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LA FALENA

“È tutta colpa della Luna, quando si avvicina troppo alla Terra fa impazzire tutti.”
– Otello, William Shakespeare –

archeofatto_falena.jpgL’Anima della Falena esercita la sua podestà sullo spazio, influenzando le distanze e le forme. In analogia con i lepidotteri notturni, il cui corpo muta all’interno della crisalide, quest’arte mistica può alterare gli elementi concreti. I suoi effetti, a differenza delle sottili malie dello Scarabeo e del Ragno, hanno spesso conseguenze tangibili.

Nondimeno, pare che l’Apoteosi di tale portento possa trascendere i limiti fisici e penetrare negli occulti mondi che, come reami paralleli, si celano “oltre” la realtà conosciuta.

Le poche testimonianze racimolate nel corso della traversata e durante la permanenza nel Ghetto suggeriscono come le espressioni elementari della Falena siano orientate allo spostamento e alla metamorfosi. Esempi calzanti potrebbero contemplare scagliare piccoli oggetti a mo’ di proiettili, aprire o serrare porte, aumentare o diminuire la temperatura di una pentola d’acqua fino a farla bollire o congelare, cambiare la tinta di un fiore fresco, plasmare materiali malleabili come creta senza l’ausilio di utensili e molto altro ancora.

Inutile dire che i poteri più avanzati della Falena sono quelli che attraggono maggiormente la curiosità e l’ambizione dei novelli Archeosofi; di questi, tuttavia, esistono scarse prove e gli aneddoti che girano nei Governatorati sono perlopiù illazioni o racconti inventati di sana pianta. Si vocifera di soggetti in grado di spostarsi a due miglia di distanza in un batter d’occhio, macigni pesanti svariate tonnellate rimpiccioliti fino a divenire minuscoli ciottoli o, addirittura, stelle strappate dal grembo del Cosmo che si disgregano come sfavillanti scie luminose nel cielo notturno.

Se poi si contempla l’Apoteosi della Falena, le storie divengono ancora più fantastiche e tendono inevitabilmente a sfociare nell’assurdo. Il mito che si è diffuso al riguardo è quello della Breccia, ossia la facoltà di aprire un passaggio che conduce nei Reami Poliedrici. Queste dimensioni in qualche modo riflettono gli scorci ed elementi reali ma ne alienano l’aspetto e la natura. Alcuni inquilini del Ghetto hanno riferito d’avere ricevuto in sogno surreali visioni che sono state associate ai Reami, quali inquietanti paesaggi dove gli alberi hanno i rami conficcati nel suolo e le radici protese in aria, immensi palazzi con tortuose rampe di scale che s’intrecciano in geometrie irrazionali, buie grotte tappezzate da pallidi miasmi nei quali strisciano raccapriccianti abomini simili alla fusione d’uomini e lumache.

Solo la più fervida immaginazione può concepire ciò che si trova oltre la Breccia e solo una vena di follia potrebbe indurre a volerlo esplorare.


Il Capitano della Falena

“Cavaddu senza spruni è comu la navi senza timuni.”
– Proverbio siciliano –

Non è un caso che il Capitano che reca l’Archeofatto in cui si celano tali portenti sia noto quale persona eccezionalmente ambigua: da un lato schietto, pragmatico e calcolatore, dall’altro distratto, sognatore ed eccentrico.

Sin dagli esordi dell’impresa, Falena è stato l’amalgama tra le complesse strategie elaborate da Scarabeo e i coraggiosi azzardi di Ragno. Ha seguito personalmente la costruzione dei tre vascelli, stupendo mastri d’ascia o carpentieri con lo scrupolo dei suoi commenti, come notare un chiodo mancante lungo una fiancata in cui ne erano stati ribattuti qualche decina di migliaia. Ha tracciato personalmente la rotta per Novisterra; in principio, essa appariva ai membri dell’equipaggio contorta e illogica, per poi rivelarsi in grado di scansare gravi perigli come tempeste, bassi fondali e, a detta di alcuni, mastodontici mostri marini! Nondimeno, la sua consulenza si è rivelata rimarchevole anche in questioni collaterali come la distribuzione del carico nelle stive, meticolosamente bilanciato in modo da smorzare il rollio.

A detta di molti, il Capitano è un inventore assai prolifico che, tuttavia, raramente riesce a concludere un progetto prima che un’altra “mirabile idea” affolli la sua mente. Non a caso, i mozzi hanno spesso scorto nel suo alloggio un’incredibile quantità di modellini incompleti. A volte è capitato che un intraprendente discepolo sia riuscito a sottrargli uno dei prototipi, prima che finisse per smontarlo e riassemblarlo, riuscendo così a terminarne l’opera. Argani in grado di sollevare tronchi di vecchie querce con l’ausilio di solo un uomo, scandagli realizzati con lunghe serpentine di bambù e lenti di quarzo in grado di scrutare sotto la chiglia della nave, questo e molto altro ancora è stato tratto dall’irrequieto genio della Falena.

La sua ambiguità si riflette anche nella abitudini mondane; basta dare uno sguardo alla scrivania, per metà in perfetto ordine con oggetti impilati con cura religiosa e per metà alla mercé di un autentico caos, composto da resti di cibo e mucchi di arnesi. Allo stesso modo la sua lunga giornata, spesso insonne perché egli è solito dimenticare di coricarsi, è divisa tra capillari ispezioni in cui dispensa brillanti soluzioni, un addestramento metodico nelle arti d’arme e lunghe perlustrazioni del Ghetto in cui i suoi sensi sembrano catturare ogni vicolo, piazza, androne o scalinata in una “invisibile mappa”. Il tutto contrapposto a lunghe passeggiate senza meta, in cui la sua attenzione vaga come quella di un gatto errabondo, e, soprattutto, alle fasi in cui finisce per cedere alla Trance.

Sembra che questo singolare fenomeno sia in qualche modo legato all’Archeosofia della Falena. In pratica, il Capitano si sofferma a lungo di fronte a un’immagine o manufatto, fissandolo e biascicando strane frasi, le quali sottintendono che egli si stia in qualche modo ‘immedesimando’ in quel soggetto. A titolo d’esempio, si dice sia stato scorto barcollare per oltre un’ora di fronte a un vaso dipinto con una scena di caccia al cinghiale, ripetendo tra sé e sé “Non è saggio braccare una madre vicina alla prole…”. La parte più sorprendente dell’episodio è che quando il suo nostromo è tornato a controllare cosa stesse facendo, Falena era svanito e nessuno sapeva dove fosse andato. Il Capitano è ricomparso solo per cena, sedendosi allegramente accanto agli ospiti, i quali non hanno potuto far a meno di scorgere alcune macchie di sangue secco sul bordo della sua veste.

Nessuno, oltre Capitani e Governatori, ha avuto il privilegio di vedere l’Archeofatto della Falena, detto Florilegio. Non mancano altresì pettegolezzi di ficcanaso e ruffiani che sostengono di avergli dato una sbirciata mentre era serbato all’interno dell’alloggio. Queste voci incerte e confuse citano una “bizzarra scatola con molteplici vani”, dalla quale il Capitano era solito cavare fuori complessi “congegni di misura” e comuni strumenti da disegno come gessetti e pennelli.


La falena appariva come una macchia indistinta sul grezzo intonaco della parete del Ghetto.

Quando i due mocciosi sfrecciarono nel vicolo, urlando come ossessi, ella aprì pigramente le ali, mostrando due occhi rossi come il sangue.

I bambini, due giovani nomadi delle Piane, non avevano ancora mutuato la rigida disciplina dei genitori né badavano al loro divieto di giocare per strada al calare del vespro. Si baloccavano nel passarsi una vecchia rapa e ogni volta che uno dei loro goffi lanci faceva rotolare l’ortaggio per strada, ridevano come matti.

Infine, il ragazzino fece fare al braccio un ampio arco e la rapa si librò molto al di sopra delle mani della sorella, finendo dritta dentro una stretta finestrella che si apriva in un seminterrato. Dapprima i due si guardarono con musi lunghi come cavalli… poi la ragazza fece spallucce, avviandosi verso l’apertura che stava alla base del selciato. Il fratello non esitò a seguirla.

La finestrella dava su una vecchia cantina avvolta nella penombra. La luce delle lampade a olio appese nella viuzza filtrava là sotto, mostrando un’impressionante quantità di cianfrusaglie stipate ai lati della stanza. Alle narici dei bambini giungeva la puzza acre e stantia, tipica dei locali chiusi, ma c’era qualcosa di diverso… il profumo dolce e penetrante di una spezia che i nomadi ricavavano da baccelli provenienti dalle selvagge foreste occidentali. I due ricordavano ancora il nome di quella bevanda che tanto allietava le serate trascorse nel tedio dei rifugi.

Cioccolata!

I mocciosi si affrettarono a scendere, con il fratello che teneva la sorella per le braccia mentre lei penzolava oltre la soglia.

In quel momento la falena volò dentro la cantina, rapida come un soffio, senza che i due se ne accorgessero.

In breve, i ragazzini furono dentro e dopo essere discesi da un mucchio di casse di legno tarlato, si accinsero a esplorare il cupo ambiente. C’era un sacco di roba là dentro: anfore alte più di cinque piedi poggiate su treppiedi di bronzo, vecchi catini di rame ossidati, cesti di vimini pieni di logore scarpe spaiate… a chi erano appartenute tutte quelle cose?

Tuttavia, l’attenzione dei bambini era attratta dall’odore che avevano sentito. Si faceva sempre più forte e proveniva da… una parete.

Sì, il profumo era più intenso vicino all’unico muro sgombro di cianfrusaglie e su di esso spiccava uno strano disegno realizzato con un pigmento nero come la pece.

Era una porta, una bellissima porta con un architrave ricurvo, avvolto da tralci sinuosi come rami d’edera. In particolare, le venature e i nodi dell’uscio erano stati realizzati con una cura tale da sembrare reali. La ragazzina provò a toccarla e per un attimo pensò che avrebbe avvertito la liscia superficie del legno, ma i suoi polpastrelli incontrarono solo la ruvida pietra screpolata.

Colpiva l’unico elemento mancante della porta, ossia il battente, la cui forma era appena stata abbozzata.

Ai piedi del disegno c’era un minuto bastoncino, nero come la pece, un comune carboncino lungo a malapena un pollice… il moccioso guardò la sorella, lo raccolse e iniziò a tracciare una riga storta sul muro. Il ragazzino completò il battente in meno di un minuto, anche se all’ignoto autore sarebbe probabilmente presa una sincope nel vedere quello scarabocchio al centro della sua opera!

L’odore della cioccolata si fece più forte.

La sorella provò di nuovo a toccare la porta e stavolta le sue dita non incontrarono resistenza.

La maggior parte degli inquilini del Ghetto erano addormentati o ubriachi in quel momento e comunque nessuno si trovava nelle vicinanze del vicolo. Nessuno sentì il grido mozzato di una bambina, i passi trafelati del suo fratellino che cercava di scalare le casse per guadagnare la finestra, un tonfo sordo e, infine, un suono assai più sgradevole, simile a panni bagnati trascinati sul pavimento.

La falena adesso era posata sulla sommità della porta. Nella cantina non c’era più nessuno. Le ali si chiusero, calando come palpebre su quegli occhi rossi come il sangue.

la_falena.txt · Ultima modifica: 2025/09/26 19:47 da admin

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