LA TEOSOFIA
“Senza fede è colui che dice addio quando la strada si fa buia”
- J.R.R. Tolkien -
La Fede del Vecchio Mondo
Nonostante i giorni presso il Ghetto cancellino la memoria dei presenti come le onde cancellano le impronte sulla sabbia, i pionieri non perdono la fede. Molti uomini di fede di ogni provenienza si sono uniti ai Governatorati per questa impresa nonostante la certezza che avrebbero dovuto sacrificare il loro passato per portarla a compimento.
Alcuni credevano che la loro fede sarebbe stata più forte della magia dell’isola, altri erano sicuri che il loro Nume li avrebbe benedetti… si sbagliavano tutti. Col passare dei giorni le preghiere che venivano naturali come il respiro si persero e di lì a poco svanirono i volti e i nomi dei Numi del Vecchio Mondo.
Per porre rimedio a questa perdita che piagava il cuore di ogni credente, i pionieri crearono luoghi di raduno dove chi condivideva la stessa fede potesse narrare ai propri compagni ciò che ricordava, nella speranza che in questi nuovi ricordi si potesse salvare l’essenza della loro fede.
I seguaci degli astri del cielo si riunivano di notte, sotto le stelle. I loro santuari erano decorati con pitture di angeli dalle ali colorate, figli del Nero e della Bianca. Tutte le sere si raccontavano della caduta del primordiale paradiso e della battaglia che ne seguì, di come gli angeli avessero mandato i loro messi dai mortali per diffondere i loro dettami. Ma gli angeli sono molti, le loro dottrine diverse come le stelle del cielo e, nonostante gli sforzi dei fedeli, molto è stato perso.
Dove il buon cibo, la bella musica e il vino ardente scorrono a fiumi si radunavano i servi della Piaga. Lontano dallo sguardo altrui portavano avanti i loro riti orgiastici in onore dei Due Numi della Piaga. Se è vero che il tempo ha cancellato molti dei dettagli della loro fede, non è riuscito a smussarne il senso: l'Uomo e i suoi desideri sono l'anima del culto. L'incrollabile ambizione a realizzarli è la prece più mirabile.
Coloro che veneravano le forze della Madre si riunivano nelle zone verdi, quando il sole raggiungeva lo zenit, per condividere i loro ricordi. Per secoli le loro pratiche sono state condivise solo in forma orale quindi i loro sforzi hanno portato frutto e le loro tradizioni sono sopravvissute. Ognuno di loro portò un seme dai boschi della sua terra natia, per portare un pezzo della loro casa anche ai confini del mondo. Questi semi vennero piantati a formare un piccolo boschetto nel Ghetto, per ricordare che la Madre era sempre con loro.
Non importa l’ora o il luogo: dove erano presenti un fuoco acceso e degli alcolici a bagnare le gole si trovavano coloro che veneravano gli Antenati e i Semidei. Le loro storie, fossero epiche, tristi, comiche o semplicemente esagerate, scaldavano i cuori dei pionieri riempiendoli di speranza: qualcuno vegliava su di loro, se la loro cerca fosse stata fruttuosa anche loro avrebbero acquisito i poteri leggendari di Eroi e Semidei, la gente avrebbe narrato le loro storie davanti al fuoco.
Nonostante gli sforzi congiunti molte parti dei credi portati dal Vecchio Mondo vennero perse. Gli uomini che avevano perso i loro oggetti di culto, i loro punti di riferimento, si affannarono per riempire il vuoto. Non v’è dubbio che i più sfortunati, coloro che in una sola notte perdevano grandi pezzi del loro passato, si siano uniti ad altri culti dopo essersi dimenticati quello di appartenenza.
il mio Nume è il Signore della Battaglia, la sua lama non lascia scampo ai nemici. Ho perso molto del mio passato ma non posso perdere anche questo. Continuo a ripetermelo mentre mi reco all’incontro. Ci troviamo in uno spiazzo del Ghetto, al centro arde un fuoco ruggente. I compagni di fede, uomini temprati da molte battaglie, raccontano ciò che rimane dei loro ricordi, delle volte in cui il Signore della Battaglia li ha toccati personalmente. Sono racconti potenti, di battaglie vinte contro ogni pronostico, di tiranni umiliati e di nemici formidabili abbattuti. Riempiono il mio cuore di calore e coraggio. Voglio essere come loro. Voglio scendere con loro in battaglia. Eppure sento qualcosa nel profondo, qualcosa fuori posto… Non importa, io sono servo del Signore della Battaglia e a lui si sottomettono gli sconfitti.
L’uomo e la Fede
In questo quadro già difficile vanno tenuti di conto i diversi approcci al divino delle genti che si sono imbarcate nell’Impresa. Differenti come le terre di provenienza risultano infatti i modi dei Governatorati di rapportarsi con i Numi.
I prodi del Leir da sempre hanno coltivato la loro fede nella Natura e negli antenati per tradizione orale. Fosse durante i banchetti, durante gli eventi della comunità o durante gli eventi naturali, come solstizi o eclissi, i Teosofi del Nord erano soliti raccontare storie degli spiriti naturali o dei Semidei terreni onde spiegare al popolo il mistico fenomeno che stavano vivendo e rinsaldare il legame tra l’uomo e il Mondo.
Queste storie spesso cambiavano di anno in anno e da Teosofo a Teosofo, arrivando spesso ad includere gli antenati del luogo al fine di spiegare ai presenti che divino e mondano sono legati a doppio filo. Inoltre, negli ultimi anni hanno cominciato a fare la loro comparsa Teosofi degli Astri tra le genti del Nord; essi sono stati accolti calorosamente, perché là dove si muovono molti Numi si trova sempre spazio per uno nuovo, ed ora le loro storie si mescolano con quelle più antiche.
Gli schivi uomini delle Piane sono stati i primi ad aver incontrato i Vhalgast, i messi degli Astri, e da essi hanno appreso i riti e le liturgie con cui comunicare con le lontane stelle. Nonostante la loro natura nomade, i Teosofi delle Piane tenevano un attento calendario liturgico secondo il quale guidavano la loro tribù nomade. Le tappe di questo calendario li portavano a raggiungere le Are durante precise ricorrenze onde poter celebrare l’adeguata liturgia. Questo percorso liturgico era unico di ogni tribù, basato sull’esoterica arte che questi coltivavano o sui Numi a cui si erano consacrati. In lento declino risultava invece la venerazione della Natura, anche se molte tribù ancora offrivano le loro preci presso i luoghi benedetti dal Calderone.
Infine, per i faccendieri del Garadh la situazione venutasi a creare con l’Impresa calzava a pennello. Da sempre un popolo pragmatico e dedito al risultato, contava pochi Teosofi effettivi al suo interno. Questo certo non vuol dire che gli uomini del Sud non avessero contatti col divino, anzi era l’opposto. Nei loro numerosi viaggi i commercianti avevano avuto modo di entrare in contatto con molte tribù e molti insediamenti e da ognuno di essi avevano riportato a casa una tradizione, una prece o un segno scaramantico che i locali avevamo garantito loro li avrebbe protetti nei lunghi giorni di viaggio. Quest’accozzaglia di superstizioni raccolte dalle più remote regioni del Vecchio Mondo ha dato vita ad una pseudo religione ove i praticanti di sovente invocano il nome di più di una decina di Numi e Spiriti per benedire le loro attività giornaliere.
L'Alfabeto Sacro
Gli antichi affreschi del Ghetto includevano una di matrice di ventuno simboli cui una didascalia in lingua elfica dava il nome di “Alfabeto Sacro”. Quanti cercavano di serbare la memoria delle fedi del vecchio mondo, furono persuasi che quelle icone erano legate ai Numi del Cosmo e delle lande terrene.
Tuttavia, le menti annebbiate dall'oblio del Ghetto non riuscirono mai ad associare con certezza ogni simbolo a uno dei divini patroni. Pertanto, molti scelsero seguendo il cuore una delle icone, sperando che essa fosse quella del proprio dio.
Nondimeno, il numero dei simboli lasciava intendere un nesso con i caratteri dell'alfabeto comune ma non furono mai rinvenuti scritti realizzati con essi. Dunque, quello strano cifrario è divenuto uno dei tanti misteri che spetta sciogliere a quanti si affacciano agli scorci di Novisterra.
Anche oggi seguo le farfalle. Sono giorni che gli insetti mi guidano attraverso gli edifici del Ghetto. Dalla prima notte in cui sentii la Voce, gli insetti non mi danno pace. Dovunque sia, mi lasciano segnali. La tela di un ragno rotta che come freccia indica una direzione, scarabei che si muovono in gruppi, rallentando come per sincerarsi che li segua, e falene che piroettano in aria fino a catturare il mio sguardo per poi posarsi su edifici abbandonati, guardandomi con gli occhi dipinti sulle ali. Ho provato a ignorarli, ma la curiosità, il richiamo della Voce, mi hanno sconfitto. E ora li seguo ogni volta. E ogni volta trovo dipinti di Lui, trovo oggetti benedetti dal suo simbolo. Come oggi. Uno scudo che reca il suo emblema come araldo di una fede dimenticata. Chi sei? Devo scoprirlo!
Il culto di SofoS
Da questa situazione è nato il culto del Nume dell’Ascesa SofoS. Gente smarrita ha trovato negli affreschi, presumibilmente legati alla Prima Impresa di Elmorion, il Dio in cui riporre le proprie speranze. Gli affreschi, che mai ritraggono l’aspetto del Nume, raccontano della volontà di SofoS di permettere all’uomo di migliorare sé stesso e ascendere al divino, mostrando i suoi tre araldi: falene, scarabei e ragni, così comuni nell’isola e i suoi due servitori, il Patrono del Guf e il Custode della Soglia.
Negli antichi disegni lasciati nel Ghetto i tre insetti fungono da mediatori tra il divino e l’uomo, ognuno rappresenta una faccia della divina podestà. Lo Scarabeo rappresenta l'anima del tempo, capace di discernere le radici del passato attraverso i cimeli del presente. La Falena rappresenta l’anima dello spazio. capace di percepire la realtà sia nella forma fisica che in quella metafisica e di muoversi fra esse con un battito d’ali. Il Ragno rappresenta l’anima della sorte e del destino, capace di discernere il legame tra il presente e il futuro in base a tutte le potenziali scelte e variabili del karma, e destreggiarsi tra i molteplici possibili futuri.
Fin dalla scoperta di questa mistica simbologia, le genti del Ghetto hanno cercato di sfruttare le proprietà dei tre Araldi onde prepararsi al meglio per le prove future. Uno dei campi in cui hanno riscontrato più successo risulta sicuramente quello della divinazione, fruttando i lasciti di questi artropodi.
Nel caso dello Scarabeo la divinazione ha come oggetto il passato e si realizza tramite una sorta di disamina delle famose “Orbi”. Gli Scarabei, sacri a SofoS, formano delle sfere, dette Orbi, appunto, utilizzando residui di materia animale, vegetale e minerale del luogo che abitano. L’oggetto della divinazione sarà strettamente legato al luogo dove lo Scarabeo ha raccolto tali elementi.
Nel caso della Falena la divinazione tratterà lo spazio, quindi la realtà e il territorio in cui avviene la divinazione stessa. La divinazione si realizza tramite la crisalide della falena che viene raccolta, aperta e stesa come se fosse un “Grimorio”. Ne vengono dunque esaminate entrambe le superfici. La superficie interna rappresenta la realtà fisica: il peculiare disegno rappresenta una sorta di mappa del territorio in cui è stata trovata la crisalide; tale “mappa” andrà ovviamente interpretata dall’aruspice in quanto le forme interne del Grimorio richiameranno elementi di spicco della zona. Per contro, la superficie esterna che sta sull'altro del Grimorio rappresenta la realtà metafisica, mentre eventuali punti di congiunzione tra la superficie interna e la superficie esterna rappresentano dei passaggi mistici fra la realtà fisica e la realtà metafisica. Tali passaggi risultano fondamentali per carpire le risorse celate nel reame metafisico.
Infine, abbiamo il Ragno e l'oggetto della sua divinazione è il futuro. In questo caso il fulcro altro non è che la “Trama” da esso tessuta. L’aruspice che tenta la divinazione partirà dal centro e si muoverà sui fili portanti, detti “Raggi”, fino ad arrivare agli incroci con i fili orizzontali, detti “Corone”, decidendo se restare sul raggio corrente o se spostarsi in un altro. Ogni nodo della ragnatela rappresenta una potenziale svolta che porta a percorrere una peculiare “linea del karma”, dove raggi e corone sono le ‘vie’ che ci conducono a realizzare il destino. Per interpretare il giusto percorso l’aruspice scruta i nodi della ragnatela a cui possono essere invischiati elementi naturali o prede, la cui forma, aspetto o natura celano il segreto della svolta di turno.
Questo nuovo culto si trovò ad affrontare difficoltà ben diverse dagli altri: dove i culti del Vecchio Mondo perdevano traccia di sé ogni giorno, il novello culto doveva scoprire sé stesso, cercando significati nelle pitture degli edifici del Ghetto e nei sogni dei nuovi fedeli.
La voce di SofoS e dei suoi servitori si dimostrò molto forte tra le mura della temporanea prigione dei pionieri e recò conforto a molti di quanti avevano perso la fede o la fiducia nell’Impresa.
Proprio a causa della sua recente formazione il culto non ha ancora una gerarchia definita, anche se già si individuano alcune figure di spicco come rappresentanti della novella fede, tra cui due soggetti chiamati Taranis e Iman. Entrambi si contendono il primato di aver sentito per primo la voce del Nume dell’Ascesa, ma al momento i loro sforzi sono incentrati nello scoprire quanto più possibile sul loro patrono.
Nonostante tutto, la natura umana non cambia. Ci avevano avvisato della permanenza nel Ghetto, sapevamo che saremmo stati pochi e che ognuno sarebbe stato indispensabile per l’Impresa. Eppure, ci sono stati dei morti. Sì, non più di una decina e la maggior parte dovuta a incidenti, ma ci sono stati anche degli omicidi.
Ecco perché mi trovo qui ora, sulla battigia del porto, vicino a un cadavere. Il corpo della donna è stato incerimoniosamente scaricato sulla spiaggia questa mattina. I cerusici che hanno esaminato la salma non sono riusciti a capire se la donna sia stata stritolata e poi gettata in mare o se sia stata affogata. I segni contraddittori lasciano intendere la presenza di qualche fattore mistico ed è per questo che i Governatori hanno decretato la mia presenza necessaria.
Questa è la versione ufficiale.
In realtà sono qui perché lei era come me, un genio.
Forse anche più di me. Io ho il passato, lei aveva presente e futuro.
Sospiro mentre, infine, libero lo scarabeo. Attendo con calma mentre esso raccoglie i lunghi capelli della donna, pezzi del suo vestito, della sua carne e dei cartigli slavati dalla sua bisaccia per poi impastare tutto insieme in un Orbo colorato. Ora che il mio compare ha fatto la sua parte tocca a me.
Raccolgo l'orbo e, salmodiando, lo sciolgo in una bacinella di acqua e vino. Il liquido comincia a gorgogliare, colori e immagini si avvicendano rapidamente, narrando per me le ultime ore della vittima.
La vedo, cammina da sola nella notte, la sua unica guida una ragnatela tesa tra due ramoscelli. Guarda ciò che si era rimasto appeso con dedizione assoluta, la sua attenzione rivolta a un'unica foglia. Identica a quella dell'albero sotto cui si è fermata. La guardo mentre si arrampica sui rami, cercando freneticamente. Quando scende, col sorriso raggiante, stringe tra le mani una crisalide non ancora dischiusa.
Con cura spasmodica la stende, trasformando il bozzolo in un grimorio occulto. Passa lunghi attimi a rigirare la mappa fra le mani, cercando di far combaciare i segni su di esso con gli elementi della zona circostante. Il successo accende sul suo volto un raggiante sorriso. Il grimorio ha un foro che collega le due facce. Sulla faccia nascosta, proprio vicino al foro, una pepita, non più grande di una capocchia di spillo.
Quella è la sua meta, al limite estremo della laguna del Ghetto.
Estrae una lama e prosegue il suo cammino, tesa ma risoluta. Getta un ultimo sguardo alla ragnatela la cui trama l'ha guidata finora: al limite estremo risplende una scintilla dorata. Il suo sguardo passa vicino ad essa, dove il corpo di una vespa e di un ragno erano bloccati in un abbraccio mortale. Eppure, il presagio non la ferma, con coraggio si dirige alla baia.
Raggiunge la spiaggia, comincia a togliersi gli abiti più pesanti e gli stivali, preparandosi all'immersione. In quel momento delle grosse braccia villose la stringono, un corpo muscoloso le si preme contro la schiena in un ferreo abbraccio. Con un grido tra rabbia e paura sferra un colpo dietro di sé, la lama trova la carne, e l’abbraccio si scioglie. Senza voltarsi la donna si getta in mare e nuota con tutta sé stessa. Raggiunge il punto indicato dal grimorio e si immerge. La luce della luna rischiara le limpide acque della laguna. Sul fondale, poco oltre il limite della baia, giace un pezzo del guscio della testuggine dragona che fu l’imbarcazione di Elmorion. Per millenni l’energia del Respiro l’ha permeato ed ora il suo potere è palpabile. A rapide bracciate ella raggiunge il fondale, ad un passo dall'ottenere il suo tesoro. La visione diventa sfocata mentre una macchia scura emerge dalla sabbia e si stringe attorno alla donna, rubandole il respiro.
Mi allontano dalla bacinella per fare il mio resoconto ai messi dei Governatori. Lei ha violato i Canoni e ne ha pagato il fio.
I messi attendono giusto un attimo prima di chiedermi se avessi carpito i segreti della divinazione dalla vittima. Scuoto il capo prima di allontanarmi. Una piccola bugia per raggiungere il mio tesoro.


