DAI LONGEVI AGLI EFFIMERI
“Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento.”
- Leon C. Megginson come interpretazione del pensiero di Charles Darwin -
In base alla leggenda ancestrale, la creazione del mondo terreno avvenne per un sodalizio tra le divine entità che finora si erano contese le sorti celesti. Con questo tacito accordo, costoro decisero di condividere l’influenza su una nuova progenie la cui sorte avrebbe, per la prima volta, conosciuto l’ineluttabile ciclo della vita e della morte.
La Genesi
I numi immortali diedero mandato agli Artefici, altresì detti Titani, di plasmare la materia primordiale formata dai quattro elementi del Calderone, il quale ribolliva da tempo immemore sul fondo del Cosmo. Questa, tuttavia, non fu un’opera pacifica e serena, bensì frutto del più bellicoso dei conflitti, il quale perdurò per l’intera prima Era di Whanel.
Nei Titani convivevano, difatti, le avverse volontà dei numi: caos, ordine, armonia e corruzione. Per quanto il loro genio non avesse pari, la loro mente fu lacerata e, infine, spinta nel baratro della pazzia.
Così ebbero inizio le Tre Guerre dei Titani, ognuna delle quali avrebbe dato vita a una delle Tre Generazioni delle stirpi terrene. Mentre plasmavano la materia, formando i mari e le lande emerse, i colossali corpi degli Artefici si scontrarono in un terribile coacervo di distruzione. Il loro mistico sangue cadde sulle terre vergini e da ogni singola stilla si levò un esemplare delle razze mortali.
La Prima Generazione, detta dei “Primevi”, diede origine alle stirpi più potenti, le cui vite perdurano per lunghi secoli prima di consumarsi, ma il cui cuore prima o poi cede al germe della superbia o dell’avidità. Tra i Primevi si annoverano le temute razze draconiche, dai Grandi Vermi alati del Settentrione ai feroci Serpenti Marini del Meridione, gli schivi Geni che dominano gli elementi naturali, nonché gli innominabili abomini che vagano nei cupi meandri del Sottobuio.
La Seconda Generazione, detta degli “Ancestri”, fu quella di esseri che condividevano le lunghe vite dei Primevi, anche se non la loro forza, e che per primi fondarono società collettive. I primi Ancestri che furono generati sono gli spiriti fatati del Piccolo Popolo, suddivisi nelle tre stirpi di Macchia, Palude e Ombra, e gli imponenti Giganti. Dal Piccolo Popolo e dai Giganti discesero poi gli elfi e i nani, i cui celebri reami prosperarono nell’Oceano e nei Monti Eterni.
La Terza Generazione, detta degli “Effimeri”, vide la nascita di stirpi il cui fato si concludeva nell’arco di poche decadi o anni, tra le quali era destinato a spiccare il popolo degli uomini. Queste genti primitive e prive del potere di Primevi e Ancestri erano relegate in misere esistenze, spesso costrette a trovare rifugio in luoghi sterili o malsani.
Infine, si conclusero le guerre dei Titani e i numi del Cosmo imposero agli Artefici di sprofondare in un eterno letargo nelle viscere della terra.
I Vhalghast
Così ebbe inizio l’Era Arcaica, i cui primi cinque millenni furono distinti dalle gesta di Primevi e Ancestri. Radicate alle proprie brame e ossessionate da peculiari ambizioni, le stirpi longeve non furono in grado di cogliere il valore che era insito nella varietà del vasto mondo. Nella maggior parte dei casi, questi esseri finirono per isolarsi nelle loro dimore, tane o nei confini dei loro reami, ciascuno inseguendo la morbosa volontà che affliggeva il proprio destino.
Non a caso i messi celesti, chiamati Vhalghast, non scelsero di dare il loro stimato ausilio alle prime generazioni, bensì alle genti che per ultime furono create. Costoro apparvero al principio dell’Era Arcaica, giungendo dalla distesa ghiacciata che si trova all’estremo nord di Whanel. Nei primi millenni di quel tempo vagarono in ogni regione conosciuta, palesandosi innanzi alle genti appena sorte dal fango dei primordi. I Vhalghast introdussero quei popoli alle arti mistiche e mondane, donando loro così la scintilla della civiltà. Nei millenni che si susseguirono, i messi celesti presero poi l’abitudine di presentarsi al cospetto dei loro seguaci presso maestosi megaliti eretti nelle Piane. In alcuni casi i gregari dei Vhalghast divennero devoti discepoli in grado di diffondere il loro prezioso sapere, in altri voltarono loro le spalle, sfruttando quella conoscenza per scopi biechi e corrotti. Tra i più leali adepti dei Vhalghast si ricordano i Magister, custodi della nobile Alchimia, ai quali fu dato il privilegio d’incontrare l’ultimo dei Titani che ancora non aveva ceduto al sonno ancestrale.
Chi erano davvero i messi celesti? Nessuno ne serba memoria presso Novisterra. Del resto nell’ottavo millennio del tempo arcaico i Vhalghast erano pressocché scomparsi dai reami degli uomini e persino presso le grandi pietre delle Piane incontrarli era un evento raro. Certo i più ne lodavano l’opera illuminata, dipingendone l’aspetto con figure maestose di uomini alti otto piedi, la cui pelle era coperta da una trama adamantina simile a quella dei Grandi Vermi.
Non mancava altresì una visione alternativa, la quale azzardava che i messi celesti volessero erudire i primi popoli solo per poterli ridurre un giorno in schiavitù. A tale versione si accompagnava ovviamente una rappresentazione ben più cupa e mostruosa di esseri dall’aspetto di rettili antropomorfi, la cui lingua biforcuta sputava venefiche menzogne.
Il mondo nell’ottavo millennio
Al tempo della seconda impresa diretta a Novisterra, gli uomini e altre stirpi simili a loro si erano lasciati alle spalle le scarne società primitive e avevano iniziato a formare insediamenti stabili nelle regioni che offrivano risorse propizie.
Dei Primevi e degli Ancestri restavano scarse tracce; si narra che all’interno dei loro reami, impenetrabili per le altre stirpi, covasse un abbietto sentimento fratricida. Tanta era la paranoia che li logorava da indurli a guardare con astio alle altre casate, fazioni, famiglie o persino ai singoli soggetti che ritenevano avessero sottratto loro qualcosa di caro o che fossero in procinto di tradirli.
L’esodo delle prime generazioni ha dunque lasciato sparsa nel mondo un’impressionante quantità di cimeli che gli Effimeri hanno raccolto. Sebbene spesso gran parte del potere di quei manufatti sfuggisse alla loro comprensione, i loro stessi usi e costumi ne furono influenzati. Oggi non stupisce vedere frange simili a scorza di draghi adornare le vesti degli uomini, elaborati gioielli elfici accostati a rozzi monili d’osso o bizzarri copricapi con tinte simili a quelle dei vagabondi del Piccolo Popolo.
Le popolazioni più fiorenti si concentrano attualmente nelle selvagge vallate del Settentrione (Leir), negli sconfinati sentieri che serpeggiano sulle aree centrali (Piane) e negli irrequieti porticcioli che sorgono lungo la costa del Meridione (Garadh). Ai margini di queste regioni si concentrano poche sacche che ignorano o rifiutano le nascenti civiltà, alcune delle quali sono rimaste nei luoghi dove erano relegate all’inizio dell’Era Arcaica. Tra questi gruppi, spesso formati da torvi misantropi o infami predoni, vale la pena menzionare i nomadi che vivono al margine dei grandi deserti di Whanel, ossia l’assolato Deserto Grigio, le cui roventi sabbie sono rotte da poche oasi ospitali, e il mortifero Deserto Nero, la cui distesa di cenere ebbe origine dal cadavere di uno dei Titani.
La terra ha molto da offrire per le mani volenterose di contadini, pastori, cacciatori e artigiani. Nondimeno, pare che la cupidigia delle stirpi longeve abbia ammorbato anche l’anima dell’uomo.
Ecco perché accanto alla prosperità delle genti va crescendo il desiderio per i beni altrui.
Ecco perché oltre che i laboriosi arnesi le mani sempre più spesso impugnano le crudeli armi.
Il Calendario Arcaico
Nei secoli arcaici lo scorrere del tempo era strettamente ai cicli stagionali, da cui dipendevano anche le principali attività dei primi popoli come agricoltura, caccia o pesca.
Ogni Stagione era formata da tre cicli lunari, detti semplicemente Lune, ed era associata a una delle primordiali essenze del Creato. La seguente tabella elenca le lune annuali e la loro associazione con nomi di stagioni e mesi nella nostra realtà moderna:
| Periodo del Calendario Arcaico | Stagione reale | Mese reale |
| Prima luna dell’Acqua | Inverno | Gennaio |
| Seconda luna dell’Acqua | Inverno | Febbraio |
| Terza luna dell’Acqua | Inverno | Marzo |
| Prima luna dell’Aria | Primavera | Aprile |
| Seconda luna dell’Aria | Primavera | Maggio |
| Terza luna dell’Aria | Primavera | Giugno |
| Prima luna del Fuoco | Estate | Luglio |
| Seconda luna del Fuoco | Estate | Agosto |
| Terza luna del Fuoco | Estate | Settembre |
| Prima luna della Terra | Autunno | Ottobre |
| Seconda luna della Terra | Autunno | Novembre |
| Terza luna della Terra | Autunno | Dicembre |
Nel Ghetto erano spesso allestiti mercati improvvisati o, meglio, angoli di piazze o androni di case dove chi aveva roba in eccesso poteva disporla alla rinfusa su una coperta, in attesa di trovare qualcuno che gliela avrebbe tolta dai piedi.
La vecchia comare, una donna del Leir con capelli grigi come il ferro che nessun pettine o spazzola avrebbe potuto domare, stava battibeccando con una giovane fanciulla del Garadh, il cui buffo copricapo scarlatto sobbalzava a ogni imprecazione proferita dalle soavi labbra imbellettate con succo di mora.
“Tha thu a' feuchainn ri mo mhealladh! Stai tentando di fregarmi signora… l’amnesia di Novisterra non mi ha ancora privato del buon senso e il prezzo che chiedi è, a dire poco, scandaloso!”
L’anziana sbuffò come un mantice e con un gesto di stizza buttò l’arazzo nella cassapanca che aveva alle spalle, accingendosi a chiuderne il pesante coperchio.
“DAMN, FAN!”
Imporporandosi in volto, la ragazza fece alla vecchia cenno di attendere. Dopo alcuni attimi di tensione, quella fece spallucce e celando un ghigno compiaciuto, distese di nuovo la sua mercanzia di fronte all’altra.
La fanciulla passò le esili dita sul grezzo tessuto dell’arazzo… era ovvio che quel manufatto attirava la sua attenzione; tuttavia, le genti del sud fanno sempre del loro meglio per dissimulare la loro stima quando si tratta di affari.
“Suvvia, non puoi chiedermi così tanto… non si capisce nemmeno cosa siano questi sgorbi!”
Sull’arazzo comparivano due figure affrontate, cinte da una cornice di nodi spigolosi, tipici delle genti del Settentrione. La prima era un maestoso gigante le cui membra poderose erano protette da un’elaborata panoplia di scaglie, dalla fronte si levavano corna affusolate e i suoi occhi erano stati realizzati con minuscole schegge d’ambra che conferivano loro un’intensa tinta dorata. La seconda era un abominevole mostro antropomorfo dal capo spropositato, una massa spugnosa e rigonfia dalla quale si levavano tre tentacoli sinuosi e in cui si aprivano due coppie di oscene fauci, costellate di denti aguzzi.
Il colosso brandiva una lancia (anche se così stilizzata sarebbe potuta essere un randello o un serpente) contro l’abominio, mentre quello sembrava sputargli addosso gocce di nauseabondo bolo verdastro (o erano rospi deformi?).
La vecchia si schiarì la voce e disse:
“Hellig talmodigh! Santa pazienza, giovane donna, non hai mai udito dei messi celesti o l’oblio del Ghetto ti ha già tolto quel poco cervello che hai?!”
Il petto della fanciulla si gonfiò e il suo berretto fece un altro sobbalzo.
“Sì, certo, pensate che abbiano visitato solo le valli del nord dove ve ne siete sempre rimasti a gelarvi le terga?”
Eppure, dei messi celesti non v’era che un vago ricordo prima ancora che Scarabeo, Falena e Ragno salpassero alla volta dell’Occhio di Sargashion. Avevano compiuto qualcosa di mirabile oppure di terribile, magari entrambe le cose.
La vecchia sciolse la lingua:
“Si vede lontano un miglio che non ne sai nulla… vennero dopo le guerre degli Artefici e parlarono ai nostri avi, centinaia di generazioni prima che tuo padre e tua madre avessero la sciagurata idea di concepirti! Si dice che nelle Piane vi siano pietre alte più di cinque guerrieri, ritte come un fuso, presso le quali incontravano i loro accoliti… chi avrebbe potuto alzarle se non esseri dotati di una forza sovrumana?! Questa è una delle poche immagini che restano a testimonio della loro presenza. Pare si siano ritirati… forse per condividere il sonno eterno degli Artefici.”
Poi concluse:
“Qui uno dei messi affronta uno dei biechi demoni vomitati dalla nera piaga che si apre al centro del cielo, laddove non brilla stella alcuna.”
La fanciulla socchiuse gli occhi, soppesando le parole dell’altra, onde tentare di cogliere la benché minima sfumatura di menzogna; nondimeno, la vecchia sembrava sincera o, almeno, era persuasa del suo racconto.
La mano della ragazza scese sulla bisaccia che le pendeva al fianco e di lì a poco una manciata di denaro cadde sul palmo grinzoso della mercante.
L’arazzo fu arrotolato con cura scrupolosa e quindi legato con uno scampolo di stoffa. Per la prima volta durante la contrattazione, anche le labbra della giovane concessero un sorriso soddisfatto. Ella fece per incamminarsi lungo le vie tortuose del Ghetto, poi si fermò… voltandosi chiese alla vecchia:
“Abbi pazienza, quale dei due è il messo celeste e quale il demone?”
Aggrottando la fronte la vecchia replicò:
“Ah e chi mai può saperlo?…”
