LO SCARABEO
“L'unico vero giudice della verità è il tempo.”
- Pindaro -
L’Anima dello Scarabeo è associata al potere del Tempo. Come l’insetto stercorario è legato in alcune tradizioni arcaiche al mito della rinascita, tanto da essere utilizzato come amuleto da inumare insieme ai defunti, così quest’arte mistica può agire influenzando il passato, il presente e il futuro, anche se in varie forme e con diverse espressioni.
Le poche testimonianze di cui è rimasta memoria di quanto occorso nei lunghi mesi di navigazione e quelle durante la permanenza nel Ghetto suggeriscono come le espressioni elementari dello Scarabeo siano orientate sulla manipolazione temporale, in particolare sul rallentare o accelerare fenomeni fisici. Si fa menzione di ferite che magicamente si richiudono, come se non fossero mai esistite, di raccolti che crescono in una notte invece che in un'intera stagione, di agnellini tramutatisi in grossi montoni lanosi in un sol giorno, di ruderi vecchi di secoli che tornano le lussuose dimore di un tempo lontano.
Oltre a questi poteri, che possono apparire banali agli ingenui, anche se a ben riflettere essi potrebbero rappresentare la salvezza e la potenza di un regno, l’Anima dello Scarabeo ha veri e propri prodigi da offrire ai novelli Archeosofi. Nei Governatorati si vocifera molto a riguardo, nonostante al momento nessuno dei membri degli equipaggi sia stato in grado di evocarne le più avanzate malie. Gli Archeosofi che si accostano a quest’arte bramano la capacità di scorgere tra le pieghe del tempo eventi occorsi nel passato, onde trovar risposte altrimenti perdute, oppure di sbirciare nel futuro, siano essi pochi istanti, appena sufficienti per anticipare le mosse di un avversario o evitare un pericolo mortale, oppure allungando lo sguardo al volgere delle ere. C’è chi dice che quanti sapranno dominare l’Anima dello Scarabeo rallenteranno il proprio invecchiamento, guadagnando la longevità delle stirpi arcaiche, così come potranno rallentare le mosse dei propri nemici fino a bloccarli del tutto, o di converso muoversi così velocemente da sbaragliarli senza difficoltà.
Sull’Apoteosi dello Scarabeo, poi, si narrano racconti degni dei migliori bardi di Whanel. Il mito che si è diffuso al riguardo è quello della Stasi, ossia la facoltà di fermare il corso del tempo, generando una sorta di bolla temporale in cui muoversi mentre tutto il resto del mondo all’esterno rimane cristallizzato. Tuttavia, gran parte di queste storie sono venate dal timore di cosa possa accadere a chi rimane troppo a lungo all’interno di questa sorta di “zona morta”. C’è chi sostiene che al suo interno ci siano degli elementi inalterabili, e che tentare di violare questo vincolo potrebbe attrarre le attenzioni indesiderate di raccapriccianti abomini, voraci parassiti capaci di suscitare il più cieco orrore nelle menti mortali, tutti pronti a divorare e cancellare le tracce del passato, nonché lo sventurato che rimanga bloccato lungo il loro cammino.
Chi può dire quanto ci sia di vero in questi racconti, e quanto invece siano soltanto dicerie sparse in giro dal volgo ignorante… Quel che è certo è che gran parte degli avventurieri giunti a Novisterra sono pronti a correre tremendi rischi, pur di acquisire il potere di ottenere ciò che bramano.
Il capitano
“Posso perdere una battaglia, ma non perderò mai un minuto.”
- Napoleone Bonaparte -
Se dovessimo descrivere il Capitano dello Scarabeo con poche parole, senza dubbio i più lo definirebbero “qualcuno che parla e agisce come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo”. Questo suo modo di fare è legato forse alla sua indole, o forse agli occulti poteri che governa.
Fin da prima di imbarcarsi, Scarabeo ha pianificato con ferrea determinazione ogni dettaglio e momento dell’impresa. Ha organizzato l’arrivo dei vari gruppi di avventurieri al porto e la costruzione delle tre navi, in base ai fondi a disposizione, diviso i ruoli tra gli equipaggi, programmato con precisione implacabile le risorse che sarebbero state necessarie per la lunga traversata. Nel corso del viaggio, poi, ha sfruttato con perizia i consigli e le intuizioni di Falena e Ragno, anche quando sembravano assurdi, dimostrando una fiducia incrollabile nelle doti degli altri Capitani quanto un’incredibile capacità di calcolo.
Uno dei nostromi racconta – per quanto possa essere attendibile il suo ricordo – che una sera, poco prima del tramonto, il capitano della Falena ha gridato dal ponte di prua avvertendo dell’arrivo di una violenta tempesta. Il nostromo ha osservato l’orizzonte inondato di arancio: non si vedeva una nuvola in cielo. Lo Scarabeo però non ha perso tempo a discutere. Ha ordinato all’equipaggio di issare le vele e metter mano ai remi, virando in direzione opposta a quella indicata dalla Falena. In breve, il cielo alle loro spalle si è fatto scuro. Il nostromo è pronto a giurare di aver sentito tuoni minacciosi, mentre prendeva il timone per eseguire gli ordini, e subito dopo di aver dovuto strizzare gli occhi per il vento che all’improvviso gli ha sferzato la faccia, mentre le navi sfrecciavano rapide come stelle cadenti sulla superficie liscia del mare. Pochi attimi, poi tutto era finito: l’aria era tornata calma e la luna già brillava in cielo. Il nostromo afferma di non averla vista sorgere… e che, guardandosi alle spalle, il cielo ormai cullato dalla notte era di nuovo terso.
A detta di molti, lo Scarabeo ha l’animo di uno studioso infaticabile. Si dice che la sua cabina sulla nave traboccasse di tomi di qualsivoglia dimensione e argomento: dalla storia alla geografia, dalla letteratura all’arte. A differenza di Falena e Ragno, infatti, trascorreva molto più tempo sottocoperta che al timone, e quando se ne stava sul ponte spesso i marinai scorgevano la sua figura appoggiata alla balaustra di prua, a leggere uno dei suoi amati libri.
Sebbene costretto a rinunciare ai suoi amati libri all’ingresso nel Ghetto, Scarabeo non ha accantonato le sue abitudini. Non a caso, molti hanno scorto le sue dita muoversi con gesti ritmici e delicati, come se stesse sfogliando delle pagine. A chi chiede il perché di quella pantomima, Scarabeo rivolge un sorriso serafico: e dice “Se non posso leggere ciò che è scritto su carta, posso leggere ciò che è impresso nella mia anima”.
Un’altra sua mania è quella di esplorare ogni rudere e ogni pietra del Guf, alla ricerca di quelle che definisce “curiose ed emozionanti testimonianze del passato”. Grazie ai portenti della sua Archeosofia, ha curato la ricostruzione di numerosi edifici, facilitando così l’insediamento degli equipaggi nel Ghetto, ma anche il restauro di statue, affreschi e bassorilievi che adornano tanto i luoghi di culto quanto le abitazioni comuni.
Nonostante spesso abbia usato l’Archeofatto dello Scarabeo per tali opere, le sue azioni sono state sempre molto discrete e nessuno, oltre gli altri Capitani e i Governatori, ha mai potuto osservare da vicino tale oggetto, detto Klepsaion. Ovviamente fioccano pettegolezzi e teorie di ogni genere da parte di chi sostiene di aver sbirciato di nascosto il Capitano durante queste sue riesumazioni dei resti antichi. Costoro parlano di un “astruso orologio che non segna alcuna ora”, oppure di “clessidre che si muovono troppo rapide perché l’occhio possa seguirle”.
L’ora era tarda e la taverna Non Mi Ricordo cominciava lentamente a svuotarsi. Gli avventori si alzavano dai tavoli, lasciando alle spalle i piatti sporchi del buon stufato di manzo dell’oste e numerosi boccali di birra vuoti. Così, se al mattino dopo si fossero trovati la mente annebbiata e i ricordi sbiaditi, avrebbero potuto incolpare l’alcol, oltre alla magica amnesia del Ghetto.
Il proprietario della taverna, un intraprendente avventuriero del Garadh, aveva abbracciato in pieno quella filosofia, tanto da scegliere per il suo locale il bizzarro nome di Non Mi Ricordo. Era stata in realtà una scelta obbligata, dato che da un giorno all’altro gli avventori tendevano a dimenticarne il nome, tra le altre cose.
“Dove sei stato ieri sera?”
“Alla taverna”
“Quale”
“Accidenti, non mi ricordo…”
Così l’oste aveva colto l’occasione di battezzare in quel modo il locale. Rendeva tutto molto più semplice… e lui era un uomo semplice. Tendeva a vivere nel presente. Il tempo scorreva strano nel Ghetto, quasi da non rendersene conto, così l’oste si accontentava di far quadrare i conti a fine giornata e di raggranellare le monete che gli sarebbero servite nel momento in cui, alla fine, avessero lasciato quelle mura.
Controllò che la cameriera che aveva assunto da poco – o da tanto? Non era sicuro di ricordarlo con precisione – sgombrasse per bene i tavoli ormai vuoti, portando i piatti in cucina, poi afferrò uno straccio e cominciò a lustrare il bancone, mentre con la coda dell’occhio studiava gli ultimi avventori rimasti nella stanza.
C’erano ancora due tavoli occupati.
A quello vicino al grande focolare, che riscaldava l’ambiente, sedeva lo Scarabeo.
Era lì da ore. Aveva sbocconcellato il suo stufato e bevuto solo qualche sorso, gli occhi concentrati su un grosso tomo rilegato in pelle che ormai doveva aver letto da cima a fondo, sfruttando il chiarore rosseggiante delle braci. Nonostante l’aria all’interno del locale fosse tiepida, indossava sulle spalle la giacca a cappotto, come se si trovasse sul ponte della sua nave.
All’estremità opposta della sala sedeva una tavolata di individui quanto mai eterogenei. L’oste riconobbe tra loro due guerrieri del Leir, un gruppetto di esponenti del VITRIOL - era difficile dire se fossero uomini o donne, dato che le lunghe vesti li ricoprivano da capo a piedi, lasciando scoperti solo gli occhi – e un paio di compatrioti del Garadh, clienti abituali della sua taverna.
E rinomati bari.
L’oste non era un fautore del gioco d’azzardo, ma allo stesso tempo vietarlo sarebbe stato controproducente per i suoi affari, quindi chiudeva un occhio e lasciava di buon grado che i suoi avventori perdessero gran parte dei loro beni al tavolo da gioco, purché rimanessero loro abbastanza soldi per pagare il conto.
Quei tipi del Garadh non avevano mai perso una partita, da quello che ricordava. Quindi le opzioni erano due: o erano estremamente fortunati, o erano imbroglioni matricolati.
L’oste non credeva nella fortuna.
Il gruppetto confabulava fitto al tavolo e di tanto in tanto uno di loro lanciava occhiate di sbieco verso lo Scarabeo. L’oste avvertì un pizzicorino dietro alla nuca: una sensazione di pericolo imminente.
Sensazione che si fece più pressante quando vide i due di Garadh alzarsi dal tavolo, insieme a un compagno del Leir e uno del VITRIOL, e avvicinarsi al tavolo dello Scarabeo.
“Ehi, capitano, vi andrebbe una partita per finire la serata in bellezza?”
A quelle parole, lo Scarabeo alzò lentamente la testa dal suo libro e scrutò i quattro uomini con sguardo impenetrabile.
“Una partita tra amici…” continuò il tipo del Garadh, con un sorriso disarmante, che l’oste giudicò falso come la dentiera della sua vecchia nonna… come si chiamava? Beh, pace all’anima sua, tanto un giorno o l’altro si sarebbe dimenticato di averla avuta, una nonna.
“E magari ci giochiamo un po’ di monete,” aggiunse a bassa voce il tipo del VITRIOL, con una lieve intonazione femminile.
“Ne abbiamo parecchie.”
Il guerriero del Leir tirò fuori un sacchetto di cuoio e lo gettò sul tavolo. Si aprì con un tintinnio metallico, lasciando intravedere il brillio delle monete triangolari al suo interno.
“E anche queste.”
Dalle tasche comparvero delle gemme di varie forme e dimensioni. L’oste strabuzzò gli occhi: era davvero un gruzzolo niente male.
Lo Scarabeo ripose con cura il libro nella sua sacca di cuoio. “Temo di non aver altrettanti soldi con me.”
“Non è un problema,” si affrettò ad assicurare il tipo del Garadh. “Avete altri oggetti con voi, di grande valore.”
“Sì,” gli fece eco il guerriero del Leir. “Perché non mettete in palio il vostro Archeofatto?”
L’oste si accorse di aver cominciato a lustrare il bancone in modo spasmodico. I Capitani non mostravano mai i loro Archeofatti in pubblico, li custodivano gelosamente. Si aspettava un secco diniego, perciò rimase stupito quando lo Scarabeo annuì.
“Perché no? Sedetevi pure.”
Il gruppetto si affrettò a obbedire. I due del Garadh aveva un’espressione soddisfatta dipinta in faccia.
“Volete giocare a SeneS?” domandò lo Scarabeo.
Il guerriero del Leir sbuffò.
“Ancora non ho capito le regole…” borbottò.
“Il mio amico è un po’ testone,” intervenne candidamente il tipo del Garadh. “Per lui ci vorrebbe qualcosa di più semplice… tipo con i dadi o con le carte… guarda caso, ho sempre un mazzo di carte con me.”
Lo Scarabeo non si scompose.
“Vada per le carte.”
L’oste desiderò poter scomparire dietro il bancone. Stava sudando freddo. Quella situazione non gli piaceva per niente. Aveva avuto un cane, un tempo… non ne ricordava il nome né la razza, ma rammentava benissimo che la bestia si faceva accarezzare dietro le orecchie e scodinzolava allegro, sembrando un amicone pacifico… eppure non esitava ad avventarsi contro chiunque osasse toccare il suo osso.
Quel ricordo gli riaffiorava alla mente fissando l’aria pacifica del Capitano.
Uno a uno, i giocatori cominciarono a pescare carte, tenendolo coperte di fronte a sé, e misero la posta sul tavolo. Lo Scarabeo allungò la mano verso la scarsella che teneva al fianco, ma non tirò fuori nulla.
“Vedrete il mio Archeofatto se lo vincerete.”
“Volete dire quando…” esclamò allegramente il tipo del Garadh.
L’oste continuò a fingere di lucidare il bancone, senza perdere di vista la partita. Dopo pochi scambi, gli altri giocatori furono rapidamente eliminati e rimasero in gioco soltanto il baro del Garadh e lo Scarabeo. Tra di loro, la montagnola di monete e gemme, e la promessa di un oggetto arcano dagli inestimabili poteri.
“La posta è alta, eh?” commentò il tipo del Garadh, per poi concedere con finta magnanimità, “Volete ritirarvi?”
L'oste si trovò a spronare, nella sua mente, il Capitano ad accettare la proposta; sarebbe stato ben lieto di vedere la porta chiudersi dietro alle loro spalle, quella sera, per togliersi da ogni bega. Trattenne il respiro, il cuore in gola, finché non lo vide scuotere la testa, la mano sempre sulla scarsella.
“È il momento di scoprire le carte.”
Il tipo del Garadh, con un sorriso trionfante, mise in mostra le sue carte.
“Mi spiace, ma avete perso!”
Un attimo di silenzio sospeso, poi lo Scarabeo mostrò la sua mano.
“Davvero?”
Il guerriero del Leir emise un singulto, il tipo del VITRIOL fece un gesto di scongiuro, i bari del Garadh strabuzzarono gli occhi.
“Non… Non è possibile! Voi non potete avere quelle carte…”
“Perché siete sicuro di averle messe più in basso?” domandò tranquillamente lo Scarabeo.
“Sì… no… cioè…” il tipo del Garadh si trovò senza parole e rimase ad ansimare come un pesce fuor d’acqua.
“In ogni modo, direi che ho vinto.”
Il Capitano dello Scarabeo fece scivolare monete e gemme dentro la sua borsa, poi si alzò mettendosela sulle spalle.
“Grazie della partita. Buonanotte, signori.”
Mentre passava accanto al bancone per uscire, vi lasciò una manciata di monete.
“Questo per la cena. Tieni pure la mancia”.
L’oste si affrettò a far sparire i soldi nelle tasche del suo grembiule. “Sapevate fin dall’inizio che si trattava di un baro?”
“In vita mia ho visto trucchi ben migliori”, lo Scarabeo gli strizzò l’occhio. “E a volte basta un istante per cambiare le carte in tavola, letteralmente…”
Poi varcò la porta della taverna e sparì nella notte.
