IL COSMO
“Gli dei si sono ritirati, ma nessuno se n'è accorto”
– Friedrich Hölderlin –
Talvolta, nelle notti senza luna, quando il cielo si fa cupo come la pece e le stelle sembrano occhi spenti, c’è chi racconta le vecchie storie del Cosmo.
Non come dogma. Non come rito.
Ma come un brivido.
La gente del Ghetto non rammenta le preghiere, i testi sacri sono svaniti e nessuno saprebbe più distinguere un altare da un tavolo da gioco. Ci sono gesti, però, che si ripetono, istintivi, come riflessi atavici.
Diviene naturale quindi ritrovarsi alla sera attorno ai falò, le lingue di fiamma come uniche fonti di luce che si riflettono sugli sguardi smarriti degli astanti, per parlare del Cosmo, per rimettere insieme quelle conoscenze così importanti prima del principiare del viaggio, dare un nome al calore che si annida nel cuore.
All’origine di ogni tempo, prima ancora che la memoria potesse distinguere forma e parola, tutto ciò che esisteva era contenuto in un abbraccio perfetto, unione indissolubile di Ordine e Caos. In quella condizione primordiale, due entità radicalmente opposte, il Caos, detto il Nero, principio mutante, e l’Ordine, detta la Bianca, principio modellante, coesistevano in simbiosi. Tutto ciò che esiste si generò da quell’abbraccio, il destino del Cosmo e delle razze mortali fu modellato in quel principio, così come la loro fine.
Tale equilibrio non fu eterno: esso venne spezzato da una misteriosa anomalia detta Piaga, la quale fu interpretata da alcuni come un'entità maligna e da altri come l'inarrestabile mutamento imposto dal Fato, la quale squarciò il Cosmo, separando i due principi fondanti e relegandoli nello sterile grembo della Vacua Tenebra.
Da quella frattura nacque il Cosmo conosciuto, ora composto dal Firmamento e dalla Piaga, due essenze in perenne contrasto impossibilitate a convivere e destinate a distruggersi a vicenda, entrambe divise dal nulla della Vacua Tenebra.
Il Firmamento
“Siamo polvere di stelle che sogna le stelle.”
– Carl Sagan –
La cosmologia del Vecchio Mondo, per quanto sia stato possibile ricostruirla, si fondava su un tessuto di presenze angeliche, alterne potenze entro un Firmamento sacro.
La struttura del Firmamento, sebbene ora appaia remota, era al tempo stesso fisica, morale e rituale, in cui venivano chiamati “Astri” le presenze luminose che rischiarano la volta della notte; entità la cui forza selvaggia o la radiosa virtù ispirarono le gesta delle stirpi mortali. Le loro immense ali dalle molteplici tinte si estendevano sulle genti del mondo, seppur non percepite, per guidarle verso i principi che rappresentavano.
Gli Astri non erano soltanto corpi celesti, ma principi regolatori dell’esistenza: a essi erano attribuiti ideali diversi e complementari come la libertà e l'ordine; allo stesso modo, le ordalie loro consacrate contemplavano alterni scopi come affrontare ardue sfide o redimere le colpe altrui.
La vita stessa si genera e si piega secondo i voleri del Firmamento, dal primo vagito all’ultimo respiro si è sotto l’egida degli Astri e la natura stessa delle razze mortali è portata a espletare uno dei principi che da essi è stata generata: dal prode condottiero al feroce bandito, dal saggio studioso al vagabondo perdigiorno, ogni gesto è ispirato dalle essenze primordiali delle potenze angeliche. I loro nomi, purtroppo, sono perduti nell’oblio.
La Piaga
“L’ambizione è come l’acqua del mare: più ne bevi, più hai sete.”
– Arthur Schopenhauer –
Molto è stato detto, o inventato, sulla Piaga: che fosse corruzione, rovina o veleno del mondo; eppure, nessuna parola riesce davvero a contenere il suo significato.
Ciò che oggi viene tacciato di empietà, un tempo fu probabilmente fonte di sapere e consolazione. Lungi dall’essere una pura adorazione della corruzione, la fede nella Piaga, o forse sarebbe meglio dire nella “Forza che Eleva”, si fondava su un principio arcaico quanto l’uomo stesso: il desiderio di piegare il proprio destino.
I fedeli della Piaga non erano malvagi nel senso più lato del termine. Erano visionari, affamati di verità, che credevano che l’uomo fosse incompleto, mutilato dai limiti imposti da leggi divine estranee alla sua volontà. Costoro vedevano nella “Piaga” non una ferita, ma un varco, uno strappo nel tessuto della realtà da cui poter trarre la forza per ricrearsi diversi, più forti, più liberi. Ogni aspetto della Piaga ispira scopi di crescita come forza, sapere, successo e ogni desiderio carnale.
Le razze mortali non sono in grado di raggiungere la soddisfazione: la loro natura le porta ad accrescere e accumulare senza sosta le loro risorse individuali. Questa è l’anticamera della corruzione, ciò che porta ciascuno a divenire schiavo delle proprie ambizioni, anziché sfruttarle per ottenere un obiettivo concreto.
Nondimeno, la Piaga non chiedeva una fedeltà cieca, ma il coraggio di rompere ciò che è stato per costruire ciò che può essere. Non è una fede semplice, non offre redenzione, ma potere; non promette giustizia, ma trasformazione. Per molti questa è la più vera forma di umanità: diventare ciò che si sceglie di essere, e non ciò che è stato scritto da altri.
La Vacua Tenebra
“L'abisso della mia anima chiama sempre a gran voce l'abisso di Dio: dimmi, qual è più profondo?”
– Angelus Silesius –
La Vacua Tenebra non è un’entità, è ciò che resta quando tutte le altre tacciono: non ha simboli, né dogmi, eppure il suo sentore è ovunque. È nel vuoto che separa le stelle, nel tempo sospeso tra due decisioni, nel momento esatto in cui il respiro si ferma prima di accettare il proprio destino.
Nessuno ricorda se sia mai stata adorata o se sia stata semplicemente riconosciuta come si riconosce un confine, una sentenza, un abisso; i pochi testi sopravvissuti parlavano degli Astri come alimentatori del ciclo della vita e della morte, della volontà, mentre della Piaga come una potenza che si distacca da questi concetti.
Ma la Vacua Tenebra?
Essa non crea né distrugge. Essa osserva, aspetta, tiene il conto. Alcuni l’hanno chiamata Baratro, altri Silenzio Originario, molti pensano che sia l’Arbitro, non nel senso morale, bensì cosmico: tra chi vuole conservare e chi vuole trasformare, c’è chi misura.
Qualcuno la teme, qualcuno la desidera, altri pensano che essa non dia nulla, ma conceda l’ultima possibilità di vedersi per ciò che si è: senza dogmi, senza maschere, senza speranze. La Vacua Tenebra non è nemica della vita, è ciò che resta quando la vita dimentica se stessa.
Non ricordava più il nome del Dio, eppure lo aveva servito tutta la vita.
Ogni mattina Kalan si alzava all’alba e ripeteva il rito: le mani giunte, le dita intrecciate, la parola che apriva il giorno e proteggeva la casa. Era un gesto semplice, automatico, eppure da tre giorni… qualcosa mancava.
Non riusciva più a stringere le mani nel modo giusto, ogni volta che ci provava un dolore sordo gli serrava il petto, come se un’altra volontà si opponesse al ricordo.
E la parola, la parola si era sciolta, ricordava il ritmo, il suono, ma non il senso. Come acqua fra le mani. Come sabbia secca sul fuoco.
Nel Ghetto, i più lo ignoravano. Alcuni lo prendevano in giro, altri fingevano che nulla fosse cambiato. Ma lui lo sapeva. Ogni giorno che passava, un altro pezzo della sua fede si sgretolava, portando via tutto il resto. I suoi riti, il suo nome, persino il senso del bene e del male.
Una sera si guardò allo specchio d’acqua dietro le cucine del Ghetto, Il suo volto era lo stesso, ma dietro gli occhi, quegli occhi che avevano scrutato le stelle e pianto durante le veglie, non c’era più nulla.
“Che prezzo ho pagato,” sussurrò, “per attraversare il mare?”
Aveva creduto che nel Nuovo Mondo avrebbe trovato l’Ascesa, o la verità, o almeno una nuova forma di luce. Aveva creduto che valesse la pena rinunciare a tutto per raggiungere l’ignoto.
E ora sapeva.
Sapeva che la sua fede non era stata così forte.
Che ogni sua preghiera era una voce in un pozzo.
Che aveva dimenticato il suo Dio, come se non avesse permeato il suo essere per anni.
Quella notte salì sulle mura esterne del Ghetto, in un punto dove nessuno faceva la guardia.
Sotto, la riva era sassosa. Il mare grigio si muoveva a scatti, come una bestia dormiente.
Guardò in alto. Nessuna stella lo fissava. Nessun segno. Solo cielo nero.
“Ho perso tutto,” mormorò.
Poi fece un passo avanti.
E cadde.
Non fu un atto di disperazione.
Fu l’ultimo rito.
Un sacrificio silenzioso.
Un uomo che, perdendo la memoria del proprio Dio, scelse di non perdere anche se stesso.

