paesaggio, spigoli nella stoffa che ti riveste, spigoli nelle bocche mostruose delle creature che ti sbranano…
– …è ovvio che le cose morbide siano rare – concluse lui.
– E preziose.
– E preziose. Certo.
– Ma non è questo l’unico motivo. È che… – Le parole facevano fatica a uscirle dalla bocca. – È che, a voler essere sinceri… ti ho buttato anche addosso qualcosa che non è… non è roba tua. È un fardello mio e… ecco, tu non dovresti portarlo.
– Mi sono perso. Spiega.
Prese un respiro profondo e cercò di svicolare per l’ennesima volta, rizzandosi a sedere. – Beh, però… in realtà sono tutte cose che ti ho già detto…
– EDDAI! Raccontamele di nuovo.
– E vabbeh, ci ho provato… – Si arrese. Alla fine era meglio provare a dare forma ai pensieri piuttosto che continuare a cercare di evitarli. – Vediamo… ti ho mai detto che ti ho sempre trovato simpatico? Non hai mai avuto quella scopa su per il culo che hanno tutti gli altri aristocratici… no anzi, ce l’hai eccome, ma per un motivo diverso… e questo mi è sempre piaciuto molto. E mi piacciono molte altre cose di te, quindi sono certa che saresti stato uno dei miei preferiti anche se non ci fosse dietro tutto il resto, se tu non mi ricordassi così tanto lui.
– Hernando?
– E chi altri? – Si lasciò sfuggire un mezzo sorriso malinconico e lo guardò, pensosa. – Ti sarebbe piaciuto, credo… sono convinta che sareste andati d’accordo… penso che abbiate pure la stessa età, sai? Certo, esteriormente non potreste essere più diversi, ma la faccia a culo è molto simile…
– Oh, piano con le parole…
Ignorò totalmente il suo commento e continuò a squadrarlo da capo a piedi, sospirando e scuotendo la testa. – Beh, non ha importanza… il nodo cruciale di tutto è che, fin da quando ci siamo conosciuti, quando ti guardavo non sono mai stata del tutto sicura di quello che vedevo. Voglio dire… dei due, tu sei senza dubbio quello più attraente e pieno di fascino, ma a pensarci bene… per me è sempre stato solo lui quello davvero morbido. Era lui il mio rifugio, l’unica cosa straordinaria di quel luogo dimenticato dagli dei e dall’Impero, tutti i colori di un mondo che non offriva niente, né a me né a lui né a nessun altro… E credo che anche lui pensasse questo di me, perché siamo sempre stati inseparabili, fin da bimbetti…
I suoi occhi fissavano qualcosa al di là della linea del cielo, incendiato da un rosso cupo e prepotente. – Ho voluto molto bene a papa, a Monna Celina e a tutto il mio villaggio, ma per me era lui tutta la mia famiglia… era un amico e un fratello, ma anche più di un amico e più di un fratello… E adesso…
– Adesso cosa?
Si riscosse, come tornata brutalmente alla realtà. – Adesso lui non c’è più e tu rischi il patibolo – tagliò corto, fissandolo con aria vagamente risentita. – Quindi c’è bisogno che ti spieghi anche quanto tutta questa situazione mi stia lacerando l’anima?
– Certo che sì.
– COSA?
– Continua, siamo qui apposta.
– MA…
– MMMMH. Vai.

Lei rimase letteralmente a bocca aperta. Impiegò qualche istante prima di reagire, incredula della piega che stava prendendo quella conversazione.
– Ma quanto sei stronzo… ma se LO SAI BENISSIMO, lo sanno anche i SASSI! – Alzò gli occhi al cielo, risentita.
– E allora che vuoi che sia, non sarà mica tutto ‘sto gran…
– NOOOOOO, infatti è una quisquilia, guarda! – Alzò le braccia al cielo, esasperata. – Da dove devo cominciare? Preferisci che ti racconti quanto la sua scomparsa abbia devastato la mia esistenza? Che ti dica che avrei preferito mille volte morire al posto suo? Che ti spieghi come mai il dolore ha piegato così tanto la mia mente da arrivare a distorcere e edulcorare i miei ricordi? Che ammetta di non essere più padrona delle mie emozioni e dei miei sentimenti da quando mi porto addosso questo lutto intollerabile? OOOOH, ma anche se lo facessi, potresti mai capire? E riusciresti a non giudicarmi? Anche se passassi ore a spiegarti perché lui era davvero tutto il mio mondo e tutti i miei sogni… riusciresti a capire perché, nonostante io mi consideri una donna indipendente e intelligente, per anni e anni non mi sono mai chiesta cosa volevo davvero? E riusciresti a non giudicarmi un’ingrata nei confronti della mia comunità per averla abbandonata senza un rimpianto, dopo aver smesso di interessarmi a tutto quello che mi accadeva intorno e non aver pensato ad altro che a realizzare la meno assurda delle sue fantasie, ovvero raggiungere la famosa Madrepatria?

Si dette una sonora pacca sulla fronte, increspata da una piega beffarda. – Ah, Caponord! Caponord era la mia Ultramar! Una meravigliosa illusione! No, anzi! Monna Celina mi aveva avvertito che era un posto infame, e io le credevo pure… ma no, ho abbandonato tutto pur di riuscire ad arrivare qui! E pensa, più volte mi sono detta che deve essere stato lui, da ovunque sia adesso, a dare una spintarella al Fato perché potessi lasciare la mia terra incolume, perché incontrassi Vivi e Hari e tutti gli altri… e soprattutto perché potessi conoscere TE!
– Me?
– TE! – Lo fissò intensamente, puntandogli contro un dito accusatore. – Quando ti ho visto uscire dalle viscere del Leviatano, stordito e barcollante come un ubriaco marcio ma pur sempre vivo e vegeto, è stato come se qualcuno mi avesse dato uno schiaffo in piena faccia, ma non me ne sono resa conto subito. Perché, pensavo, è una sensazione così strana… dopotutto non puoi essere come lui, giusto? Non siamo cresciuti insieme, non mi hai rimboccato le coperte la sera e buttato giù dal giaciglio la mattina, non abbiamo condiviso un millesimo di ciò che ho condiviso con lui… Eppure, adesso sento, so di adorare te come un tempo adoravo lui, so di amare te come un tempo amavo lui! In modo molto diverso, ma anche così incredibilmente simile! Quanto tempo ci ho messo prima di capire come stavano le cose… Se penso a quanto mi ha preso in giro Hari…
– Che ha fatto Hari? – interloquì lui inarcando un sopracciglio.
– Ma che cos… di tutto quello che ti sto dicendo… STAI A PENSARE A CHE HA FATTO HARI? – gli gridò in faccia, afferrandolo per il colletto della camicia. – MA CHE CAZZO DI PROBLEMA HAI?
– Dei due mi sembra che sia tu quella che ha un prob –
– Certo, CERTO che ho un problema… TU SEI IL MIO PROBLEMA!
– Ma perché te la prendi tanto con me?
– Perché? Non lo sai PERCHÉ?
– No perc-
– PERCHÉ SEI UN MALEDETTO IDIOTA!

Aveva alzato il braccio per assestargli un pugno in piena faccia, ma non provò a colpirlo, nonostante lui non si fosse mosso per difendersi o per contrattaccare. Si limitava a guardarla come se non afferrasse fino in fondo cosa stava succedendo, incredulo e perplesso al tempo stesso.
– TU… HA! Non ci arrivi proprio… Eppure te l’ho detto tante volte… – Si aggrappò alla sua camicia con entrambe le mani, scuotendolo. – Tu sei veramente prezioso, lo capisci? Quando dicesti che ti importava solo di scagionare lo Zar e non ci dovevamo preoccupare per te, giuro, avrei voluto prenderti a calci! Avrei voluto riempirti di schiaffi e sgranarti via tutti i denti! E se non ci fosse stato anche Diego forse avrei trovato il coraggio di provarci davvero!
– Ma…
– MA NIENTE! Ma guardati cazzo, tutta questa gente che fa di tutto per salvarti il culo, e tu ancora non capisci… Anzi, adesso non mi importa niente di quello che provano gli altri per te: è A ME che importa di salvarti il culo! Perché quei maledetti imperiali del cazzo senza dubbio meritavano una bella ripassata, ma tu rimani comunque un pazzo assassino e in qualunque altra situazione ti avrei infilato io la testa nel capestro… e invece, nonostante questo vada contro ogni mia logica, io VOGLIO che tu viva, pensa! Perché TU sei la cosa migliore e peggiore che poteva capitarmi!
– Che c…
– NON HO FINITO! Ci tenevi tanto a sapere come stanno le cose? Ecco come stanno! E tu più di chiunque altro dovresti essere in grado di capire come mi senta adesso, perché sai anche meglio di me cosa significa svegliarsi da soli in un mondo freddo, buio e grigio, dove tutto ciò che contava veramente è sparito e probabilmente è stata pure colpa tua! Lo capisci quanto sei importante? Quanto sei importante per ME?
– Non…
– E VEDI DI CAPIRLO, CAZZO! Non vedi che mi basta starti a guardare da lontano per riuscire ad alleviare questo dolore che non mi lascia mai? Qualcosa in te, qualcosa di come parli, ti muovi o dici cazzate mi ricorda in ogni istante quanto è stato meraviglioso vivere finché c’era lui, lui che per me era tutto! E già questo da solo basterebbe a giustificare la paura che ho di non vederti mai più, ma NO! Non sei importante solo perché sei un ricordo fatto persona, una meravigliosa ombra del passato, il ritratto vivente di qualcosa altrimenti perso per sempre… Ma proprio perché sei TU, morbido a modo tuo, stupido a modo tuo, stronzo a modo tuo! La tua sola esistenza basta a ricucire le mie ferite, darmi coraggio, far rinascere tutto quello che era rimasto soffocato da tutto quel vuoto che è stata la mia vita fino a Caponord… E te lo giuro, darei quel poco che resta della mia forza vitale per sapere perché tu sì e non Isabeau, Hari, Vivi o Valérie, me lo chiedo da tre anni e no, non c’è un vero motivo, e se c’è non lo conosco, ma è così!
– Non ci deve essere per forza un motivo…
– E infatti non c’è e comunque NON HA NESSUNA IMPORTANZA! – gridò lei, asciugandosi il viso con una manica. Due lacrime sottili erano sfuggite dalle ciglia, rigando le guance infangate e arrossate dalla rabbia. – Quello che importa davvero è che da quello che dici e che fai sembra che tu abbia poca considerazione di quella vita così preziosa che hai ancora la fortuna di tenere stretta… Che ti è saltato in mente di entrare nel Leviatano? Che ti è saltato in mente di ammazzare degli imperiali e lasciarti alle spalle dei testimoni? Che ti è saltato in mente di gironzolare intorno all’Eremo di Rhall? Avete fatto una scommessa con la divina Shiva per il modo più stupido in cui morire? E hai avuto pure il coraggio di farmi la predica! “Tutti dobbiamo morire”… BRUTTO IDIOTA, sono il COME e il QUANDO che fanno la differenza! Come se tu non lo sapessi… Ma NOOOOOO, andiamo a schiantare male! Quasi ti odio perché non ti prendi per niente cura di ciò che invece per me è così prezioso!
– …
– …
– “Quasi” mi odi?
– No… ti odio, ti odio proprio.

Rimasero in silenzio a fronteggiarsi, mentre il profumo della sera, che iniziava a trapuntarsi di stelle, si faceva dolce e intenso.
– Questo non me lo avevi ancora mai detto – disse lui con serietà.
– No, infatti – ammise lei in un sospiro, chinando la testa.
Si sentiva davvero a pezzi, lacerata da un vortice di emozioni contrastanti e su cui non aveva alcun controllo, in balia di un’ira sorda e disperata di cui non conosceva ancora la natura, né la potenza. Un pozzo buio, profondo, spaventoso da cui non era certa di saper risalire, ora che ci era caduta dentro. Strinse i denti e rabbrividì. Non sapeva più se per il freddo, per la rabbia o per la paura.

Non si aspettava certo che lui l’abbracciasse, con una tenerezza che non sperimentava da molto, moltissimo tempo.
– È proprio complicato, avevi ragione – disse lui con semplicità, stringendola forte.
Impiegò qualche attimo prima che le sue braccia decidessero cosa fare, ben prima che lo facesse la sua testa. Si stava ancora chiedendo se non sarebbe stato meglio scagliarlo giù per la collina con uno spintone quando si accorse che il suo corpo, scosso dai singhiozzi, aveva già ricambiato l’abbraccio e dei lacrimoni pesanti come macigni rotolavano giù dalle sue guance.

***

Ormai la notte avvolgeva ogni filo d’erba, che dondolava silenzioso cullato da una brezza impalpabile. Quanto tempo era passato? Impossibile dirlo con certezza. A un certo punto, semplicemente, il torrente di sconforto e frustrazione che si era riversato senza pietà su maniche e colletti aveva cessato la sua carica impetuosa. Adesso era il momento del quieto fluire del dolore, che scivolava via goccia a goccia, senza singhiozzi. Solo qualche sporadico brivido di freddo.

Infine, un rantolo soffocato riuscì a farsi strada fra lacrime e stoffa. – Quando…
– Quando…? – la incoraggiò lui con gentilezza, cercando in tasca qualcosa che somigliasse a un fazzoletto.
– Quando sei morto in quel modo così orribile ho… ho pensato che se quel giorno non fosse stato cancellato… sarei uscita completamente di senno… – mormorò lei, arruffata e impastata di fango e di pianto.
– Ma quel giorno non esiste più – la consolò lui, appoggiandole una mezza carezza sulla schiena.
– Però c’è stato… – Un brivido la percorse fino alla punta dei capelli. – Lo sento ancora dappertutto, nella testa, sulle mani, dentro al petto… avrei… avrei dato qualsiasi cosa, fino all’ultimo respiro, per tenerti in vita… e invece non sono stata capace di fare niente…
– Questo non è vero – obiettò lui, sciogliendola delicatamente dall’abbraccio.
– Sì invece – singhiozzò lei, stropicciandosi gli occhi – non sarò mai in grado di proteggerti, né dalle tue idee del cavolo né dal resto del mondo…
– Non è vero – insisté, asciugandole il viso con la manica. – In almeno tre occasioni sei rimasta accanto a me quando non potevo combattere, pronta a difendermi fino all’ultimo se necessario… non è così? E in quella notte che non esiste più non hai forse fatto la stessa cosa? Non ti sei messa davanti a me per farmi da scudo?
– È stato totalmente inutile… a Markov è bastato uno schiaffo per farmi crollare a terra…
– No, – insisté lui – gli è servito molto di più… e comunque la prima cosa che hai fatto quando hai riaperto gli occhi è stata venire a soccorrere me, anche se a malapena ti reggevi in piedi, e hai dovuto guardare in faccia senza poterci fare niente la cosa che ti ha terrorizzato ogni notte per mesi e mesi… E dopo, anche se sei una schiappa senza muscoli, ti sei pure caricata il mio corpo senza vita in spalla…
– Senza Logan non ce l’avrei fatta…
– Ma figurati, ma se mi avresti portato da sola fin nella Banchisa Eterna, anche a costo di schiantarci! E quando Krashni Volk, la tua Krashni Volk, si è avvicinata, eri già pronta a metterti in mezzo e a darle un pugno in faccia se avesse provato a fare qualcosa di strano a quel che rimaneva di me!
– Avevo perso la testa – farfugliò lei, arrossendo fino alla punta delle orecchie – non l’avevo nemmeno riconosciuta…
– Vedi? – Lui sorrise, allargando le braccia.
– Vedo cosa? – Lei tirò su con il naso, sconsolata. – Che quello che faccio non serve mai a niente ed è pure ridicolo?
– No, stupida – le tirò una schicchera sulla fronte per farle alzare lo sguardo – che solo un grandissimo coglione non si accorgerebbe di tutto quello che cerchi di fare per lui, anche quando rischi la tua stessa vita, anche quando non c’è nessuna speranza e apparentemente non serve a nulla… pensi che tutto questo possa scivolar via come se niente fosse?

Lei rimase in silenzio, incapace di formulare una risposta coerente. Tutto intorno decine di piccole creature invisibili cantavano le loro serenate alle stelle, a loro volta assolutamente disinteressate sia ai minuscoli corteggiatori che alle sofferenze umane. Lui incrociò le braccia, paziente, poi riprese a parlare con calma.

– E anche se fosse, comunque, non cambierebbe nulla.
– Che intendi dire?
– Che a te, in realtà, non importa molto di quello che penso io.
– M-ma che stai dicendo? – balbettò lei, disorientata.
– Mi spiego meglio – concesse lui alzando una mano. – Intendo dire che quello che senti e che fai non dipende da quello che provo per te. Anche se io non sapessi nemmeno chi sei, tu non cambieresti i tuoi sentimenti di una virgola perché in sostanza non hai bisogno di ricevere qualcosa in cambio. Quel che ti serve è già tutto nella tua testa. Sbaglio?
– Non lo so… può darsi, ma…
– E non vale solo per me, ma anche per tutti quelli che ti stanno intorno. Il che, preso da solo, sarebbe effettivamente una bella cosa, se non fosse che in questo modo non fai neanche molto caso a quanto puoi essere rilevante per le vite degli altri.
– Che è anche esattamente il tuo modo di fare… – obiettò lei.
Precisamente, quindi sai benissimo quanto può far incazzare chi ti vuole bene – concluse lui, trionfante.
– Ma… oh.
– Siamo più simili di quanto credi, ragazza – sogghignò.

Ora che glielo stava facendo notare, in effetti lo capiva. Era difficile tenerlo presente, scenderci a patti, accettarlo pienamente, ma lo capiva.

– E poi – proseguì lui – diverse volte mi hai chiesto, anzi, mi hai implorato di aver cura di me e io non ti ho dato ascolto… e questo ti ferisce profondamente, giusto? Bene, ricordati l’ultima conversazione che hai avuto con Hari. E con me.
– Mi ricordo – mormorò lei abbassando lo sguardo, con il cuore stretto in una morsa.
– E ci hai riflettuto?
– Sì, a lungo – ammise.
– E…?
– E ti… vi prometto che il come e il quando faranno la differenza.
– Davvero?
– Beh… devo pur dare il buon esempio – soggiunse con un velo di imbarazzo.
– Me lo farò bastare. Per adesso.

Fu un autentico sollievo. Non aveva proprio voglia di parlare anche di quella questione, che comunque finalmente era chiara nella sua testa. Un brivido leggero le attraversò tutta la schiena, ma riuscì a scacciarlo rapidamente. Adesso aveva un po’ meno freddo. Sempre meno.

– E quindi? – chiese lui a bruciapelo, strappando una manciata d’erba e lanciandola in aria, con fare distratto.
– Quindi cosa?
– Quindi sarà proprio vero che sei a posto così?
– Ma l’hai detto tu che quel che mi serve è già tutto dentro la mia testa…
– Oh, ma dai! – Allargò le braccia, scocciato. – Da quel che ho potuto vedere fino a un attimo fa, aver a che fare con me per te è impegnativo, faticoso e a tratti anche estremamente doloroso… ti devi pur aspettare qualcosa in cambio, no? A parte il fatto di aver più cura di me stesso, intendo.
– Veramente… non ci ho pensato… – Lei si grattò una tempia, dubbiosa. Non era nemmeno sicura di aver capito la domanda.
– Te la faccio più semplice: come vorresti che stessero le cose fra noi?
– Non capisco… non stanno già come dovrebbero stare? – Sembrava francamente confusa.
– Non ci siamo, non ci siamo! – Lui alzò le mani con una punta di esasperazione. – Il quadro è quasi completo… ma devi scavare, scavare a fondo! Cosa vorresti? Chieditelo!
– Ma io non vog-
– Cosa desideri? SCAVA!
– Non mi aspett-
– SCAVAAAAA!
– SPECIALE! – gridò, cogliendosi di sorpresa e tappandosi subito la bocca con le mani. Ma ormai era fatta. – Voglio… vorrei essere speciale.
– Oh, ci voleva tanto – sogghignò lui soddisfatto. – Quanto speciale? Quanto lo sono per te?
– Oh andiamo! – esclamò lei, scoppiando a ridere. – Sai benissimo che questo è impossibile. Tu non hai nessun ingombrante fardello da gettarmi addosso. Non c’è nessun Hernando nel tuo passato.
– Mmmh, chissà se hai ragione… – ribatté lui, vago. – E allora quanto?
– Almeno una piccola parte di quanto tu sei speciale per me – rispose, pronta.
– Beh, non male. O forse è troppo poco, non so, non mi regolo – alzò le spalle, divertito. – E, di grazia, speciale in che modo?
– Questo mi sembra di avertelo spiegato in lungo e in largo.
– Ed è tutto?
– Sì, stavolta sì.
– Sicura?
– Non ricominciare…
– Sicura sicura sicura?

Le si avvicinò lentamente, testa contro testa, quasi a sfiorarle la punta del naso con la sua. Lei spalancò gli occhi, frastornata, sentendo sulle guance il suo respiro caldo, carico di autunno. Era davvero quello il suo odore? La situazione l’aveva decisamente colta alla sprovvista. Di nuovo, che cosa stava guardando? Per cosa stava fremendo? Che cosa la turbava così tanto, attraendola e respingendola al tempo stesso? Sostenne con estrema difficoltà il suo sguardo, confusa, cercando di non cadere di nuovo in qualche baratro insormontabile… poi, all’improvviso, l’illuminazione.
Una volta tanto, la risposta era incredibilmente semplice e l’aveva avuta sempre sotto gli occhi.

Con uno scatto trionfante gli gettò le braccia al collo, lo serrò stretto e gli assestò un bacio con lo schiocco su una guancia, spostando tutto il suo peso contro di lui nel tentativo di mandarlo schiena a terra.

– SICURISSIMA! – esclamò ridendo mentre gli cadeva addosso.
– Ahia, SCEMA!

Si azzuffarono come due ragazzini su quel prato su cui crescevano mille e mille fiori dai mille colori, ma in cui non ne era spuntato nemmeno uno rosso. Si azzuffarono senza esclusione di colpi e dispetti, immemori del dolore, della rabbia e della frustrazione di appena un attimo prima. Si azzuffarono e risero fino alle lacrime, fino ad avere mal di pancia, senza ombre, senza pensieri.

Finalmente si sentiva leggera, libera da tutte le cose che non gli aveva detto e che non era necessario dire, ma che dovevano prendere forma almeno lì, almeno in quel luogo, con solo l’immensità del cielo ad ascoltare, testimone silenzioso di un lungo, lungo viaggio.
Rotolarono distesi l’uno a fianco dell’altra, spalla a spalla, completamente spossati. Rimasero naso all’aria, illuminati dalle scie sfolgoranti delle comete che attraversavano la notte, finché non riuscirono a riprendere fiato.

– Quindi?
– Quindi… speciale come una vera sorella.
– Una vera sorella?
– Sorella e amica. Questo voglio essere per te.
– Ma lo sei già.
– Oh, ma non un’amica e una sorella qualsiasi… una cosa che chiunque possa diventare, con un po’ d’impegno… no!
– No?
– No… perché tutto questo pesante groviglio che mi porto dentro deve pur servire a qualcosa, non credi? Quindi vorrei usarlo per te… del resto, a conti fatti è già tutta roba tua, no?
– In effetti è così.
– E ce l’ho solo io. Per questo voglio essere la migliore sorella che potrai mai avere in vita tua.
– La più speciale?
– La più speciale di tutti.
– Nel bene e nel male?
– Sempre e per sempre.

Si presero per mano, riempiendosi gli occhi di stelle.

Aiutarti. Proteggerti. Sostenerti. Esserti sempre leale. Aver cura di te. Litigare. Condividere. Amare.

E allo stesso tempo guarire le ferite. Allontanare il vuoto. Dare al mondo nuovi colori.

Affrontare qualunque paura.
Fianco a fianco. Mai più sola, mai più soli.
Oltre la vita.
Oltre la morte.

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