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LA ROTTA PER L’OCCHIO DI SARGASHION

“La sicurezza è per lo più una superstizione. Non esiste in natura, né i figli degli uomini nel loro insieme la sperimentano. Evitare il pericolo non è più sicuro a lungo termine dell'esposizione diretta. La vita è o un'avventura audace, o niente.”
- Helen Keller -

Tre avventurieri, provenienti dalla remota regione occidentale che un dì si sarebbe chiamata la Scacchiera, si recarono presso i principali insediamenti dei tre reami umani che stavano sorgendo entro Whanel.

Due uomini e una donna, si presentavano con il titolo di Capitani e, dai loro avvincenti racconti, si percepiva un'intera vita trascorsa errando lungo l'ignota cornice del vecchio mondo. Avevano nomi propri ma erano soliti usare come pseudonimi quelli di tre artropodi, tre simboli legati a un luogo assai distante, tre icone destinate a rappresentare l'impresa che proponevano

Il Capitano della Ragno si recò verso il Leir , a nord, tra stirpi guerriere e fieri cacciatori.

Il Capitano della Falena si diresse verso il Garadh, al Crocevia, tra mercanti, estimatori di rarità e cercatori di tesori.

Il Capitano della Scarabeo arrivò infine nelle Piane, tra sapienti, occultisti, alchimisti, cercatoridi ogni possibile conoscenza.

In locande, piazze, mercati e opifici, i tre Capitani narrarono di come, avventurandosi assieme a largo dei mari dell’ovest, su di un’isola che non compariva su alcuna mappa, avessero trovato una peculiare zattera. Ogni tavola della stessa era incisa con attenzione con fregi di ragni, falene e scarabei, e l’unione dei disegni tracciava una rotta che si narrava fosse stata solcata solo nelle leggende. Assieme ad essa, rotoli di pergamene ingialliti ma incredibilmente ben conservati che raccontavano la versione più completa mai sentita dell’impresa della Valmoridel e, infine, tre oggetti, ognuno riportante gli stessi simboli del relitto, che attirarono subito lo sguardo di questi incredibili avventurieri. Raccontarono come quelle pergamene custodissero i segreti per solcare la rotta per l’Occhio di Sargashion, come narrassero dell’immenso potenziale là situato, e di come i tre oggetti, detti Archeofatti, fossero un dono di SofoS, il nume tutelare di questa terra al di là dell’Oceano delle Tempeste nonché la chiave per giungervi. Zattera, pergamene e Archeofatti custodivano il potere per giungere a Novisterra.

Non tutti furono convinti dai loro discorsi, i più li liquidarono come fanfaluche, tentativi di frode di un ciarlatano, o come i deliri di un alchimista che aveva passato troppo tempo a respirare fumi nocivi.

Alcuni, invece, furono rapiti dalla prospettiva che i tre mostravano.

La prospettiva di conquistare potere, di mutare il proprio destino, di realizzare tutto il proprio potenziale fece sgranare gli occhi a colei che sarebbe diventata la Governatrice del Riddenfelt: finalmente un’occasione per ottenere ciò che le spettava.

La capacità di essere ovunque nello stesso momento, di piegare la materia dello spazio a proprio piacimento, era ciò a cui il futuro Governatore del Bagatto, originario delle coste del Garadh, anelava. Essere sempre nel luogo più opportuno al momento più opportuno, non perdere mai occasioni di guadagno e di commercio, e chissà quali altre porte avrebbe aperto un potere del genere.

Liberarsi della schiavitù del tempo imposta agli Effimeri, avere la possibilità di studiare tutto lo scibile esistente, di realizzare ogni esperimento desiderato, senza la prospettiva infame di morire prima di aver ottenuto alcunché, questo attirò il futuro Governatore del VITRIOL, che vedeva nell’impresa il cammino che aveva cercato per tutta la vita.

Con l’aiuto dei tre futuri Governatori, i Capitani raccolsero avventurieri e volontari per il compimento dell’impresa: fu creato il Concilio della Scacchiera che riuscì a trovare i fondi e a raccogliere le migliori menti per creare le tre navi più straordinarie che Whanel avesse da offrire, il primo passo per seguire la scia della Valmoridel.

Se l'occulto volere che regna presso Novisterra sta cancellando la memoria del mondo che gli equipaggi si sono lasciati alle spalle, esso ha altresì concesso di ricordare l'esordio dell'impresa e la singolare traversata compiuta a bordo dei tre vascelli, sparsi nei ricordi degli avventurieri, che qui sono raccolti a memoria dei più.

Tre navi, le più grandi che la maggior parte degli avventurieri avesse mai visto, appena al largo del porto. Uno sciame di gente al lavoro sui ponti in preparazione per la partenza.

Dozzine e dozzine e dozzine di persone raccolte sul molo cercavano di vedere uno dei tre Capitani che avevano infiammato i loro cuori col racconto dell’impresa della Valmoridel, in mezzo al caos che li circondava.

Decine di scialuppe erano pronte a partire dal molo, per portare i passeggeri dalle acque basse del porto alle navi, ancorate in acque più profonde.

Tre navi sono un numero molto ridotto per una flotta, ma i Capitani sembravano così sicuri che nessuno li mise in discussione, né per il numero, né per l’aspetto insolito. Non avendo a disposizione un guscio di Tartaruga Dragona come la Valmoridel, i Capitani si erano rivolti ai migliori armatori del settentrione e del meridione per realizzare navi in grado di attraversare le grandi distese oceaniche, nella speranza che fossero anche abbastanza robuste da resistere all’Occhio delle Tempeste. Qualcuno diceva che somigliavano più ai temibili Draki del nord, altri alle diffuse Galee del sud, altri ancora alle imponenti Caracche degli armatori del Crocevia. La verità, probabilmente, è che le tre navi fossero una mescolanza di tutt’e tre le tradizioni, un rischio per la gloria, non diverse dallo scopo per cui erano state costruite.

L’incrollabile fede dei capitani nei loro Archeofatti, poi, faceva intendere come la maestria degli artigiani non fosse l’unico elemento in ballo. Si diceva che Alchimisti dalle Piane avessero trattato il legno e le vele con composti speciali, in grado di renderli più resistenti alla corrosione dell’acqua di mare, più capaci di sfruttare le correnti e i venti.

I primi giorni di viaggio sembrarono quasi noiosi ai naviganti. I capitani alternavano la loro presenza al timone e tra le persone che si erano imbarcate con loro per l’impresa.

La traversata era principiata e la sua cronaca è una delle poche memorie che ancora trova salde radici nella mente di ognuno.


La Traversata

Alla partenza, la Ragno, la snella imbarcazione che, nonostante la stazza, ricordava le linee allungate dei Draki del Nord, aveva preso il comando della rotta. Il vento soffiava regolare da poppa, le ampie vele quadre con un aracnide dipinto sopra gonfie e tese al vento.

Fu verso il sesto giorno di navigazione che la piccola flotta trovò il primo serio ostacolo: il cielo si rannuvolò, lentamente, e una fitta pioggia iniziò a scendere, costringendo i passeggeri a indossare mantelli cerati o a rifugiarsi nella più asciutta, sì, ma più buia sottocoperta. Se all’inizio non sembrava più fastidiosa di una pioggia autunnale, fine e continua, in poche ore si trasformò in una tempesta torrenziale.

Al primo rollio serio, si scatenò il caos sottocoperta. Le persone venivano sbattute a destra e a manca, e molti, non abituati a navigare, caddero a terra o vennero spinti con forza contro le pareti. Nel buio, incapaci di rialzarsi lottando contro il movimento della nave, finivano pestati dai piedi dei loro stessi compagni, che a loro volta tentavano, talvolta invano, di fare la stessa fine. Si levavano grida di aiuto, di dolore, angosciose preghiere strozzate a divinità che ora, probabilmente, sono state dimenticate. Solo la presenza di gente abituata alle tempeste impedì all’intero gruppo di cadere nel panico. Nel sottocoperta rischiarato solo da alcune lanterne schermate, i tuoni feroci riuscivano comunque ad assordare le persone, molte delle quali si rannicchiarono a terra, tappandosi le orecchie, chiudendo gli occhi. Alcuni avventurieri, tra coloro abituati al mare, corsero in coperta per aiutare i marinai ad ammainare la vela quadra, che veniva scossa dai venti senza sosta e cambiava repentinamente direzione.

Il capitano della Ragno, in piedi a prua incurante del rollio, guardò davanti a sé per lunghi minuti per poi girarsi repentinamente e, con lunghe falcate, arrivare a poppa e scendere sottocoperta, chiudendosi nella sua cabina senza dire una parola.

Alcuni testimoni scrissero che dalla fessura della porta si poté vedere un lucore, altri che fosse solo la luce dei lampi che nel frattempo avevano preso a sfregiare il cielo.

Un tuono più fragoroso degli altri strappò un urlo di sorpresa a tutti, la luce del fulmine vicinissimo che lo accompagnava accecò tutti coloro che erano in coperta per alcuni secondi, l’aria carica di elettricità quasi sfrigolava, mentre i peli si rizzavano e i capelli di alcuni sembravano galleggiare in aria.

Quando riaprirono gli occhi, la pioggia era cessata, e un vento alto stava già sgombrando il cielo. Le onde, ancora imponenti, avevano però perso la furia di pochi minuti prima.

“Che sia questo il potere degli Archeofatti?” mormorò una giovane combattente che stava, fino a quel momento, serrando tra le mani una delle corde della vela.

Passarono alcuni giorni, in un’alternanza di giornate serene e leggera pioviggine che non aveva niente a che fare con la tempesta che avevano superato.

Fu dopo un’altra decina di giorni di navigazione sempre nella stessa direzione, che le tre navi gettarono l’ancora vicino ad una piccola isola, mandando alcune scialuppe a raccogliere acqua dolce, mentre i tre capitani e i tre Governatori si riunivano tutti sul ponte della Ragno, dove era stato portato un grande tavolo. Lì distesero grandi mappe marine con strani simboli, un sestante e un grosso pezzo di quarzo a tenere fermi due degli angoli. A nessuno fu permesso avvicinarsi e il concilio parve durare non più di un’ora, prima che i sei si salutassero con grandi strette di mano e ognuno facesse ritorno alla propria nave.

Alla ripartenza, fu la Falena a prendere la guida della piccola flotta.

“Se nella prima tappa del viaggio potevo sempre vedere di fronte a me almeno una delle altre navi, ora siamo noi a fare da punta e non avrei mai pensato a quanta impressione mi avrebbe fatto il mare aperto davanti a me. Il rumore del vento nelle orecchie a volte mi lascia stordita: è costante, incessante, come quello delle onde che s’infrangono sulla chiglia. Di notte, chiusa alla meglio nell’amaca, mi faccio cullare dal movimento, e i rumori esterni sono attutiti, mentre i suoni delle altre persone diventano più evidenti. A volte, ciò basta a farmi addormentare. Altre, non posso fare a meno di immaginare mostri enormi che attaccano la nave, che la stritolano tra tentacoli potenti, e noi che precipitiamo in acqua, perduti per sempre tra i flutti, destinati a oscure bocche aperte sotto di noi, pronte ad inghiottirci.

Scuoto il capo, quando il terrore mi attanaglia, e cerco di immaginare il nostro arrivo, ma non è mai lo stesso, neanche nella mia testa.

E chissà cos’altro ci aspetta nella traversata.”

Con la Falena a guidare, la piccola flotta virò lentamente verso meridione, verso acque più verdi e profonde.

“Ero appoggiato alla murata di babordo quando un movimento in basso attirò il mio sguardo. Dapprima pensai che fosse solo la spuma delle onde, ma poi mi resi conto che non era acqua ma… delfini. Quattro o cinque delfini che si rincorrevano, giocando con le onde che si allargano in diagonale dalla prua della nave. Sono cresciuto sul mare, ma non li avevo mai visti giocare così con un’imbarcazione. Ci accompagnarono per alcune miglia, per poi deviare verso est, e rapidamente li persi di vista all’orizzonte.”

Da un giorno all’altro si alzò un vento forte, e le navi ridussero la velatura, cambiandone la forma, per non trovarsi ad allontanarsi. I tre Capitani si vedevano direttamente al timone delle proprie navi, e poi il mare all’orizzonte cambiò colore, e le onde dell’oceano, si fecero più irregolari. Il cielo si era scurito, ma senza fulmini o pioggia, solo una cappa grigio fumo.

Il mare non aveva più onde prevedibili e le navi sembravano saltare di cresta in cresta, in un movimento di saliscendi che quasi faceva rimpiangere il rollio della tempesta.

I marinai iniziarono a muoversi in modo rapido ed efficiente, ognuno sapeva esattamente quello che doveva fare, e la determinazione nei loro occhi era quasi disumana. Alcuni mandarono tutti i passeggeri sottocoperta e ordinarono loro di reggersi forte.

L’ultima donna a sparire dalla coperta fece appena in tempo a vedere ciò che si stagliava di fronte a loro: un enorme vortice marino che stava attirando le tre navi verso di sé. Cacciò un urlo disperato, scoppiando a piangere, prima che uno dei nostromi la finisse di spingere sotto, chiudendo il boccaporto.

Il capitano della Falena, spiccando alto al timone, gridò con voce tonante:

“POSTI DI MANOVRA!”

E sfiorò l’Archeofatto che aveva appoggiato al timone.

Un tempo infinito sembrò passare per i passeggeri sottocoperta. Alcuni faticarono a tenersi, sballottati dal beccheggiare delle navi, sbatterono la testa e si ritrovarono ancora più confusi. I sussulti più forti provocavano grida di paurosa sorpresa, mentre i gemiti dei feriti riempivano il silenzio. Alcuni volenterosi cercavano di prestare soccorso, ma è così difficile controllare o prestare conforto quando sei sballottato di continuo e al buio quasi completo. Dopo ore che parvero interminabili, i boccaporti furono riaperti. Gli avventurieri tornarono in coperta, a cercare una boccata d’aria pulita, dopo le ore passate di sotto con l’odore della paura di tutti gli altri. Sopra di loro, il cielo notturno spiegava il suo nero mantello e le stelle brillavano nell’oscurità. Il capitano della Falena era ancora al timone, saldo e sicuro come la nave su cui viaggiavano.

All’alba successiva, la Scarabeo si fece avanti e la disposizione della flotta cambiò ancora, quasi come se si fossero assegnate le varie tappe del viaggio.

Quelle che seguirono furono lunghe giornate di navigazione, vento costante in poppa e cielo cosparso di nuvole bianche che si rincorrevano sopra le teste dei marinari e dei viaggiatori, l’orizzonte sempre uguale, senza che comparissero isole o rive lontane, in un’ipnotica monotonia che rese indistinguibili le giornate. Il cibo si avvicinava a finire, e senza neanche una goccia di pioggia, le scorte di acqua dolce si stavano esaurendo. I passeggeri iniziarono a temere di morire di inedia, o di sete, e si verificarono dei tafferugli sui ponti, sedati solo dalla presenza dei capitani.

Alcuni iniziarono a stilare diari, usando bottiglie di rum o vino ormai vuote per inviarli nel mare. Alcuni raccontarono della traversata, altri scrissero ai propri cari, pentiti di essersi imbarcati dietro a dei folli.

Qualcuno, d’un tratto preoccupato dalla prospettiva di perdere ogni ricordo, iniziò a scrivere febbrilmente di quanto accaduto, nel tentativo di mettere in guardia, o, semplicemente, di non sparire nell’oblio.

Ogni giorno che passava, l’angoscia permeava sempre di più gli animi dei viaggiatori, cercando segni di vita in mare, che ora sembrava scevro anche di pesci, o in cielo, che da giorni ormai non faceva intravedere neanche la piuma di un gabbiano.

D’un tratto, una notte in cui l’alba sembrava non arrivare mai, il capitano della Scarabeo salì in coperta e prese posto al timone. Nelle sue mani, qualcosa brillava come una stella, e i pochi che erano già svegli lo videro appoggiarla semplicemente al timone…

… Quando aprirono di nuovo gli occhi, rialzandosi da dove erano finiti distesi, senza memoria di come ci fossero arrivati, il sole splendeva sopra di loro, e all’orizzonte, finalmente, si stagliava il profilo della loro meta.

““NOVISTERRA!!!”

Gridò la vedetta, sporgendosi dalla coffa. Non ricordavo di essermi addormentato sul ponte, eppure apparentemente era così, perché avevo appena aperto gli occhi, la guancia ancora appoggiata al legno ruvido di sale.

Novisterra?

Novisterra!

Mi alzai veloce come mai in vita mia e corsi verso prua. Di sfuggita vidi il capitano, mani salde sul timone, che guardava davanti con un sorriso soddisfatto.

Mi aggrappai alla murata, e oh! Era vero, quella nuova terra si parava di fronte a noi, e diventava via via più grande…

Ce l’avevamo fatta.”


Galleria LARP

I Capitani (da sinistra: Ragno, Scarabeo e Falena).

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la_rotta_per_l_occhio_di_sargashion.txt · Ultima modifica: 2026/05/09 11:04 da admin

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