L’IMPRESA DELLA VALMORIDEL
“Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa più dove si va.”
- Goethe -
Sono tempi difficili, quelli attuali: il mondo è cambiato molto da quando gli Elfi di Whallia solcavano queste terre, gli Effimeri sono prolifici, consapevoli del tempo limitato a loro concesso e vogliono mettersi alla prova, dimostrare di non essere da meno dei Longevi. In questo mondo, però, i Titani dormono un sonno infinito e le popolazioni hanno come obiettivo primario stanziarsi, creare una stabilità, una casa sicura, gettando le basi delle civiltà che popoleranno il continente.
Non c’è richiesta per imprese eroiche e gloriose, se non sparute missioni ai margini delle terre conosciute: non c’è abbastanza gloria e ricchezza per soddisfare gli aneliti di tutti coloro che vogliono intraprendere la via dell’Avventura.
Gli individui più arditi, più irrequieti, si volgono quindi ai miti, alle leggende: alla ricerca di un perduto tesoro di uno dei primi popoli, di uno scontro con uno dei Grandi Vermi, di conoscenze incredibili sperse nel tempo e… all'Impresa della Valmoridel, la prima leggendaria nave che distese le vele verso la più remota delle mete.
Della prima missione verso Novisterra ben poco rimane, se non una storia, una fola della buonanotte che si racconta ai bambini.
C’è da chiedersi, ora, se non custodisca più vero di quello che si pensi.
Elmorion, celebre Eochin (trad. Sire) della stirpe elfica, detto “Il Folle”, non era mai pago di avventure ed esplorazioni. Era stato il primo a solcare i grandi oceani di Whanel, a esplorarne le isole più remote. Aveva percorso le propaggini della Banchisa Eterna, solcato correnti che si credevano indomabili, e si diceva perfino che avesse trovato un’isola in grado di viaggiare nei mari, e che vi avesse lavorato a lungo per creare un timone che potesse dirigerla ovunque volesse.
Ma tutto ciò sembrava non bastargli mai.
Aveva preso l’abitudine di vagare di litorale in litorale, battendo moli e porti a volte minuscoli, a volte abbandonati, senza sapere esattamente cosa cercasse, quando un giorno, in una delle rive del sud, vicino ad un piccolo molo circondato da uno sparuto gruppo di case, non incrociò un vecchio, gli abiti semplici, le mani coperte da curiosi guanti da lavoro e un grande cappuccio calato sulla testa chinata verso la sabbia. Quando Elmorion si avvicinò, si accorse che le mani non indossavano guanti, come aveva dapprima pensato, ma erano coperte di scaglie brunite, alcune che riflettevano la luce come uno scudo ben lucidate, altre solcate da crepe, come la terra troppo asciutta. Le nocche erano nodose e le unghie grifagne, mentre guidava il bastone a tracciare segni sulla sabbia. La figura alzò finalmente il capo verso Elmorion e il principe si rese conto che non si poteva chiamare viso ciò che lo fissava, piuttosto era un muso, come quello di un rettile, una lucertola: allungato, gli occhi sottili, dorati, con una pupilla verticale e che risplendevano di arguzia e un pizzico di malizia. Una sensazione di capogiro colse Elmorion mentre cercava di osservarne i lineamenti con attenzione, ma essa non gli impedì però di continuare a guardare cosa faceva, curioso, ammaliato.
Il bastone si muoveva tra i grani, disegnando una mappa, proprio sulla battigia, là dove la risacca del mare continuava a cancellarla ad ogni marea.
Dopo una dozzina di giorni di continua osservazione, Elmorion gli chiese perché lo facesse, se tanto poi finiva cancellata. La risposta lo sorprese, così come la voce tenorile che la pronunciò,
“Sto insegnando al mare la rotta che conduce all’Occhio di Sargashion,”
Elmorion pensò che il vecchio fosse pazzo, ma rimase affascinato dalla sua determinazione e, giorno dopo giorno, si recò alla spiaggia a vedere il lucertoloide disegnare forme e linee nella sabbia e a parlare con lui.
Passarono sette lunghi anni di continue visite e rare assenze da parte del principe. Un giorno, il lucertoloide lo guardò e gli permise di fissarlo negli occhi. Gli rivelò che davvero voleva intraprendere l’impresa della rotta dell’Occhio di Sargashion e che era convinto di farcela. Trovando, s’intende, il giusto capitano.
Il fuoco della sfida si destò dentro Elmorion, che tosto strinse una solenne alleanza con il lucertoloide: avrebbero compiuto l’impresa!
Secondo il suo nuovo amico, che gli disse di chiamarsi Lizhad-Nog, il mare ora sapeva la rotta: dovevano solo trovare il modo per solcarla.
Ci volevano materiali degni di una leggenda per tale impresa, per questo Elmorion salpò di nuovo a bordo della Mordente, la sua nave ammiraglia. Lizhad-Nog al suo fianco e i suoi fidati distribuiti sulle altre navi della flottiglia, navigarono finché non giunsero al largo, in un punto dove un’isola rimaneva sommersa. Elmorion sapeva esattamente di cosa avrebbero avuto bisogno.
Anni addietro, di ritorno da una delle sue imprese di esplorazione, il suo vascello si era trovato a scontrarsi con una temibile Testuggine Dragona, una bestia così possente da rivaleggiare coi vermi volanti e i giganti delle leggende. Mentre la flotta di Elmorion frangeva le onde, questa possente bestia era emersa dalle acque, gigantesca contro la sagoma di una delle navi più piccole della flotta, che ne stava per subire l’iraconda carica. Inavvertitamente, le navi erano passate sopra alla sua tana, gettando addirittura l’ancora e colpendola, e la testuggine non li vide di buon grado.
La lotta imperversò per tre giorni e tre notti: metà della flotta fu affondata mentre gli equipaggi cercavano in tutti i modi di difendersi dall’immane creatura, ma alla fine, Elmorion ebbe la meglio sulla bestia: si gettò su di essa con solo una lunga corda legata al suo torso e, con una lunghissima lancia, ne infilzò l’occhio prima che potesse ritirare il muso nel guscio.
Quando condusse Lizhad-Nog sul luogo dell’audace battaglia, il carapace della Testuggine Dragona era tutto ciò che rimaneva di lei, appoggiato sulla sabbia dell’isola sommersa, con ciuffetti di anemoni e conchiglie che vi stavano prendendo vita.
Con immenso sforzo, e un pizzico di aiuto magico, Elmorion e Nog riuscirono a legare e ad assicurare il guscio alla Mordente e ad altre cinque navi della flotta, per poi essere portato agli armatori di Whallia.
Assieme ad esperti artigiani appositamente scelti tra tutte le coste di Whanel, Nog ed Elmorion concentrarono i loro sforzi per creare il vascello più spettacolare che si fosse mai visto. Era enorme, la più grande nave che avesse mai osato essere costruita fino ad allora. Gli artigiani svuotarono e modellarono con le arti mistiche il guscio fino a dargli una prua alta e affusolata e una poppa larga e accogliente. Scaglie di madreperla furono meticolosamente applicate lungo il reticolo naturale del guscio, ad esaltarne la forma, rendendo la nave sfavillante sulle onde. Ognuna di esse non era solo un vezzo decorativo, ma l’opera dei maghi e degli alchimisti più esperti, che le avevano infuse sapientemente con incanti di rafforzamento per lo scafo, di protezione e di guida per il viaggio. Le vele erano intessute di seta di ragno e lino, con ricami in filo di madreperla incantato per catturare qualsiasi alito di vento che si fosse mosso nell’aria.
Mentre gli armatori lavoravano alla nave, Elmorion si occupò di selezionare il suo equipaggio: inutile dire che i primi a seguirlo furono i suoi fedelissimi, un manipolo di tredici elfi ed elfe tra i più scapestrati e valenti alfieri, veggenti e pionieri che Whallia potesse donare. Erano la sua compagnia primaria, coloro che guidavano il resto della sua flotta, coloro che chiamava fratelli e sorelle anche se non vi erano legami di sangue. Quasi tutti figli cadetti delle principali famiglie di Whallia, condividevano con il loro Eochin la sete di scoperta e l’insofferenza per le regole della società in cui erano cresciuti. Uniti da un patto indissolubile di fiducia e lealtà, Elmorion sapeva che l’avrebbero seguito fino in capo al mondo.
Poi vennero gli altri. Ancora, da Whallia, marinai esperti, stufi di solcare sempre le stesse onde e di non vedere mai niente di nuovo. Gli elfi esuli, detti Grech, che si erano staccati dalle terre natie per isolarsi in terre vergini e intonse dalla civiltà, i quali sapevano interpretare i movimenti del vento e delle onde e parlare al legno degli alberi delle vele. A loro, poi, si unì un manipolo di una trentina di effimeri, le nuove genti, gli umani, come venivano chiamati, scelti tra i Magister che seguivano i Vhalghast, esperti di alchimia e altre scienze occulte, selezionati attentamente dai Tredici.
Tutti assieme fecero campo vicino al porto dove la Valmoridel andava prendendo finalmente la sua forma finale, e ancora più folla arrivò dai villaggi e dalle città vicine quando fu il momento del varo.
Fu in un bel giorno di primavera, con il calore del sole sulla faccia, che Elmorion varò la sua incredibile nave.
Imbarcò il suo equipaggio, trecentoelfi, elfe, uomini, donne e perfino due nani che incredibilmente avevano scelto di lasciare la terraferma e l’ormai caro amico Lizhad-Nog. Le grida degli ordini dei marinai si inseguirono da prua a poppa e da babordo a tribordo dell’enorme imbarcazione, le vele si spiegarono al vento, e ne vennero subito gonfiate, scuotendo le cime mentre venivano legate. Il sole, basso sull’orizzonte, colorava il cielo di tutte le sfumature dell’arcobaleno, mentre la nave si avviava verso il largo. Quella fu la prima e l’ultima volta che la Valmoridel fu vista: nel suo viaggio inaugurale, col suo capitano, Elmorion il Folle, saldo al timone, e il fido Nog al suo fianco, gli sguardi rivolti all’orizzonte e un sogno, un obbiettivo, un solo scopo nel cuore: scoprire cosa ci fosse presso l’Occhio di Sargashion.

